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Risarcimento per dimissioni giusta causa: è tassato?

17 Settembre 2021 | Autore:
Risarcimento per dimissioni giusta causa: è tassato?

Imponibilità delle somme che risarciscono il lavoratore dimessosi anticipatamente: i chiarimenti della Cassazione.

La controversia di lavoro può essere risolta non soltanto in giudizio, ma anche in sede stragiudiziale, con la sottoscrizione di un accordo transattivo. Spesso, con la transazione si riconosce al lavoratore una somma volta a “riparare” i pregiudizi subiti a causa di azioni scorrette del datore di lavoro: il dipendente, ad esempio, potrebbe essere stato spinto a dimettersi, o essere stato licenziato illegittimamente. Ma il risarcimento per dimissioni per giusta causa è tassato?

Ci si domanda, in particolare, se siano fiscalmente imponibili le somme finalizzate a risarcire il lavoratore per essere stato costretto a dimettersi per giusta causa, riconosciute dal datore di lavoro in sede di transazione.

Alla domanda ha risposto la Cassazione, con una recente ordinanza [1], attraverso la quale la Suprema Corte fa il punto sulla tassazione dei risarcimenti tesi a riparare, con funzione sostitutiva o integrativa, un pregiudizio collegato al reddito.

Ma procediamo con ordine, iniziando a ricordare in quali casi le dimissioni sono considerate per giusta causa.

Dimissioni per giusta causa

Le dimissioni si considerano per giusta causa quando non consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro, nemmeno per un brevissimo periodo di tempo.

I motivi che non consentono la prosecuzione neanche momentanea del rapporto lavorativo sono i seguenti, sulla base di quanto finora indicato dalla giurisprudenza [2]:

  • mancato pagamento della retribuzione;
  • aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • modifiche peggiorative e illegittime delle mansioni lavorative, o demansionamento illegittimo;
  • mobbing;
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  • trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” previste dal Codice civile [3];
  • comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

Le dimissioni per giusta causa possono essere rassegnate anche a seguito della pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente, cioè di comportamenti illeciti o in contrasto con la legge.

La giusta causa di dimissioni va provata in giudizio?

Il lavoratore, dopo aver rassegnato le dimissioni per giusta causa, ha diritto all’indennità per mancato preavviso e all’indennità di disoccupazione Naspi, sussistendone i requisiti, oltre al risarcimento degli eventuali danni subiti.

Ma il dipendente dimissionario, per far valere i propri diritti, è obbligato a far causa all’azienda? Secondo l’Inps [4], ai fini del diritto alla Naspi, il lavoratore dimessosi per giusta causa deve almeno manifestare la sua volontà di difendersi in giudizio contro il comportamento illecito del datore, esibendo una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà da cui risulti questa intenzione.

La volontà deve essere dimostrata allegando alla domanda di disoccupazione una serie di “atti idonei”: diffide, esposti, denunce, citazioni, sentenze, ricorsi d’urgenza contro il datore di lavoro. Il lavoratore deve poi impegnarsi a comunicare l’esito della controversia, che comunque può essere risolta non solo in sede giudiziale, ma anche stragiudiziale.

Tassazione del risarcimento a favore del dipendente dimessosi per giusta causa

Qualora la controversia tra dipendente e datore di lavoro sia risolta in via stragiudiziale, con una transazione e a seguito dell’accordo transattivo siano riconosciute delle somme, queste non sempre sono fiscalmente imponibili.

Per capire come le debbano essere tassate le somme derivanti dalla transazione, bisogna innanzitutto tener presente che sono sottoposti a tassazione ordinaria i redditi percepiti a qualunque titolo in relazione al rapporto di lavoro subordinato. Per la precisione, costituiscono redditi di lavoro dipendente [5] quelli che derivano da rapporti aventi per oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri, compreso il lavoro a domicilio quando è considerato lavoro subordinato.

Bisogna poi tenere presente che il risarcimento dei danni consistenti nella perdita di redditi (esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o morte), costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti [6].

Più precisamente, non costituisce reddito il risarcimento del danno, per la parte destinata a reintegrare il patrimonio del beneficiario per le perdite subite e per le spese sostenute. Al contrario, è imponibile il risarcimento del lucro cessante, in quanto sostitutivo di un reddito che il danneggiato non ha potuto conseguire per effetto dell’evento lesivo (salvo i danni dipendenti da invalidità permanente o morte).

La Cassazione [1] ribadisce quanto stabilito dal Testo unico delle imposte sui redditi e chiarito dalle Entrate [7], confermando la soggezione alla tassazione dei risarcimenti volti a riparare, con funzione sostitutiva o integrativa, un pregiudizio collegato al reddito.


note

[1] Cass. ord. 25027/2021.

[2] Vedi, ad es., Cass. sent. 143/2000; Cass. sent. 1074/1999; Cass. sent. 5977/1985.

[3] Art. 2103 Cod. civ.

[4] Circ. Inps 163/2003. Messaggio Inps 369/2018.

[5] Art. 49 TUIR.

[6] Art. 6 co. 2 TUIR.

[7] Ris. 106/E/2009.

Autore immagine: pixabay.com


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