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Contestazione fiscale all’avvocato in base alle sentenze

10 Settembre 2021
Contestazione fiscale all’avvocato in base alle sentenze

Rettifica dei redditi non dichiarati: il Fisco può contestare all’avvocato ricavi in nero sulla base delle cause iscritte a ruolo. 

È lo spauracchio di ogni avvocato: la possibilità che l’Agenzia delle Entrate, verificando tramite i registri telematici le cause da questi iscritte a ruolo o comunque in cui presta patrocinio, possa accertare un reddito ulteriore oltre a quello dichiarato. 

Si è sempre detto che il Fisco pur potendo eseguire tali controlli, di fatto, non li svolge. Non è vero. E la conferma viene da una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha convalidato la contestazione fiscale all’avvocato in base alle sentenze. Le sentenze provano la prestazione effettuata e la percezione di onorari. Insomma, è un po’ come sbirciare nell’agenda legale.

Il principio fornito dalla Suprema Corte è il seguente: è legittima la rettifica di maggiori redditi nei confronti dell’avvocato che, risultando difensore sulla base di varie sentenze, non è in grado di argomentare le ragioni della mancata percezione dell’onorario. Non è sufficiente, infatti, invocare che dalla contabilità non risulti alcun versamento e quindi, in base al principio di cassa, non sussisterebbe il presupposto impositivo. Né è possibile sostenere che il professionista non si sia fatto pagare, elargendo le proprie prestazioni a titolo gratuito, per farsi pubblicità.

In sintesi: l’Agenzia delle Entrate può contestare al legale i ricavi in nero sulla base delle cause patrocinate dal professionista. Infatti, le sentenze depositate in cancelleria sono delle presunzioni che sorreggono l’accertamento.

Per la Cassazione, tale presunzione è abbastanza grave da sorreggere l’accertamento fiscale. La sentenza stabilisce che, secondo l’orientamento di legittimità, i corrispettivi delle prestazioni delle professioni legali si devono presumere conseguiti quando queste ultime sono terminate per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Quindi, se anche non è possibile effettuare un accertamento sulla base solo delle cause iscritte a ruolo – perché il professionista potrebbe aver rinviato la riscossione della parcella a prestazione già eseguita – è invece sicuramente legittimo farlo una volta che il giudice ha emesso la sua decisione.

Ad avviso dei Supremi giudici, «in tema d’imposte sul redditi, il corrispettivo della prestazione del professionista legale e la relativa spesa si considerano rispettivamente conseguiti e sostenuti quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale».

A uno studio legale associato, e ai soci, l’ufficio delle imposte aveva contestato maggiori ricavi sulla base di sentenze acquisite presso vari uffici giudiziari da cui emergeva che lo studio aveva patrocinato varie difese. I risultati dell’accertamento erano stati oggetto di un contraddittorio preventivo senza che gli associati fossero stati in grado di giustificare la mancata corresponsione dei compensi. I professionisti si sarebbero limitati a rilevare che dalla contabilità non emergeva la corresponsione di alcun compenso e che non erano stati svolti accertamenti sui conti. Pertanto, non era possibile presumere maggiori ricavi mai percepiti.

Dopo due sconfitte in primo e secondo grado, l’Agenzia delle Entrate si è rivolta in Cassazione, lamentando che si trattava di rettifiche analitico-induttive del tutto corrette in quanto basate sulle varie difese patrocinate dai professionisti desunte dalle sentenze acquisite presso gli uffici giudiziari.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’Ufficio. Secondo i giudici di legittimità, il fatto che dalla contabilità non risultasse il versamento di alcun compenso era irrilevante: la rettifica analitico-induttiva prescinde dalla contabilità basandosi su presunzioni gravi, precise e concordanti.

In virtù della pretesa fiscale basata su una prova ottenuta tramite le presunzioni, il contribuente, per difendersi correttamente, avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito ad esempio, secondo la sentenza, producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità dell’esecuzione. In sostanza, è onere del contribuente dimostrare l’esistenza di fattori che avevano impedito o che comunque erano stati idonei ad impedire l’incasso dei compensi.


Secondo la Cassazione, è legittima la rettifica di maggiori compensi nei confronti di un avvocato che, risultando difensore sulla base di varie sentenze, non è in grado di argomentare le ragioni della mancata percezione dell’onorario. Non è sufficiente, infatti, invocare che dalla contabilità non risulti alcun versamento e quindi, in base al principio di cassa, non sussisterebbe il presupposto impositivo.

Nella specie, ad uno studio legale erano stati contestati maggiori compensi sulla base di sentenze acquisite presso vari uffici giudiziari da cui emergeva che lo studio aveva patrocinato varie difese. I risultati dell’accertamento erano stati oggetto di un contraddittorio preventivo senza che i professionisti interessati fossero stati in grado di giustificare la mancata corresponsione dei compensi. Secondo i giudici di legittimità, il fatto rilevato in sede difensiva, che dalla contabilità non risultasse il versamento di alcun compenso, era irrilevante: la rettifica analitico-induttiva prescinde dalla contabilità anche se formalmente regolare basandosi su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 del Codice civile.

In virtù della pretesa fiscale basata su una prova per presunzione, il contribuente per resistere avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito; ad esempio, secondo la sentenza, producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità dell’esecuzione. In sostanza è onere del contribuente dimostrare l’esistenza di fattori che abbiano impedito, o che comunque siano stati idonei ad impedire, l’incasso dei compensi. A nulla vale, invece, obiettare l’inesistenza di violazioni in assenza di versamenti, in quanto nella specie, conclude la sentenza, è ragionevole ritenere che il documento fiscale sia stato omesso proprio per sottrarsi al pagamento delle imposte.

note

[1] Cass. ord. n. 24255/21 del 9.09.2021.


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