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Tfr: domanda al fondo di garanzia Inps

10 Settembre 2021 | Autore:
Tfr: domanda al fondo di garanzia Inps

In quali casi il lavoratore dipendente di un’azienda insolvente ha diritto al trattamento di fine rapporto a carico dell’Inps.

Il Tfr, o trattamento di fine rapporto, non è un extra che spetta solo al lavoratore che viene licenziato: fa invece parte a pieno titolo della retribuzione del dipendente. In particolare, il Tfr fa parte della retribuzione differita che, pur spettando tutti i mesi, viene erogata- salvo particolari eccezioni, come le ipotesi di anticipazione- alla fine del rapporto di lavoro, anche se il dipendente è dimissionario. Ma che cosa succede se l’azienda, alla cessazione del rapporto, non è in grado di liquidare il trattamento di fine rapporto? In questi casi, va inviata, per il Tfr, domanda al fondo di garanzia Inps.

Il Fondo di garanzia Inps per il Tfr [1] è stato istituito con lo scopo di sostituire il datore di lavoro insolvente nel pagamento della liquidazione del dipendente, una volta terminato il rapporto di lavoro. Il Fondo, tra l’altro, interviene anche per le retribuzioni maturate negli ultimi 3 mesi del rapporto.

Sono i datori di lavoro a finanziare il Fondo di garanzia, mediante il versamento di un contributo all’Inps, che ammonta allo 0,20% per la generalità degli iscritti all’Inps, allo 0,40% per i soli dirigenti industria ex Inpdai e allo 0,30% per i giornalisti iscritti Inpgi.

L’intervento del Fondo di garanzia è subordinato alla cessazione del rapporto di lavoro dipendente, a prescindere dalla causa, alla sussistenza di un credito per il Tfr o di crediti retributivi insoluti ed allo stato di insolvenza del datore di lavoro.

Non beneficiano del Fondo di garanzia i lavoratori dipendenti dalle amministrazioni dello Stato, Regioni, Province e Comuni, i lavoratori dipendenti da aziende agricole (limitatamente a impiegati e dirigenti, il cui Tfr risulta accantonato all’Enpaia e gli operai a tempo determinato), i lavoratori iscritti al Fondo Esattoriali e al Fondo Dazieri.

Domanda Tfr al fondo di garanzia: azienda soggetta al fallimento

Se il dipendente cessato dal rapporto non ha ricevuto il Tfr o le ultime 3 retribuzioni, il Fondo di garanzia dell’Inps può erogare, al posto del datore di lavoro, i crediti spettanti.

Perché intervenga il Fondo di garanzia, qualora il datore di lavoro sia un’azienda o un ente assoggettabile alle procedure concorsuali, è necessario che:

  • il rapporto di lavoro subordinato risulti cessato;
  • sia accertato lo stato d’insolvenza;
  • sia aperta una procedura concorsuale di fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta amministrativa o di amministrazione straordinaria;
  • sia accertata l’esistenza del credito a titolo di Tfr e/o delle ultime 3 mensilità nello stato passivo della procedura.

L’importo erogabile corrisponde all’importo del credito accertato nello stato passivo.

Domanda Tfr al fondo di garanzia: azienda non soggetta al fallimento

Perché intervenga il Fondo di garanzia, qualora il datore di lavoro sia un’azienda o un ente non assoggettabile alle procedure concorsuali, è necessario che:

  • il rapporto di lavoro subordinato sia cessato;
  • al datore di lavoro risultino in concreto inapplicabili le procedure concorsuali: questo requisito è dimostrato con l’esibizione del decreto di rigetto dell’istanza di fallimento emesso dal tribunale;
  • sia verificata l’esistenza del credito per Tfr rimasto insoluto;
  • le garanzie patrimoniali del datore di lavoro, a seguito dell’esecuzione forzata, risultino insufficienti; per la precisione, il requisito si realizza se il lavoratore prova di aver tentato di realizzare il proprio credito in modo serio e adeguato ricercando, con la normale diligenza, i beni del datore di lavoro nei luoghi ricollegabili alla sua persona.

Non è necessario esibire il decreto di rigetto dell’istanza di fallimento quando:

  • si dimostra, dai bilanci dei 3 anni precedenti, che la società non ha i requisiti per poter essere soggetta a fallimento:
    • attivo patrimoniale non superiore a 300mila euro per ciascun esercizio;
    • ricavi lordi non superiori a 200mila euro per ciascun esercizio;
    • ammontare dei debiti, scaduti e non scaduti, non superiore a 500mila euro nell’ultimo bilancio considerato;
  • si dimostra che il datore di lavoro, imprenditore individuale o società di persone, non ha avuto in media più di 3 dipendenti in ciascuno dei 3 anni precedenti;
  • il datore di lavoro risulta cancellato dal Registro delle imprese da oltre un anno.

