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Mantenimento figli adulti: quando finisce?

17 Settembre 2021 | Autore:
Mantenimento figli adulti: quando finisce?

A quale età cessa il contributo economico di mamma e papà? Come si calcola l’importo dell’assegno dovuto dai genitori separati e divorziati?

Determinare se e fino a quando un figlio divenuto maggiorenne debba ancora essere mantenuto dai genitori è un’operazione ardua. Molte cause di separazione o di divorzio si concentrano proprio su questo delicato aspetto. E la litigiosità aumenta quanto più i figli progrediscono nell’età, ma non sempre nei redditi, perché spesso non trovano lavoro) e diventano trentenni o più. Così molti genitori – ma anche molti giovani – si domandano: quando finisce il mantenimento dei figli adulti?

In questo articolo vedrai che l’obbligo di mantenimento dei figli non dura per sempre, ma si affievolisce con l’aumentare dell’età fino a cessare del tutto quando essi completano gli studi, trovano un lavoro e così diventano economicamente indipendenti. Questa è la linea sostenuta dalla giurisprudenza più recente che ti esporremo. In generale, i giudici fissano la soglia oltre la quale scatta lo stop al contributo di mamma e papà al raggiungimento dei 30 o 35 anni di età, a condizione che si tratti di figli capaci di trovare un’occupazione remunerata; altrimenti un figlio disabile, o gravemente malato, o con pesanti difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro non dovute a sua colpa ha sempre diritto di essere mantenuto.

C’è obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni?

I genitori sono tenuti a «mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio»: è un obbligo imposto direttamente dalla Costituzione [1], che non distingue in base all’età. La legge [2] precisa che questo dovere – al quale corrisponde un correlativo diritto dei figli – deve compiersi «nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni». Quindi, man mano che i figli crescono, l’obbligo di contribuzione economica è destinato ad aumentare: da quando diventano adolescenti bisogna fornire loro – ovviamente in relazione alle disponibilità economiche dei genitori – quanto è necessario per la vita di relazione, gli studi, lo sport e, in generale, tutto quanto serve al sereno e completo sviluppo psico-fisico del ragazzo che si accinge a raggiungere l’età adulta.

Fino a quando dura il mantenimento dei figli adulti?

L’obbligo di mantenimento dei figli non cessa automaticamente al raggiungimento della maggiore età, ma prosegue anche oltre e può durare a lungo. Non, però, per sempre: il contributo economico deve perdurare fino a quando i giovani adulti non raggiungono l’indipendenza economica, cioè trovano un lavoro che gli garantisce un reddito stabile (dunque, non valgono le occupazioni occasionali e precarie).

Quindi, se i figli frequentano l’Università, i genitori devono sostenere le spese necessarie per gli anni occorrenti a completare questo lungo percorso formativo. Ma in questa fase è richiesto un costante impegno: la Corte di Cassazione ha sottolineato [3] che il figlio maggiorenne e studente universitario ha diritto al mantenimento solo se segue i corsi con assiduità e con profitto e, inoltre, una volta conseguita la laurea, deve concretamente attivarsi per trovare un’occupazione e così rendersi economicamente autonomo.

In ciò si manifesta il principio di autoresponsabilità: mentre il minorenne (o il maggiorenne disabile o invalido al lavoro) ha sempre diritto al mantenimento da parte dei suoi genitori, il maggiorenne deve “meritarselo”, dimostrando di essere ancora, e non per sua inerzia o demerito, in condizioni tali da dover essere assistito economicamente. Si vuole, così, evitare ogni sorta di parassitismo nel mantenimento di figli maggiorenni fannulloni.

Dopo i trent’anni di età, questo dovere di giustificare la propria incapacità di mantenersi diventa particolarmente intenso: se il figlio adulto non riesce ad addurre validi motivi circa la propria perdurante difficoltà economica e di inserimento nel mondo del lavoro, dovrà dire addio al mantenimento. Così, nella maggior parte dei casi, il rubinetto dei soldi elargiti da mamma e papà si chiude definitivamente.

Mantenimento figli maggiorenni per genitori separati o divorziati

Anche quando i genitori sono separati o divorziati l’obbligo di mantenimento verso i figli maggiorenni non viene meno, ma non è mai automatico, come abbiamo visto per le coppie sposate. Infatti, a tal proposito, la legge dedica un’apposita norma per il mantenimento dei figli maggiorenni [4], in cui dispone che «il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto». Solo se i figli maggiorenni sono portatori di handicap questa regola non vale, e per il mantenimento continuano ad applicarsi integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.

