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Disconoscimento paternità: entro quando si può fare?

30 Novembre 2021 | Autore:
Disconoscimento paternità: entro quando si può fare?

Per la Corte Costituzionale è illegittimo il passaggio del Codice civile che stabilisce diverse decorrenze dei termini in base ai motivi dell’azione.

Tre cose sono indiscutibili nella vita: le tasse, la morte e la madre. Sul padre, oggettivamente, qualche dubbio ci potrebbe essere, a meno che ci sia un’evidente somiglianza. Se, ad esempio, da mamma e papà biondissimi nascesse un bambino mulatto, la fedeltà della moglie potrebbe essere messa seriamente in discussione. Ovviamente, siamo agli estremi: ci sono anche dei casi in cui dopo il parto tutto sembra filare liscio e, dopo qualche tempo, qualcosa fa pensare che il bimbo possa essere frutto di un’avventura extraconiugale della mamma. In situazioni del genere, il disconoscimento della paternità entro quando si può fare?

Poniamo il caso della moglie che dice al marito: «Tesoro, sono incinta». Lui sa che «tecnicamente» la gravidanza ci sta, visto che nelle ultime settimane è stato, diciamo così, coinvolto in prima persona nel concepimento. Passano i nove mesi, nasce il bambino e lui lo riconosce come figlio (anche) suo. Trascorso un certo tempo, il marito viene a sapere che lei ha avuto una relazione extraconiugale. Neanche a farlo apposta, il periodo in cui si vedeva con un altro coincide con quello in cui è stato concepito il bambino. I dubbi diventano certezze quando, messa alle strette, la moglie confessa al coniuge che il figlio potrebbe non essere suo. Certo, c’è il test del Dna ma, per principio, lui decide di chiamarsi fuori, di chiedere il divorzio e di non voler più sapere del bambino, chiedendo che gli venga tolto lo status di genitore. In un caso simile, entro quando si può fare il disconoscimento della paternità?

È vero che il limite temporale viene fissato dal Codice civile. Ma è altrettanto vero che la Corte Costituzionale l’ha recentemente rivisto. Vediamo come.

Disconoscimento della paternità: che cos’è?

Il Codice civile prevede il disconoscimento della paternità come un’azione volta ad equilibrare una situazione di fatto e una situazione di diritto. Esiste, infatti, una presunzione di paternità che attribuisce il figlio ai genitori uniti in matrimonio. In sostanza, si dà per stabilito che un bambino nato da una coppia sposata abbia come genitore maschio il marito della madre. Anche se, come si sa, nella pratica non sempre è così.

E proprio perché qualche volta ci può essere una «sorpresa» non voluta, del tutto inaspettata soprattutto da parte di chi pensava di essere il papà della creatura e, invece, si ritrova ad essere solo un uomo tradito, la normativa consente di chiedere il disconoscimento della paternità a chi ne abbia interesse, in modo da ottenere una sentenza che stabilirà l’amara verità: il bambino non è il figlio di chi pensava di essere il padre.

Contrariamente a quel che si può pensare, però, l’azione di disconoscimento non deve essere esercitata per forza dal «mancato padre»: anche la madre o il figlio stesso, purché maggiorenne, possono chiedere ad un tribunale di pronunciarsi in tal senso. A patto, però, che ci siano delle motivazioni in grado di convincere il giudice a farlo.

Disconoscimento della paternità: quando si può chiedere?

Fino a non molto tempo fa, il disconoscimento della paternità poteva essere fatto:

  • quando il figlio è nato dopo 300 giorni dall’inizio della separazione legale: in teoria, non ci sarebbero stati i «tempi tecnici» per concepirlo prima di andare ciascuno per conto suo;
  • quando i coniugi non hanno convissuto nel periodo tra i 300 ed i 180 giorni prima del parto, per gli stessi motivi;
  • in caso di impotenza del marito, anche solo a generare, clinicamente accertata.

La riforma del Codice civile del 2013 ha eliminato questi limiti, il che significa che l’azione di disconoscimento della paternità può essere sempre fatta, purché se ne dimostri la fondatezza. La legge, infatti, tutela in primis gli interessi del bambino e ciò vuol dire che per disconoscere la paternità ci devono essere delle motivazioni solide e rigorosamente provate, a fine di evitare che qualcuno, per qualsiasi ragione, decida di non prendersi più le proprie responsabilità come legittimo genitore.

A tal fine, il Codice civile dice soltanto che chi avvia l’azione per il disconoscimento «è ammesso a provare la mancata sussistenza del rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre». Ciò può essere fatto tramite un test del Dna o attraverso le dichiarazioni di validi testimoni (ad esempio, chi può certificare che nel periodo del concepimento il marito si trovava all’estero per lavoro). D’altro canto, però, il Codice aggiunge che «la sola dichiarazione della madre non esclude la paternità». Insomma, il fatto che la donna dica di aver messo al mondo un figlio concepito con un altro non basta a scartare la paternità del marito.

A tutto ciò, la Cassazione [1] aggiunge la necessità di avere la certezza di una relazione adulterina oppure di un avvenuto incontro a carattere sessuale, dunque «idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere».

Disconoscimento della paternità: entro quando va richiesto?

Il disconoscimento della paternità va in prescrizione? Ci sono dei termini oltre i quali, se hai riconosciuto il figlio dopo il parto, ormai te lo tieni come tale? Il Codice civile – come ha ricordato anche la Cassazione – stabilisce che «la decorrenza del termine di esperibilità dell’azione si riverbera sulla disciplina della prova, nel senso che l’attore deve assolvere l’onere a cui è tenuto fornendo la dimostrazione del momento in cui ha conosciuto, in termini di certezza, l’esistenza di una condotta della moglie idonea al concepimento per opera di altri».

Recentemente, la Corte Costituzionale [2] ha dichiarato illegittima la norma del Codice civile [3] secondo cui chi dovesse aver effettuato il riconoscimento della paternità ha l’obbligo di esercitare l’eventuale azione di disconoscimento per motivi diversi da quello riguardante l’impotenza entro un anno dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita. In caso di impotenza, invece, il termine di un anno decorre solo dal momento in cui si viene effettivamente a conoscenza della disfunzione.

Secondo la Corte, però, questa disparità di trattamento viola alcune disposizioni della Costituzione, in particolare il principio di uguaglianza espresso nell’articolo 3 della Carta, e la normativa europea che salvaguarda i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo. In sostanza, si legge nella sentenza, nulla giustifica la scelta di far decorrere il termine annuale per poter disconoscere la paternità partendo da due fatti diversi.

In conclusione, secondo la Corte Costituzionale il termine di decorrenza per l’azione di disconoscimento deve scattare non quando il figlio viene riconosciuto sull’atto di nascita ma quando viene scoperta la non paternità di chi, fino a quel momento, pensava di essere il genitore biologico del bambino.


note

[1] Cass. sent. n. 19324/2020.

[2] Corte cost. sent. n. 133/2021.

[3] Art. 263 co. 3 cod. civ.


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