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Diffamazione su WhatsApp: quando si realizza?

10 Settembre 2021 | Autore:
Diffamazione su WhatsApp: quando si realizza?

Le chat di gruppo e i messaggi di stato possono contenere insulti e vari tipi di offese: il reato c’è se il contenuto viene letto e visualizzato da più persone.

Oggi, comunicare a distanza è facilissimo: basta avere uno smartphone e, tramite un’applicazione di messaggistica come WhatsApp, o i suoi “rivali” Telegram e Messenger, si può inviare un messaggio di testo, o un vocale, a chiunque abbia un numero di telefono e sia dotato dell’applicazione analoga. Questo sistema ha mandato in pensione i vecchi (e costosi) Sms, ed ha anche ampliato i modi di comunicazione, perché WhatsApp consente di trasmettere anche file multimediali, come foto, video e audio. Inoltre, si possono coinvolgere più persone insieme, creando un gruppo di conversazione, o condividere il proprio stato per rendere partecipi tutti i propri contatti dei nostri momenti significativi, come le foto di una vacanza. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che questo potenziamento delle comunicazioni consente di offendere qualcuno a distanza e ciò può costituire diffamazione. In questo articolo vedremo come e quando si realizza la diffamazione su WhatsApp.

Su WhatsApp l’effetto lesivo dell’offesa è amplificato dal fatto che, quando il messaggio non è inviato direttamente al destinatario in forma privata, viene diffuso ad una molteplicità di persone: possono visualizzarlo subito tutti i partecipanti del gruppo in cui esso viene inserito, o addirittura tutti i contatti della rubrica, se si tratta di un messaggio di stato. Nelle discussioni virtuali, che avvengono davanti ad un display e non in presenza diretta, è psicologicamente più facile lasciarsi andare ed esprimere parolacce, o altre espressioni pesanti, che altrimenti con ogni probabilità non verrebbero pronunciate di fronte all’interessato. Ma è proprio l’assenza del soggetto al quale l’insulto è rivolto che costituisce il discrimine tra la più lieve ingiuria, che ormai è stata depenalizzata, e la più grave diffamazione, che invece costituisce reato.

Inoltre, quando si realizza una diffamazione su WhatsApp, il soggetto colpito dalle offese può subire grossi danni, perché la sua reputazione viene lesa di fronte a una pluralità di persone.

Offesa su WhatsApp: è ingiuria o diffamazione?

Innanzitutto, bisogna chiarire un punto fondamentale: chi dialoga con qualcuno tramite WhatsApp e lo offende inviandogli un messaggio sul suo numero non commette diffamazione, ma ingiuria. Infatti, la diffamazione richiede che la persona sia assente nel momento in cui viene pronunciata l’offesa nei suoi confronti; al contrario, l’ingiuria è rivolta ad una persona presente (o che potrà leggere le comunicazioni dirette nei suoi confronti in seguito, quando aprirà l’applicazione).

L’ingiuria è stata depenalizzata nel 2016: pertanto, oggi, non è più reato e costituisce soltanto un illecito civile, dal quale, tuttavia, sorge l’obbligo di:

  • pagare allo Stato una sanzione civile pecuniaria da un minimo di 100 ad un massimo di 8.000 euro (l’importo va da 200 a 12.000 euro se l’offesa consiste in un fatto determinato o è commessa in presenza di più persone, come su una conversazione di gruppo alla quale sta partecipando l’offeso);
  • risarcire i danni provocati alla persona offesa (per avere il risarcimento bisogna avviare una causa civile ed ottenere una sentenza favorevole).

Diffamazione su WhatsApp: quali elementi?

La diffamazione è un’offesa alla reputazione di una persona in quel momento assente. Per realizzarsi, è necessario che le espressioni offensive vengano pronunciate, o comunque percepite, da almeno due persone (diverse dall’offensore, quindi è escluso dal computo colui che ha profferito le frasi). Come hai appena visto, una parolaccia, o un’altra espressione offensiva, rivolta direttamente al soggetto presente e con il quale si sta parlando è ingiuria, (dunque, non è reato), mentre gli stessi termini ed appellativi “dedicati” a un determinato soggetto, ma indirizzati o comunicati anche ad altri che possono percepirli, costituiscono diffamazione.

La diffamazione è un reato punito, nella forma semplice, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Se la diffamazione è aggravata:

  • dall’attribuzione di un fatto determinato, la pena della reclusione sale fino a due anni e la multa fino a 2.065 euro;
  • dal fatto che l’offesa è arrecata col mezzo della stampa, o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (comprese le comunicazioni via Internet e, dunque, anche quelle sui social o attraverso i sistemi di messaggistica) la reclusione va da sei mesi a tre anni e la multa non può essere inferiore a 516 euro.

Diffamazione su WhatsApp: come reagire?

Chi è vittima di diffamazione può presentare una querela entro tre mesi dal momento in cui ha avuto conoscenza del fatto per chiedere la punizione del colpevole, e può costituirsi parte civile nel processo penale instaurato a carico del responsabile, per ottenere il risarcimento dei danni.

Il reato si consuma nel momento in cui l’offesa può essere percepita da almeno due persone; nelle comunicazioni su WhatsApp ciò può avvenire – escluso, ovviamente, il messaggio inviato direttamente al destinatario, che non è pubblico – nelle diverse forme di comunicazione multipla consentite, che sono le chat di gruppo, e i messaggi di stato, cioè le “mini-storie” composte da immagini o piccoli video.