Dunque, il vero limite al mantenimento dei figli divenuti adulti è, anche in questo caso, il raggiungimento o meno dell’indipendenza economica. Nella valutazione pesa molto il rifiuto ingiustificato a trovare un lavoro, come affermano spesso le ultime sentenze sul mantenimento di figli maggiorenni. Non mancano, però, pronunce contrastanti, a dimostrazione del fatto che, in assenza di criteri precisi e matematici fissati dalla legge, molte vicende vengono risolte caso per caso, comunque applicando di volta in volta i principi fondamentali e generali che abbiamo esaminato. Ad esempio, una recente sentenza del tribunale di Pisa [5] ha affermato che la posizione del figlio divenuto maggiorenne, ma ancora non divenuto indipendente (purché senza sua colpa), è ancora assimilata a quella del figlio minore, e pertanto gli spetta dal genitore separato un contributo per il mantenimento se non è ancora in grado di procurarsi risorse economiche in modo autonomo ed è tuttora disoccupato.

Criteri per determinare l’importo del mantenimento dei figli

L’importo del mantenimento – e dunque la somma da riconoscere nell’assegno periodico – va sempre commisurato e parametrato alle effettive risorse economiche dei genitori e, in particolare, a quelle del coniuge tenuto al versamento dell’assegno. Il parametro principale che i giudici prendono in esame per decidere l’importo del contributo di mantenimento che i genitori devono erogare in favore dei figli è l’entità del reddito e del patrimonio degli ex coniugi (per i dettagli leggi “Calcolo assegno mantenimento figli“).

Attenzione: non sono solo i redditi (come gli stipendi, le pensioni, ecc.) che entrano in gioco, bensì– secondo quanto ha precisato una nuova ordinanza della Cassazione [6] – «la valutazione in ambito economico deve essere più ampia, tenendo conto delle complessive situazioni patrimoniali di moglie e marito». Non è necessaria, però, una ricostruzione analitica dei redditi nel loro esatto ammontare, cioè non va fatto un calcolo preciso con il bilancino; piuttosto, ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento per i figli secondo il Collegio «è sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi».

Dunque, nelle cause di separazione o di divorzio concernenti la misura dell’assegno di mantenimento dei figli occorre sempre effettuare, come afferma la Suprema Corte, «una comparazione tra le situazioni economiche dei coniugi globalmente considerate». In questo giudizio, si deve tener conto sia degli introiti sia delle spese sostenute per la conservazione del patrimonio e per la vita familiare, come quelle per la locazione delle rispettive case di abitazione. E non finisce qui, perché pesano molto anche gli oneri spesi da ciascuno degli ex coniugi proprio per il soddisfacimento delle esigenze dei figli, nei periodi trascorsi presso ciascuno dei genitori. Puoi leggere per esteso questa pronuncia della Cassazione nel box “sentenza” sotto questo articolo.


note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Art. 147 e art. 315 bis Cod. civ. ,

[3] Cass. sent. n. 29779 del 29.12.2020 e Cass. ord. n. 17183 del 14.08.2020.

[4] Art. 337 septies Cod. civ.

[5] Trib. Pisa, sent. n. 810 del 11.06.2021.

[6] Cass. ord. n. 24460 del 10.09.2021.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 10 settembre 2021, n. 24460

Presidente Valitutti – Relatore Mercolino

Fatto

Rilevato che con sentenza del 9 settembre 2016 il Tribunale di Napoli, nel pronunciare la separazione personale dei coniugi M.P. e V.L. , rigettò le reciproche domande di addebito, assegnò alla donna la casa coniugale, dispose l’affidamento condiviso dei figli G. e Gi. , con collocamento del primo presso il padre e della seconda presso la madre, disciplinò i rapporti dei minori con i genitori non collocatari, pose a carico della M. l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio mediante il versamento di un assegno mensile di Euro 200,00, da rivalutarsi annualmente, ed a carico del V. l’obbligo di contribuire al mantenimento della figlia mediante il versamento di un assegno mensile di Euro 1.100,00, da rivalutarsi annualmente, e ripartì tra entrambi i coniugi, nella misura rispettivamente del 30% e del 70%, le spese di istruzione, quelle mediche non coperte dal Servizio sanitario nazionale e quelle sportive e di svago, queste ultime da concordarsi preventivamente e da documentarsi; che il gravame interposto dal V. è stato parzialmente accolto dalla Corte d’appello di Napoli, che con sentenza del 19 settembre 2017 ha rideterminato in Euro 650,00 mensili, da rivalutarsi annualmente secondo l’indice Istat, il contributo dovuto dall’appellante per il mantenimento della figlia minore, ripartendo in egual misura tra i coniugi le spese di istruzione, quelle mediche non coperte dal Servizio sanitario nazionale e quelle sportive e di svago, queste ultime da concordarsi preventivamente e da documentarsi; che avverso la predetta sentenza la M. ha proposto ricorso per cassazione, per un solo motivo; che il V. ha resistito con controricorso.

