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Paypal: come contestare richiesta di rimborso?

2 Ottobre 2021
Paypal: come contestare richiesta di rimborso?

Tramite Facebook ho fatto una vendita che l’acquirente ha voluto pagare con Paypal in modalità “amici e parenti”. Dopo aver ricevuto la merce, il cliente dice che non è interessato e si rivolge alla sua banca per chiedere il rimborso di quanto speso. Adesso, Paypal vuole da me la restituzione del pagamento. Cosa fare?

Sulla scorta della considerazione che il trasferimento ad “amici e familiari” avviene proprio per inviare somme a persone di fiducia, nei confronti delle quali si presume non vi siano particolari esigenze di cautela, non si applica la protezione acquisti che, per citare PayPal «offre il diritto di ricevere un rimborso corrispondente al prezzo di acquisto totale dell’articolo, comprensivo di eventuali spese di spedizione sostenute, in casi di mancata ricezione del prodotto ordinato o qualora l’articolo ricevuto sia significativamente diverso dalla descrizione».

Orbene, nel caso di specie, l’acquirente ha spontaneamente scelto questa modalità di pagamento, peraltro impropriamente, visto che è destinata ad effettuare piccole donazioni, e a suo rischio e pericolo, atteso che non è previsto il rimborso.

A questo punto, è solo possibile avanzare delle ipotesi. Si può ad esempio immaginare che Paypal abbia accettato la richiesta di rimborso perché resasi conto che si trattava di una transazione e non di una donazione ad amici o familiari. Ma anche in questo caso i conti non tornano: Paypal avrebbe infatti dovuto contestare tale circostanza al venditore, cioè esplicare chiaramente le ragioni della richiesta di restituzione dell’importo versato. In tal caso, ci si sarebbe potuti difendere dimostrando che tale modalità di pagamento è stata scelta dall’acquirente.

Un’altra ipotesi è quella per cui, trattandosi di transazione, potrebbe applicarsi il Codice del consumo e, di conseguenza, il diritto di recesso che l’acquirente può esercitare liberamente per ogni acquisto effettuato a distanza, entro il termine di 14 giorni. In un caso del genere, l’acquirente pentito avrebbe diritto alla restituzione di quanto pagato e, a sua volta, dovrebbe restituire quanto ricevuto.

Il diritto di recesso, però, deve essere tempestivamente comunicato (nel termine anzidetto) direttamente al venditore, mediante raccomandata a/r o strumento equivalente (pec). Peraltro, il codice del consumo si applica solo alle operazioni che avvengono tra professionista e consumatore, dovendosi intendere per professionista la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale.

Dunque, anche qualora, nel caso esposto, il venditore dovesse qualificarsi come professionista, il recesso (da esercitare entro 14 giorni) avrebbe dovuto essere comunicato al venditore e non alla banca.

A sommesso avviso dello scrivente, alla luce di quanto esposto e senza avere ulteriori elementi, la procedura intrapresa da Paypal sembra in ogni caso scorretta. Occorrerebbe replicare facendo presente quanto detto sinora, e cioè che la modalità di pagamento scelta liberamente dall’acquirente non prevede rimborso, che nessun recesso è stato comunicato dall’acquirente (ammesso che possa applicarsi il codice del consumo, nei termini anzidetti), che solamente in presenza di una regolare denuncia/querela sporta presso le autorità si può sollevare una contestazione e chiedere il rimborso dei pagamenti. In genere, è questa la procedura che viene seguita da ogni tipo di istituto di credito e dalle grandi compagnie (società di telefonia, ecc.) ogni volta che ci sono anomalie sui conti.

Non è possibile bloccare un pagamento effettuato o chiederne il rimborso sulla scorta di una semplice segnalazione unilaterale o di un ripensamento. L’acquirente avrebbe dunque dovuto procedere a sporgere denuncia alle autorità e, solo successivamente, allegando tale atto, chiedere il rimborso. È infatti astrattamente possibile che qualcuno abbia effettuato un accesso abusivo al suo conto e abbia moltiplicato alcune piccole operazioni, come ad esempio le donazioni di cui ci occupiamo. Peraltro, a scongiurare quest’ultima ipotesi vi sono le chat di Facebook.

Alla luce di ciò, è consigliabile replicare a Paypal ricordando che:

  • la modalità di transazione a favore di amici e parenti non prevede alcun rimborso. Eventuali contestazioni dovrebbero dunque essere provate;
  • se v’è stata una manomissione/un accesso abusivo all’account dell’acquirente, allora una procedura di rimborso è legittimata solamente se è già stata sporta denuncia/querela presso le autorità. In caso contrario, non ci sono giustificazioni per accogliere la richiesta.

A ciò, si abbia cura di allegare la documentazione che attesta la spontaneità delle transazioni effettuate dal donante.

Infine, è bene paventare a Paypal le conseguenze di un illegittimo rimborso: nel caso di ingiusto accoglimento della contestazione, si potrà procedere legalmente per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla restituzione ingiustificata delle somme di danaro. È opportuno dunque concludere riservandosi di agire legalmente non solo contro l’acquirente, ma anche contro Paypal stesso.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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