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Cosa sono le fonti del diritto e come funzionano

7 Settembre 2021
Cosa sono le fonti del diritto e come funzionano

Costituzione, leggi e regolamenti: quale valore hanno e cosa succede se sono illegittimi. 

Quante volte avete sentito dire «Questa legge è incostituzionale, non va rispettata!». E quante altre avrete sentito invece parlare di regolamenti ministeriali, Dpcm e norme locali; ed anche qui una platea di opportunistici difensori della legalità che, richiamandosi alla gerarchia delle fonti del diritto, sostengono che tali norme non siano vincolanti per il cittadino. Ma è davvero così? Cosa sono le fonti del diritto e come funzionano? Cosa deve rispettare il cittadino e cosa rischia se non rispetta una norma di rango inferiore?

Qui di seguito, cercheremo di fornire tutte le indicazioni utili sull’argomento.

Cosa sono le fonti del diritto?

Quando parliamo di fonti del diritto ci riferiamo alle comuni norme giuridiche, ossia a tutti gli atti che creano diritti e doveri per i cittadini. Ad esempio, la Costituzione è una fonte del diritto: da essa derivano una serie di obblighi, diritti, libertà, e così via. Ma anche le leggi del Parlamento sono fonti del diritto così come lo sono i decreti legge e i decreti legislativi. 

Poi, ci sono le norme che derivano da decreti ministeriali o dal Presidente del consiglio dei ministri, da leggi regionali, da regolamenti comunali e così via. Insomma, tutto ciò che crea una norma giuridica vincolante è una fonte del diritto. 

Nel considerare i diversi soggetti autorizzati dalla Costituzione ad emanare norme giuridiche avrete sicuramente notato che alcuni sono più importanti di altri. Pensiamo al Parlamento che rappresenta il popolo. Altri lo sono un po’ meno: pensiamo agli organi comunali che rappresentano solo la comunità locale composta talvolta da poche migliaia di persone. È ragionevole allora che le norme emanate dagli uni o dagli altri abbiano un diverso valore. 

Nel nostro ordinamento, le norme giuridiche sono ordinate secondo una gerarchia, come una sorta di piramide. Esse hanno un valore diverso in funzione della fonte da cui provengono. 

Sul piano pratico, il diverso valore comporta che nessuna norma proveniente da una fonte di grado inferiore può porsi in contrasto con una norma proveniente da una fonte di grado superiore. È un po’ come dire, rapportandosi alla gerarchia militare, che un ordine del caporale non può mai porsi in contrasto con un ordine del generale.

Come funzionano le fonti del diritto? 

Al vertice della piramide ci sono la Costituzione e tutte le leggi costituzionali. Trovandosi al primo posto, tali disposizioni prevalgono sempre, in caso di contrasto, su qualsiasi altra norma di rango inferiore.

Al secondo posto, ossia sul gradino successivo della piramide, ci sono le leggi del Parlamento e quelle del Governo (ossia decreti legge e decreti legislativi).

Sempre su questo stesso gradino ci sono le fonti regionali e provinciali che comprendono le leggi regionali, che però sono valide solo sul territorio della Regione. Poi, ci sono le leggi delle Province autonome di Trento e Bolzano, ugualmente valide solo nei rispettivi territori.

Infine, al secondo gradino – sempre sotto la Costituzione – troviamo i regolamenti e le direttive dell’Unione europea. Bisogna però sottolineare che le fonti comunitarie, nelle materie ad esse riservate, prevalgono sulle leggi italiane.

Al terzo gradino della piramide troviamo i regolamenti, che sono detti “atti amministrativi”. Questi possono essere emanati dal Governo e dai singoli ministri o dal Presidente del consiglio dei ministri (così avremo i regolamenti ministeriali e i Dpcm), oppure da organi regionali, provinciali e comunali, oppure da altri organi della Pubblica Amministrazione.

I regolamenti non possono violare né la Costituzione né le leggi e i regolamenti comunitari, ossia tutte le fonti del diritto collocate nei due gradini superiori. Ciò tuttavia non deve indurci a credere che essi contengano norme di poco conto o di interesse limitato. Per esempio, sono regolamenti comunali quelli che stabiliscono se e quando si può circolare in auto nel centro cittadino o a targhe alterne; dove si può parcheggiare liberamente o a pagamento; su quali terreni si può costruire una casa; quali orari devono rispettare i negozi e così via.

Al quarto posto, infine, si collocano le consuetudini, anche dette usi. Si tratta di norme non scritte né poste da alcuna autorità, che sono nate dalla ripetizione costante e generale di atti compiuti nella convinzione di adempiere a un dovere giuridico cosicché alla fine rispettarle è diventato un obbligo. Naturalmente, le consuetudini perdono efficacia se si pongono in contrasto con norme provenienti da altre fonti superiori. Non perché tutti parcheggiano in seconda fila o su una piazza pubblica quel comportamento diventa automaticamente lecito.