Diritto

Considerato che con l’unico motivo d’impugnazione la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che, nel rideterminare il contributo dovuto dal coniuge per il mantenimento della figlia, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della documentazione prodotta e della regola di ripartizione dell’onere della prova, avendo ritenuto equivalenti i redditi delle parti e gli oneri economici dalle stesse sostenuti per garantirsi un’adeguata abitazione, in contrasto con i rispettivi contratti di locazione e con le dichiarazioni dei redditi acquisite agli atti, da cui emergeva che essa ricorrente, titolare di un reddito inferiore alla metà di quello del coniuge, pagava un canone di locazione quasi doppio di quello corrisposto da quest’ultimo; che il motivo è inammissibile; che, nel disporre la riduzione dell’assegno mensile posto a carico del controricorrente, la Corte territoriale ha infatti proceduto ad una comparazione tra le situazioni economiche dei coniugi globalmente considerate, nell’ambito del quale ha tenuto conto sia degl’introiti risultanti dalla documentazione fiscale prodotta in giudizio che degli oneri sopportati per la locazione delle rispettive case di abitazione, oltre che di quelli relativi al soddisfacimento delle esigenze dei figli minori, nei periodi da questi ultimi trascorsi presso ciascuno dei genitori; che la predetta valutazione si pone perfettamente in linea con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di separazione personale dei coniugi, secondo cui la valutazione delle condizioni economiche delle parti, ai fini della determinazione del contributo rispettivamente dovuto per il mantenimento dei figli, non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi (cfr. Cass., Sez. I, 20/01/2021, n. 975; 12/01/2017, n. 605); che, nel censurare il predetto accertamento, la ricorrente non è in grado d’individuare circostanze di fatto trascurate dalla sentenza impugnata ed idonee ad orientare diversamente la decisione, ma si limita ad insistere sull’omessa o errata valutazione della documentazione prodotta, in tal modo sollecitando un nuovo apprezzamento del materiale probatorio acquisito agli atti, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di verificare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, nonché la coerenza logico-formale delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie sono ancora deducibili come motivo di ricorso per cassazione, a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (cfr. Cass., Sez. VI, 7/12/2017, n. 29404; Cass., Sez. V, 4/08/2017, n. 19547); che la predetta disposizione, riformulando il testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ha introdotto nell’ordinamento processuale un vizio specifico, consistente nell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, emergente dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e risulti idoneo ad orientare in senso diverso la decisione, escludendo pertanto la possibilità di far valere l’omesso esame di elementi istruttori, qualora il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass., Sez. II, 29/10/2018, n. 27415; Cass., Sez. I, 26/09/2018, n. 23153; Cass., Sez. III, 10/06/2016, n. 11892); che la violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., è configurabile esclusivamente nell’ipotesi in cui, all’esito del giudizio, le conseguenze della mancata prova di un fatto allegato a sostegno di una domanda o di un’eccezione siano state poste a carico di una parte diversa da quella che era gravata dal relativo onere, mentre nel caso in cui, a seguito di un’incongrua valutazione delle acquisizioni istruttorie, il giudice abbia erroneamente ritenuto che la parte onerata avesse assolto il predetto onere, può ravvisarsi soltanto un erroneo apprezzamento di fatto, censurabile in sede di legittimità nei limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (cfr. Cass., Sez. VI, 31/08/2020, n. 18092; Cass., Sez. lav., 19/08/2020, n. 17313; Cass., Sez. III, 29/05/2018, n. 13395); che la violazione dell’art. 115 c.p.c., è invece configurabile allorquando il giudice, contraddicendo espressamente o implicitamente la regola posta da tale disposizione, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa al di fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, non anche quando il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, trattandosi in tal caso di attività consentita dallo art. 116 c.p.c. (cfr. Cass., Sez. VI, 23/10/2018, n. 26769; Cass., Sez. III, 10/06/2016, n. 11892); che la violazione dell’art. 116 c.p.c., è infine configurabile soltanto nel caso in cui il giudice, nel valutare una prova o comunque una risultanza probatoria, non abbia operato (in assenza di diversa indicazione normativa) secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre nel caso in cui si deduca che il giudice ha male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (cfr. Cass., Sez. Un., 30/09/2020, n. 20867; Cass., Sez. VI, 31/08/2020, n. 18092; Cass., Sez. III, 10/06/2016, n. 11892); che il ricorso va dichiarato pertanto inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.


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