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Bonifico accreditato troppo tardi: c’è il risarcimento?

15 Settembre 2021 | Autore:
Bonifico accreditato troppo tardi: c’è il risarcimento?

La banca deve riconoscere qualcosa al correntista quando i soldi arrivano con notevole ritardo? Ecco la risposta della Cassazione.

Hai fatto un acquisto importante fidandoti del fatto che nell’arco di un paio di giorni riceverai sul conto corrente i soldi che ti servono per completare il pagamento. Passano quei due giorni, passa una settimana ma dell’accredito nemmeno l’ombra. Non sai nemmeno dove sbattere la testa, a chi chiedere un prestito per evitare dei problemi, visto che la cifra di cui hai bisogno è elevata. Non dormi la notte, sei in preda all’ansia, devi fare ricorso a qualche medicinale per cercare di vivere tranquillo in attesa di quei maledetti soldi. Ti chiedi se per un bonifico accreditato troppo tardi c’è il risarcimento, visto il periodo che ti tocca passare non certo per colpa tua.

Un quadro dai colori troppo esagerati, quello che abbiamo appena dipinto? Nemmeno per sogno, visto che la Cassazione si è occupata recentemente di un caso simile a questo e ha deciso di condannare la banca al risarcimento per il bonifico arrivato troppo tardi. Non solo per il problema pratico di dover pagare un creditore ma, soprattutto, per le conseguenze fisiche e psicologiche che il cliente dell’istituto ha dovuto subire nel frattempo. Figuriamoci se il ritardo del bonifico interessa la pensione o lo stipendio: i pagamenti fissi (bollette, abbonamenti, polizze, ecc.) sono comunque da fare anche se l’accredito non c’è. Vediamo come ha motivato la Suprema Corte la sua decisione.

Bonifico bancario: quali sono i tempi?

Di norma, i tempi per l’accredito del bonifico bancario sono i seguenti:

  • 1 giorno se coincidono la banca e la filiale di chi dispone il pagamento e del destinatario dei soldi;
  • 2 giorni se coincide la banca di entrambi ma non la filiale;
  • 3 giorni se si tratta di due banche diverse.

Tuttavia, è fondamentale tenere in considerazione l’orario in cui chi dispone il bonifico dà il via all’operazione. È il cosiddetto orario di «cut-off», vale a dire l’ora stabilita dall’istituto di credito entro il quale l’ordine si considera ricevuto nella giornata in corso. Il bonifico che viene fatto oltre quell’ora viene considerato effettuato il giorno lavorativo successivo.

Se, per esempio, una banca fissa l’orario di cut-off alle 15.30 ed un cliente dispone il bonifico il venerdì alle 15, l’operazione verrà eseguita lo stesso venerdì. Se, invece, l’ordine viene fatto alle 16, si considera arrivato il lunedì successivo.

Questo orario, come detto, cambia di banca in banca. Quindi, occorre verificarlo nel proprio istituto di credito.

Se il bonifico viene disposto all’estero, i tempi di accredito sono diversi se è stato effettuato in un Paese dell’Unione europea o di uno Stato extra Ue. Nel primo caso, il bonifico Sepa può impiegare fino a tre giorni, mentre quello che arriva da fuori dai confini comunitari può impiegare dai sette ai dieci giorni.

Ti invitiamo a leggere la nostra “Guida al bonifico bancario: i tempi di accredito“.

Bonifico bancario: che succede se arriva troppo tardi?

Non sempre i tempi sopra indicati vengono rispettati, spesso per problemi tecnici. Il problema è che chi aspetta i soldi si trova tra la spada e il muro, tra il creditore che vuole essere pagato e un conto corrente senza il denaro sufficiente per poterlo fare. Si rischia di finire nella lista dei cattivi pagatori, di dover pagare degli interessi di mora, di dover affrontare dei problemi seri. E tutto per colpa di un bonifico che arriva troppo tardi.

La Cassazione [1] si è occupata recentemente del caso di un correntista la cui pazienza è stata messa a dura prova, con i conseguenti problemi di salute legati all’ansia di attendere una cifra che non veniva mai accreditata: basti pensare che il bonifico in questione superava i 250mila euro. E che è arrivato dopo oltre un mese dal momento in cui è stato fatto l’ordine.

Un mese abbondante di inferno, dunque. Che succede in casi come questo? Secondo la Suprema Corte, la banca è tenuta al risarcimento del danno morale del correntista. La lunga attesa, infatti, ha provocato nel cliente quello che i giudici di legittimità hanno definito «un evidente patema d’animo», che si è tradotto in notti insonni e in un inevitabile uso di psicofarmaci.