Vediamo più da vicino come funzionano queste forme di comunicazione e cosa comportano ai fini del reato di diffamazione.

Diffamazione nelle chat di gruppo di WhatsApp

I gruppi di WhatsApp possono essere costituiti liberamente e spontaneamente tra gli utenti che utilizzano l’applicazione. Hanno gli scopi più vari: ci sono le chat di famiglia e quelle di condominio, le famose “chat delle mamme” che raccolgono i genitori dei bambini che frequentano l’asilo o la scuola, i gruppi aziendali e tra colleghi di lavoro, quelli ricreativi per associazioni e appassionati di un determinato sport o hobby, ecc.

Siccome la diffamazione richiede che l’offesa venga percepita da almeno due persone e sia pronunciata in assenza del soggetto al quale è riferita, per avere diffamazione nelle chat di gruppo su WhatsApp è indispensabile che:

  • il gruppo abbia almeno due partecipanti diversi dall’offensore e dall’offeso (quindi, in concreto, sia composto da almeno quattro persone);
  • nel momento in cui l’offesa viene inserita (come testo o nel messaggio vocale e nell’immagine) e inviata nella disponibilità dei membri del gruppo, l’offeso non sia presente (tecnicamente, deve essere offline), altrimenti si avrebbe un’ingiuria.

Quando c’è diffamazione in un gruppo WhatsApp?

Per capirci meglio, l’ingiuria è l’offesa rivolta in faccia; la diffamazione è parlare alle spalle. Tradotto nel linguaggio della comunicazione virtuale, c’è presenza quando la persona interessata è collegata all’applicazione in quel momento, e quindi è in grado di percepire i contenuti, anche se è fisicamente distante e a prescindere dal tipo di dispositivo che utilizza (Pc, tablet, smartphone, ecc.). Quindi, il classico “botta e risposta” che avviene anche nelle conversazioni di gruppo, dove alcuni interloquiscono con replica immediata, sarà ingiuria se la persona che viene offesa sta partecipando alla discussione. Se invece l’offeso è assente e si collega dopo, quando il messaggio offensivo nei suoi confronti è già stato letto da almeno altri due partecipanti (oppure non è membro del gruppo e apprende i fatti successivamente), sussisterà il reato di diffamazione. Facciamo un esempio.

Un gruppo di condòmini sta discutendo, nella chat di WhatsApp, del bilancio consuntivo da approvare nella prossima assemblea. Un proprietario dice che l’amministratore (che non partecipa alla discussione) è un ladro, un delinquente e un truffatore, perché ha truccato le cifre ed ha intascato i soldi. L’amministratore ne viene a conoscenza il giorno dopo: è parte lesa del reato di diffamazione compiuto nei suoi confronti e potrà sporgere querela, anche ai fini del risarcimento.

Come si partecipa alle conversazioni? Nei gruppi di WhatsApp si entra tramite invito (l’interessato riceverà un link e cliccando sarà inserito) o mediante aggiunta diretta del numero di telefono da parte di colui che lo ha creato (in questo caso, deve esserci il consenso dell’interessato, altrimenti c’è una lesione della privacy). Il gruppo ha degli amministratori che possono aggiungere o rimuovere i partecipanti. Ogni membro di un gruppo ha accesso a tutte le funzioni di messaggistica di WhatsApp, quindi può inviare messaggi di ogni tipo (testo, audio, video, ecc.) e leggere quelli inseriti dagli altri in questa piccola community.

C’è un modo per vedere chi ha visualizzato un messaggio inviato nei gruppi: il mittente può cliccare sul suo stesso messaggio o fare sopra di esso il tap con il dito per selezionarlo e, aprendo dal menu la voce “info”, gli apparirà l’elenco dei membri con questa indicazione a fianco di ciascuno (ci sarà la consueta doppia spunta blu per chi lo ha letto ed invece la spunta bianca per coloro ai quali è stato soltanto consegnato ma non ancora aperto).

Diffamazione attraverso lo stato di WhatsApp

Lo stato di WhatsApp è una funzione che permette di condividere “storie”, cioè immagini e brevi video, in maniera analoga a quanto avviene sui social come Facebook, Instagram e TikTok. Tutti i contatti inseriti nella rubrica di WhatsApp di colui che ha inserito, o aggiornato, il proprio stato potranno visualizzare questi contenuti, entro le successive 24 ore.

Poiché lo stato non può essere “filtrato” e risulta automaticamente visibile a tutti i contatti presenti (salve specifiche esclusioni, decise dall’utente) e, di solito, le rubriche telefoniche sono spesso composte da decine, o centinaia, di nominativi, la Corte di Cassazione, in una nuova sentenza [1], ha affermato che costituisce diffamazione la pubblicazione, sul proprio stato di WhatsApp, di messaggi offensivi ai danni di una persona. La Suprema Corte ha ritenuto che la «prova della diffusività» dell’offesa in tal modo propagata tramite WhatsApp non richiede la specifica dimostrazione che i vari contatti della rubrica disponessero dell’applicazione e, dunque, potessero effettivamente visionare lo stato contenente il messaggio offensivo. D’altronde, i giudici hanno ritenuto «del tutto razionale» l’intento diffamatorio realizzato attraverso la pubblicazione dello stato offensivo della reputazione altrui, poiché, se fosse mancata questa intenzione, il mittente avrebbe potuto mandare un messaggio individuale al destinatario.


note

[1] Cass. Sent. n. 33219 del 08.09.2021.


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