Le consuetudini acquistano valore giuridico solo se disciplinano questioni non regolate da altre norme del diritto, come ad esempio i compensi dovuti ad alcuni mediatori di affari, quando non esiste un loro prezziario.

Oggi, per facilitare la conoscenza degli usi a cui è ancora riconosciuto valore giuridico, sono predisposte apposite raccolte compilate ed aggiornate dalle Camere di Commercio e da altri enti autorizzati dalla legge.

Che succede se una norma è in contrasto con una fonte superiore?

Ora veniamo al punto più dolente. Che succede se una norma di rango inferiore viola una norma di rango superiore nella gerarchia delle fonti? Poniamo che una legge sia in contrasto con la Costituzione o un regolamento ministeriale con una legge o con la Costituzione stessa. Possiamo disapplicarla e fingere che non esista? Ovviamente, no. 

Guarda il video “Che validità hanno i DPCM“.

Non sta al cittadino stabilire se una norma di rango inferiore nella piramide delle fonti del diritto è in contrasto con quella di rango superiore. Solo un giudice può farlo. 

Questo implica due considerazioni importanti:

  • la prima: per il cittadino, tutte le norme sono vincolanti allo stesso modo, hanno cioè la stessa forza. Quindi, è obbligatorio rispettare tanto un regolamento quanto una legge. Entrambi, sul cittadino, hanno la stessa forza. Così, se una persona vanta un diritto riconosciutogli da un Dpcm ha diritto ad esigerlo con la stessa categoricità di un diritto espresso invece da una legge o dalla stessa Costituzione. E lo stesso vale per i doveri: i doveri provenienti da atti amministrativi sono vincolanti come quelli che derivano dalle leggi;
  • la seconda: se il cittadino ha il sospetto che una fonte del diritto sia in contrasto con una norma di rango superiore, allora non ha il potere di disapplicarla lui stesso, ma deve rivolgersi a un giudice. Solo il giudice ha il potere di verificare se davvero esiste una incompatibilità (spesso infatti l’incompatibilità è solo apparente e frutto di una non corretta lettura e interpretazione delle norme). 

E chi è questo giudice?

Se stiamo parlando della compatibilità di una legge rispetto alla Costituzione, il giudice a cui rivolgersi è la Corte Costituzionale. In verità, il cittadino non può presentarsi davanti alla Corte Costituzionale. Deve essere un giudice, in un normale processo, che, chiamato ad applicare la presunta norma illegittima, deve valutare se rinviare la questione alla Consulta o meno. 

Facciamo un esempio. Come noto, esiste una legge che vieta ai fumatori di sedersi al tavolino del ristorante nelle stanze frequentate dai non fumatori. Mettiamo che un fumatore ritenga questa norma illegittima, perché discrimina chi ha il vizio del fumo rispetto a chi non lo ha, e quindi sostiene che sia in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, a norma del quale tutti i cittadini sono uguali, e con l’articolo 16 della Costituzione che attribuisce a tutti la libertà di movimento. Ebbene, il fumatore non ha il potere di imporre al titolare del locale di farlo comunque accedere all’area dei non fumatori ma dovrebbe tutt’al più fargli causa e, poi, chiedere al giudice di rinviare gli atti alla Corte Costituzionale affinché giudichi se tale legge, che il gestore del locale ha voluto diligentemente applicare, sia costituzionale o meno.

Insomma, se non si inizia una causa, non saprete mai se una legge è costituzionale o meno.

La sentenza della Corte Costituzionale cancella per sempre la norma: il tutto con effetti retroattivi, salvo i rapporti già esauritisi.

Abbiamo appena detto che solo la Corte Costituzionale può, su richiesta del giudice ordinario, dichiarare incostituzionale una legge.

Se invece si discute sulla legittimità di un atto amministrativo, l’unico organo deputato a cancellare il regolamento, a dichiararlo cioè illegittimo e annullarlo, è il Tar. Il giudice ordinario può solo disapplicarlo al caso concreto.

In sintesi

Tiriamo le fila del discorso. Le norme hanno una loro graduatoria che solo il legislatore è tenuto a rispettare: nell’adottare norme di rango inferiore deve rispettare quelle di rango superiore. Questa graduatoria non riguarda il cittadino che deve sempre rispettare tutte le norme. 

E quanto alla disobbedienza civile da molti invocata come causa di giustificazione per disapplicare le norme ritenute illegittime e contrarie alle libertà, un discorso di questo tipo poteva valere quando non c’era la Costituzione, quando cioè il sovrano o il dittatore poteva adottare tutte le norme che voleva anche quelle in contrasto con i diritti fondamentali dell’uomo. Oggi, invece, che esiste un parametro fisso, ossia la Costituzione, il pericolo non c’è più perché ci sarà sempre un organo, un giudice, e nella specie la Corte Costituzionale, a stabilire se una norma è davvero in contrasto con le libertà dell’uomo.



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1 Commento

  1. Quale incidenza ha una legge europea recepita dal parlamento italiano? Deve essere presa in considerazione da un Tribunale italiano o può essere ignorata?

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