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Quanto costa impugnare un testamento?

29 Novembre 2021 | Autore:
Quanto costa impugnare un testamento?

Chi agisce in giudizio per la nullità o l’annullabilità di un testamento, deve affrontare le spese iniziali della procedura e quelle dell’onorario dell’avvocato.

La possibilità di impugnare un testamento è espressamente prevista dalla legge. Tuttavia, presuppone l’avvio di una causa civile assai lunga e articolata per i diversi istituti giuridici di cui bisogna tenere conto e i complessi mezzi di prova da espletare, necessari per accertare l’invalidità dell’atto (vedi una perizia calligrafica o una consulenza medico-legale tesa a dimostrare l’incapacità del testatore al momento della redazione del testamento). Senza dimenticare le spese del giudizio, in genere piuttosto impegnative. Quanto costa impugnare un testamento?

Determinare a priori il costo della causa non è semplice, potendo variare in relazione al tipo di vizio che si lamenta e alla complessità del procedimento. Prima di rivolgersi al tribunale competente è obbligatorio tentare la conciliazione innanzi ad un organismo di mediazione riconosciuto dal ministero della Giustizia.

Se la mediazione riesce, i costi saranno notevolmente ridotti. In caso contrario, sarà opportuno chiedere un preventivo scritto al legale al quale si intende conferire mandato per la causa. Nel preventivo, il professionista dovrà indicare l’ammontare della propria parcella, al cui rispetto sarà, poi, vincolato anche se l’insorgere di problematiche non prevedibili a priori, potrebbero comportare un aumento delle spese del giudizio.

Prima di esaminare più nel dettaglio l’argomento relativo ai costi per impugnare un testamento, vediamo quali sono i presupposti dell’azione, cioè i soggetti, i motivi e i tempi dell’impugnazione.

Chi può impugnare un testamento e quando?

Chiunque abbia un interesse concreto e diretto può impugnare un testamento, cioè può chiedere l’intervento del giudice sul contenuto dell’atto, citando tutti gli eredi o coeredi e anche i legatari, cioè coloro che acquisiscono specifici diritti ereditari, beni o quote del patrimonio.

Un testamento si può impugnare solo dopo la morte del testatore, quando, cioè, diventa irrevocabile. I vizi che possono determinarne l’inefficacia, parziale (annullabilità) o totale (nullità), si possono così schematizzare:

  • difetti di capacità del testatore, tali da incidere sulla sua capacità di intendere e di volere. Il Codice civile prevede espressamente che non possono disporre per testamento i minori di età, gli interdetti per infermità mentale e coloro che sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui hanno redatto il testamento. È questo il caso di un soggetto dedito all’uso di sostanze stupefacenti che redige testamento mentre si trova sotto l’effetto di cocaina [1];
  • vizi di forma, che si hanno quando l’atto viene redatto senza osservare le formalità prescritte dalla legge. Ad esempio, un testamento che non è stato sottoscritto dal testatore oppure che è privo di data;
  • vizi di sostanza, cioè del contenuto del testamento, difforme dalle previsioni di legge. Si pensi a un testamento con il quale vengono violate le quote di legittima, di cui parleremo di qui a poco;
  • vizi di volontà del testatore, ovvero errore, violenza o dolo. Vedi il testatore che lascia in eredità un bene che erroneamente credeva suo o il soggetto che viene costretto a redigere testamento in un determinato modo perché minacciato fisicamente.

Quali sono i termini per impugnare un testamento?

I termini per impugnare un testamento cambiano in relazione al tipo di vizio che si intende far valere.

In particolare, se si intende eccepire la nullità dell’atto, possibile quando il contenuto del testamento presenta gravi difetti di forma, è contrario alla legge o il testatore è stato costretto con la violenza fisica, non ci sono limiti temporali ma l’azione può essere esercitata in ogni momento.

Invece, nell’ipotesi di annullabilità, ovvero in caso di incapacità di intendere e di volere del testatore, di difetti di forma meno gravi di quelli che determinano la nullità (ad esempio, un testamento non datato) o per vizi della volontà, l’azione va esercitata entro cinque anni dal giorno in cui si è data esecuzione alle disposizioni testamentarie [2].

È opportuno evidenziare che quando il testamento è nullo non produce alcun effetto ed è come se non fosse mai esistito.

Quando è annullabile, produce gli effetti a cui è diretto ma questi possono essere eliminati impugnando l’atto in tribunale nel termine prescritto. Quindi, le disposizioni testamentarie rimangono efficaci fino a quando non sono impugnate e non vi è la sentenza. Se decorrono i termini previsti per l’azione di annullamento, le disposizioni testamentarie non potranno essere più impugnate e saranno definitivamente efficaci.

Per contestare la lesione di legittima il termine è di 10 anni dall’apertura della successione [3]. Nello specifico, si ha lesione di legittima quando un testamento viola i diritti dei cosiddetti legittimari, ovvero dei parenti più stretti del defunto (il coniuge, i figli, i genitori), ai quali per legge spettano determinate quote del patrimonio. In tal caso, questi soggetti possono agire in giudizio mediante l’azione di riduzione per chiedere l’annullamento delle singole disposizioni lesive delle quote di eredità loro spettanti. Prima, però, devono accettare l’eredità con beneficio di inventario.

Quanto costa impugnare un testamento?

Per rispondere correttamente alla domanda bisogna considerare che i costi per impugnare un testamento si possono distinguere in due categorie.

Nella prima categoria sono ricompresi:

  • il contributo unificato, che è la tassa da versare allo Stato quando si inizia la causa civile e viene calcolata sul valore della controversia. In tal caso, bisogna considerare la quota di eredità contestata, cioè quella che spetta a chi agisce in giudizio. Esiste un’apposita tabella ministeriale, che va da un minimo di 43 euro, per le cause di valore fino a 1.100 euro, a un massimo di 1.686 euro per le cause di valore superiore a 520.000 euro;
  • le spese per la notifica degli atti (più sono le parti del giudizio, maggiori sono le spese di notifica), sempre che non sia possibile notificare tramite posta elettronica certificata, peraltro, a costo zero;
  • i bolli da apporre sulle copie degli atti;
  • le spese vive (ad esempio, i costi di trasferta nel caso in cui il tribunale si trova in un’altra città, quelli delle eventuali fotocopie degli atti per la formazione del fascicolo di causa o della documentazione da allegare);
  • l’imposta di registro, da pagare al momento della pubblicazione della sentenza.

L’altra categoria di spese è rappresentata dall’onorario dell’avvocato, che può essere concordato liberamente tra le parti, senza rispettare limiti tariffari, e può cambiare da professionista a professionista.

In genere, il legale chiede un importo compreso tra il 7% e il 15% rispetto al vantaggio economico che il proprio cliente dovrebbe ricevere dalla causa in caso di accoglimento della domanda.

Se il cliente è titolare di un reddito imponibile ai fini dell’Irpef, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a 11.746,68 euro, può beneficiare del gratuito patrocinio. In pratica, non paga il contributo unificato, i bolli, le spese di notifica e l’onorario dell’avvocato, che sono a carico dello Stato. Tuttavia, se perde la causa e il giudice lo condanna alle spese del procedimento, è tenuto a pagarle.

Per un approfondimento sull’argomento è consigliata la lettura dell’articolo “Fare causa a qualcuno quanto costa”.


note

[1] Art. 591 cod. civ.

[2] Art. 606 cod. civ.

[3] Art. 554 cod. civ.


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