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Durante le pause sul lavoro c’è obbligo di reperibilità?

15 Settembre 2021 | Autore:
Durante le pause sul lavoro c’è obbligo di reperibilità?

Le interruzioni brevi rientrano nel conteggio delle ore lavorative? In questo arco di tempo bisogna rimanere a disposizione del datore per chiamate e rientri?

L’essere umano non è una macchina capace di stare costantemente accesa: ogni tanto, ha bisogno di staccare la spina per rigenerarsi. Questo accade anche sul lavoro, dove, infatti, sono previste delle pause (molti prendono delle interruzioni anche se non sono concesse, ma questo è un altro discorso). Si tratta, però, di capire se questo tempo concesso al lavoratore è “sacro” o se, invece, il datore può interferire e permettersi di chiamare il suo dipendente anche mentre è legittimamente in relax. In termini giuridici, la domanda si pone così: durante le pause sul lavoro c’è obbligo di reperibilità?

La Corte di Giustizia Europea, chiamata a decidere la questione, ha affermato un principio molto chiaro: se la pausa può essere interrotta in qualsiasi momento dal datore di lavoro, allora non è una “vera” pausa. La conseguenza è che questo tempo va conteggiato nell’orario di lavoro. Infatti, il dipendente è sempre considerato la parte debole del rapporto: per questo motivo le direttive europee, e le leggi italiane, impongono dei precisi limiti oltre i quali il datore non può disporre arbitrariamente del diritto dei dipendenti al riposo.

Se durante le pause sul lavoro c’è obbligo di reperibilità, il lavoratore è costretto a stare sempre sul “chi va là”, è in apprensione costante al pensiero che il capo possa chiamarlo in qualsiasi momento e farlo rientrare immediatamente. In questo modo, viene meno la funzione essenziale della pausa, che è quella di riposo e ristoro. In questo articolo, vedremo cosa ha detto precisamente la Corte europea su questo importante tema, ma prima di tutto chiariamo qual è il regime delle pause e della reperibilità.

Pausa sul lavoro: quanto dura?

Innanzitutto, bisogna sapere che ogni lavoratore dipendente ha diritto a un riposo giornaliero dal lavoro che non può essere inferiore a 11 ore, salvo casi eccezionali. In questo periodo di riposo, però, non sono conteggiate le pause quotidiane, che ora esamineremo.

La pausa sul lavoro è prevista dalla legge [1] come obbligatoria quando l’orario giornaliero è superiore a 6 ore e deve durare non meno di dieci minuti continuativi. Questa interruzione viene spesso abbinata alla pausa pranzo, che dura da mezz’ora a un’ora a seconda del tipo d’impiego e, in particolari casi, può arrivare a due ore. Sono consentite altre pause inferiori, come quella necessaria per andare al bagno ed espletare i propri bisogni fisiologici e, a seconda degli usi aziendali, la pausa caffè (alcuni datori tollerano anche la “pausa sigaretta” per i fumatori).

La durata specifica delle pause è regolamentata, insieme alle modalità della loro fruizione, in ogni contratto collettivo di lavoro per ciascun settore e comparto d’impiego. I videoterminalisti che lavorano al computer per più di 20 ore settimanali hanno diritto a una pausa ulteriore di 15 minuti ogni due ore (in questo caso, però, la pausa non significa completa astensione dal lavoro ma può consistere in un cambio di attività che non richieda l’uso di sistemi informatici).

Tutte queste pause non rientrano nell’orario di lavoro, ad eccezione di quelle dovute a forza maggiore, come quella per recarsi ai servizi igienici. Per sapere come viene considerato il tempo occorrente a indossare la divisa leggi l’apposito articolo “Tempo tuta: quando va retribuito“.

Obbligo di reperibilità: come funziona?

La reperibilità consiste nell’obbligo del lavoratore dipendente di rendersi disponibile, nei momenti in cui è al di fuori dell’orario stabilito, a rispondere alle chiamate del datore e a recarsi sul posto di lavoro se necessario. Quindi, non può parlarsi di reperibilità durante l’ordinario orario di lavoro, cioè in un periodo in cui il dipendente è già a disposizione del datore. La reperibilità presuppone che il lavoratore sia fuori servizio nel momento in cui arriva la richiesta del suo intervento.

L’obbligo di reperibilità viene stabilito contrattualmente per fronteggiare esigenze urgenti e indifferibili della produzione o dei servizi erogati. La reperibilità non è disciplinata direttamente dalla legge, che affida questo compito alla contrattazione collettiva e agli accordi individuali tra il datore e il dipendente.

Il periodo di reperibilità deve essere remunerato con un’apposita indennità; se poi il dipendente chiamato si reca al lavoro, gli spetta la normale retribuzione per le ore prestate, più le eventuali maggiorazioni per lavoro straordinario o supplementare.

Diritto alle pause e obbligo di reperibilità: rapporti

La nuova sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea [2], alla quale ti accennavamo all’inizio, ha affermato che la pausa del dipendente non può essere considerata tale se egli è tenuto ad effettuare un eventuale intervento rapido, richiestogli dal datore di lavoro. Quindi, l’obbligo di reperibilità può essere previsto anche durante i periodi di pausa, ma in tal caso deve considerarsi incompatibile con la concreta fruizione della pausa stessa.

In effetti, una direttiva europea [3], immediatamente applicabile in tutti gli Stati membri dell’Unione, stabilisce che nell’orario di lavoro rientrano tutti i momenti in cui il lavoratore rimane a disposizione del datore. Perciò, se durante la pausa egli è obbligato alla reperibilità, è evidente che non starà godendo del periodo di riposo previsto dalla legge. Al contrario, «tutto questo periodo – sottolinea la sentenza della Corte europea – deve essere qualificato come orario di lavoro».


note

[1] Art. 8 D.Lgs. n. 66 del 08.04.2003.

[2] C.G.U.E. sent. n. C-107/19 del 09.09.2021.

[3] Direttiva n. 2003/88/CE.


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3 Commenti

  1. E’ chiaro che se un lavoratore è in pausa o in ferie dovrebbe staccare completamente i contatti con tutti per riposarsi davvero. Ma non è sempre così sia perché spesso può essere interrotto da urgenze, sia perché c’è bisogno di una sostituzione, sia perché è lui stesso a non riuscire a non pensare al lavoro.

  2. Io svolgo un’attività lavorativa per cui, anche se sono in un momento di pausa o sono andato in vacanza, posso essere sempre reperibile quindi devo armarmi e andare a lavorare all’occorrenza. Non è semplice perché magari sei in famiglia e ti trovi da tutt’altra parte ma è richiesto il tuo intervento e allora non puoi rifiutare. Quindi, che fai? Lasci tutto e scappi al lavoro

  3. Ci sono datori di lavoro che concedono tranquillamente la pausa caffè e sigaretta. Per chi ha il vizio del fumo, dopo il caffè, la sigaretta è automatica. Il bello però è che così facendo la produttiva non cala, anzi il lavoratore è maggiormente stimolato a produrre di più durante l’orario lavorativo perché stacca quei 5/10 minuti che, talvolta, sono necessari per recuperare le energie. Ovviamente, la pausa non deve essere ripetuta ogni ora, altrimenti non c’è nemmeno il tempo di iniziare il lavoro che già ci si distrae. Ma dopo tre ore consecutive, un attimo di stacco ci sta.

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