Accesso al Fondo di garanzia: esecuzione infruttuosa

Per accedere al Fondo è necessario che l’esecuzione sia risultata infruttuosa per insufficienza delle garanzie patrimoniali. Questo si verifica:

  • se il datore è un imprenditore individuale, quando il lavoratore esibisce:
    • il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso i locali dell’azienda e nel luogo di residenza del datore di lavoro;
    • il pignoramento mancato attestato dall’ufficiale giudiziario per irreperibilità o assenza del datore;
  • se il datore è una società di persone, quando il lavoratore esibisce:
    • il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso i locali dell’azienda;
    • il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato nel luogo di residenza di tutti coloro che rispondono illimitatamente delle obbligazioni sociali;
  • se il datore è una società di capitali, quando il lavoratore esibisce il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso le sedi della società, legale e operativa;
  • se il datore è deceduto, dimostrando l’esito negativo delle azioni esecutive eseguite nei confronti degli eredi.

Per quanto riguarda il pignoramento immobiliare, il lavoratore ne dimostra l’infruttuosità rilasciando una dichiarazione sostitutiva di atto notorio da cui risulti, sulla base degli atti della Conservatoria dei registri immobiliari:

  • che il datore non è proprietario di beni immobili nei luoghi di nascita e di residenza;
  • che il datore è titolare di beni immobili gravati da ipoteche, per un valore superiore a quello del bene stesso.

Per quanto riguarda le società di capitali cancellate dal Registro delle imprese, il decreto di chiusura della procedura concorsuale dimostra l’insufficienza delle garanzie patrimoniali.

La Cassazione, con una recente sentenza [2], ha confermato che il lavoratore, creditore del trattamento di fine rapporto nei confronti del datore di lavoro non soggetto a fallimento, per poter chiedere il pagamento del trattamento al Fondo di garanzia istituito presso l’Inps:

  • deve verificare la mancanza o l’insufficienza della garanzia del patrimonio del datore di lavoro, attraverso un serio tentativo di esecuzione forzata;
  • se, una volta eseguita infruttuosamente una forma di esecuzione, è possibile avvalersi di ulteriori forme di esecuzione:
    • deve esperire quelle che, secondo l’ordinaria diligenza, si prospettino fruttuose;
    • non è tenuto ad esperire quelle che appaiano infruttuose o rischiose, qualora, in base a una valutazione verosimile, i costi certi della procedura appaiano superiori ai benefici futuri.

Presentazione della domanda Tfr al fondo di garanzia

La domanda di Tfr al Fondo di garanzia va presentata dal lavoratore esclusivamente attraverso i servizi telematici del sito dell’Inps, presso i Patronati o presso il call center dell’Istituto [3].

La richiesta può essere inviata a decorrere dalla data in cui il credito del lavoratore risulti definito dalla procedura concorsuale o dall’esito negativo dell’esecuzione individuale.

Se il datore non può essere assoggettato alle procedure concorsuali, va allegata la copia conforme del titolo esecutivo sulla base del quale è stata tentata l’esecuzione forzata.

Pagamento del Tfr

II pagamento viene eseguito dal Fondo di Garanzia entro 60 giorni dalla richiesta, con accredito sul conto corrente del beneficiario.

Approfondimenti

Per sapere a quanto ammonta il Tfr ed approfondire tutte le regole leggi l’articolo: Guida al Tfr.


note

[1] Art. 2 L. 297/1982.

[2] Cass. ord. 23591/2021.

[3] Messaggio Inps 2084/2016.

Autore immagine: pixabay.com

Cass. civ., sez. VI – L, ord., 31 agosto 2021, n. 23591

Presidente Doronzo – Relatore Ponterio

Rilevato che:

  1. la Corte d’appello di Napoli ha accolto l’appello dell’INPS ed ha respinto la domanda proposta da F.D. , A.G. e A.D.C. , eredi di A.P. , diretta ad ottenere la condanna dell’INPS, quale gestore del Fondo di garanzia, al pagamento del T.F.R. maturato dal predetto per il lavoro svolto alle dipendenze della società D.N. sas; 2. la Corte territoriale ha dato atto che il lavoratore aveva ottenuto l’accertamento del credito per T.F.R. con decreto ingiuntivo n. 614/2009 emesso dal Tribunale di S. Maria C.V., dichiarato esecutivo per mancata opposizione in data […]; che sulla base di un verbale di pignoramento negativo, il lavoratore aveva proposto ricorso per fallimento; che il ricorso era stato dichiarato improcedibile in data 24.2.12 con la seguente motivazione: “è risultato che l’attività risulta cessata in data 16.4.08 per trasferimento sede all’estero e, per come riconosciuto dalla stessa parte ricorrente, la stessa non risulta essere più continuata in Italia”; 3. ha respinto la domanda rilevando come non risultasse esperito un serio tentativo di esecuzione forzata, non solo nei confronti della società D.N. sas, che aveva trasferito la sede in Lettonia, ma neanche nei confronti del socio accomandatario V.L. , illimitatamente responsabile; 4. avverso tale sentenza gli eredi di A.P. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, illustrati da memoria; l’INPS ha resistito con controricorso; 5. la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Considerato che:

  1. con il primo motivo di ricorso è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 297 del 1982, art. 2, in relazione all’art. 1176 c.c.; 7. si censura la sentenza d’appello per avere negato l’accesso al fondo di garanzia senza considerare che il lavoratore aveva agito con l’ordinaria diligenza ed aveva proposto ricorso per la dichiarazione di fallimento nei confronti della società cancellata e trasferita all’estero, intrapreso la procedura esecutiva, del tutto infruttuosa e aleatoria, presso la sede legale italiana della società, inoltre allegato la visura catastale da cui risultava che la stessa non era titolare di beni mobili sul territorio nazionale; 8. la Corte di merito, addebitando al lavoratore la mancanza della ordinaria diligenza per non aver esperito azioni esecutive nei confronti del socio accomandatario Vaiano, non aveva considerato che, all’atto del trasferimento in Lettonia della sede legale della società, era mutato anche il socio accomandatario; il V. era stato sostituito da R.O. , cittadino lettone, residente presso la ex sede legale italiana della società, luogo ove l’ufficiale giudiziario si è più volte recato senza mai rinvenire qualcuno; 9. col secondo motivo di ricorso è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., per errata percezione della documentazione in atti nonché omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia che è stato oggetto di discussione tra le parti; 10. si denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, anche come difetto di motivazione, l’omesso esame del fatto che, al momento dell’accesso dell’ufficiale giudiziario per procedere al pignoramento presso la sede della D.N. sas (in (omissis) ), il socio accomandatario non era più V. bensì R.O. , residente presso la predetta sede legale; con la conseguenza che il verbale di pignoramento negativo era stato redatto in relazione alla sede della società che era anche residenza del socio accomandatario dell’epoca; 11. i motivi di ricorso possono essere trattati unitariamente per ragioni di connessione logica, e risultano inammissibili; 12. anzitutto, perché essi non censurano la ratio decidendi della sentenza impugnata, che ha ritenuto non assolto l’onere di preventiva esecuzione forzata nei confronti del socio accomandatario V. ; 13. la parte ricorrente si è limitata ad argomentare, a favore della propria ordinaria diligenza, il fatto di avere agito in via esecutiva nei confronti della società presso la sede legale che, all’epoca del tentato pignoramento, non solo era chiusa ma era anche coincidente con la residenza del nuovo socio accomandatario; 14. tale adempimento, ove anche dimostrato (e al riguardo non risultano trascritti nè depositati gli atti e documenti citati nel ricorso), non vale a smentire o contraddire l’affermazione dei giudici di appello sulla mancata esecuzione nei confronti del V. quale socio accomandatario, quindi illimitatamente responsabile, atteso che la cessazione della qualifica di socio accomandatario non comporta il venir meno della responsabilità per i debiti contratti nel periodo di partecipazione alla società; 15. il motivo è comunque infondato, alla luce dei principi affermati da questa Corte (v. Cass. 11379 del 2008; Cass. n. 17593 del 2016) secondo cui il lavoratore, creditore del trattamento di fine rapporto nei confronti di datore di lavoro non soggetto a fallimento, per poter chiedere il pagamento del trattamento al Fondo di garanzia istituito presso l’I.N.P.S., è tenuto a verificare la mancanza o l’insufficienza della garanzia del patrimonio del datore di lavoro attraverso un serio tentativo di esecuzione forzata e, qualora, eseguita infruttuosamente una forma di esecuzione, si prospetti la possibilità di ulteriori forme di esecuzione, è tenuto ad esperire quelle che, secondo l’ordinaria diligenza, si prospettino fruttuose, mentre non è tenuto ad esperire quelle che appaiano infruttuose o aleatorie, allorquando i loro costi certi si palesino superiori ai benefici futuri, valutati secondo un criterio di probabilità; 16. a tali principi si è attenuta la Corte d’appello laddove ha rilevato come, mancando un qualsiasi tentativo di esecuzione forzata nei confronti del socio accomandatario V. , non potesse dirsi soddisfatto l’onere, gravante sul lavoratore, di dimostrare l’insufficienza delle garanzie patrimoniali risultante da un serio e adeguato esperimento dell’esecuzione forzata; 17. per le considerazioni svolte il ricorso va dichiarato inammissibile; 18. le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo; 19. si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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