La Cassazione spiega nella sua sentenza (che trovi in fondo a questo articolo) che «il danno morale, inteso come sofferenza soggettiva, rappresenta una voce dell’ampia categoria del danno non patrimoniale e ben può derivare da un inadempimento contrattuale che pregiudichi un diritto inviolabile della persona», e, aggiunge, «deve trattarsi di un danno da stress o da patema d’animo, la cui risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio sofferto dal titolare dell’interesse leso».


note

[1] Cass. sent. n. 24643/2021 del 13.09.2021.

Cass. civ., sez. I, sent., 13 settembre 2021, n. 24643

Presidente De Chiara – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 24 gennaio 2018, in parziale accoglimento delle domande di V.P. , già rigettate dal tribunale, ha condannato la ING Bank al risarcimento del danno non patrimoniale, determinato in Euro 5000,00, per il ritardo nell’accredito di Euro 253385,70, sul conto corrente dell’attore, solamente in data 23 gennaio 2014 – in relazione al bonifico ordinato dalla società Cinquecento Investments s.a. in data (OMISSIS) – per il patema d’animo subito dal correntista, avendo peraltro escluso l’esistenza del danno biologico per la non dimostrata patologia nevrotica.

Avverso questa sentenza la ING ricorre per cassazione, cui resiste V.

Il Pubblico Ministero ha depositato requisitoria scritta e le parti hanno depositato memorie.

Il ricorso è stato trattato in Camera di consiglio senza l’intervento del Procuratore generale e dei difensori delle parti, secondo la disciplina dettata dal D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis, inserito dalla Legge di Conversione 18 dicembre 2020, n. 176.

Ragioni della decisione

Con un unico motivo la banca ricorrente denuncia violazione degli artt. 2697,2727,2729 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., per avere violato il principio secondo cui per presumere il fatto ignoto (il “sensibile patema d’animo”) da un fatto noto la legge richiede l’esistenza di più “presunzioni gravi, precise e concordanti”, mentre nella specie la corte aveva desunto l’esistenza del danno non patrimoniale da un’unica presunzione, costituita dal fatto che il bonifico aveva ad oggetto una “cospicua somma”, non essendo idoneo a fondare la prova presuntiva il ritardo di circa un mese nell’accredito.

Il motivo è infondato.

Il danno morale, inteso come sofferenza soggettiva, rappresenta una voce dell’ampia categoria del danno non patrimoniale e ben può derivare da un inadempimento contrattuale che pregiudichi un diritto inviolabile della persona (cfr. Cass. n. 21999 del 2011); deve trattarsi di un danno da stress o da patema d’animo, la cui risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio sofferto dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava l’onere della relativa allegazione e prova, anche attraverso presunzioni semplici (cfr. Cass. 19434 del 2019, 907 e 23754 del 2018, 2886 del 2014). È noto che nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità desumibile da regole di esperienza (cfr. Cass. 8605 del 2015, 656 del 2014).

Nella specie, la sentenza impugnata ha accertato, in via presuntiva, l’esistenza del danno lamentato per il patema d’animo subito in conseguenza del ritardo – integrante un incontestato adempimento tardivo – nell’accredito di una cospicua somma di denaro da parte della banca, che aveva provocato al correntista notti insonni e la necessità di assumere psicofarmaci.

Si tratta di una valutazione di tipo presuntivo insindacabile dal giudice di legittimità, quanto alla sussistenza degli elementi posti a base della presunzione e alla loro rispondenza ai requisiti di cui all’art. 2729 c.c., comma 1, tanto più che il giudice può fondare su una sola presunzione, purché grave e precisa, l’unica fonte del convincimento (cfr. Cass. 23153 del 2018, 16993 e 19088 del 2007, 4472 del 2003, 914 del 1999).

Erra, infatti, la ricorrente quando sostiene la necessità che il convincimento del giudice debba fondarsi su più presunzioni e non su una sola presunzione semplice, come si desumerebbe dal riferimento nell’art. 2729 c.c., alla concordanza delle presunzioni, secondo una opzione ermeneutica non seguita dalla giurisprudenza che ammette la validità dell’inferenza deduttiva anche quando sia fondata su una sola presunzione (il requisito della concordanza “è prescritto esclusivamente nell’ipotesi di un eventuale, ma non necessario, concorso di più elementi presuntivi”, cfr. Cass. n. 2482 del 2019).

La possibilità che da un certo fatto noto possa risalirsi per via di deduzioni logiche ad un fatto ignoto costituisce oggetto di un apprezzamento di fatto del giudice di merito, censurabile in sede di legittimità nei ristretti, e qui non rilevanti, limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 10253 del 2021).

Il ricorso è rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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