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Comunione dei beni: 4 rischi

4 Dicembre 2021 | Autore:
Comunione dei beni: 4 rischi

Condividere tutto (oltre all’amore) dal giorno del matrimonio è davvero conveniente? Quando sarebbe opportuno scegliere il regime di separazione?

Condividere un’intera vita vuol dire condividere tutto, ma proprio tutto? È una scelta: ciò che è tuo è anche mio e viceversa. Molto romantico come quadretto ma, dal punto di vista legale, come funziona questa impostazione del matrimonio? C’è chi ritiene che la separazione dei beni sia una specie di segnale di diffidenza verso il coniuge e preferisce optare per il regime di comunione dei beni: 4 rischi dovrà metterli, comunque, in conto. Perché non sempre tutto fila liscio come nel giorno delle nozze.

Gli svantaggi della comunione dei beni possono presentarsi maggiormente in due situazioni: quando la coppia «scoppia», cioè in caso di separazione e di divorzio, e quando uno dei due contrae un debito notevole e i creditori vengono a bussare alla porta. Che succede, in quest’ultimo caso, con ciò che è intestato a tutti e due? Se, per dire, il marito si è giocato la casa a poker, anche la moglie la perde?

Ci sono, dunque, delle valutazioni da fare prima di scegliere la comunione dei beni, ricordando che se al momento del matrimonio non si dice nulla in contrario, sarà automaticamente questo il regime patrimoniale della coppia, poiché così prevede la legge. La quale, comunque, può optare in un secondo momento per la separazione dei beni. Il che, in certe situazioni, può essere solo un vantaggio. Vediamo i 4 rischi della comunione dei beni.

Il rischio di dover dividere tutti i beni

Premessa fondamentale: fa parte della comunione dei beni tutto ciò che viene acquistato dopo il matrimonio. Questo vuol dire che se la casa coniugale è ereditata dal marito, la moglie non ha alcun diritto di proprietà sull’immobile. Così come lui non lo ha sui mobili che la arredano se questi sono stati comprati da lei prima delle nozze con i suoi soldi. Lo stesso vale, ad esempio, per la chitarra acquistata da uno dei due da giovane, l’anello regalato dalla mamma per la maggiore età, ecc.

In sintesi, non rientrano nel regime di comunione:

  • i beni che i coniugi possedevano prima del matrimonio (anche se acquistati la mattina stessa prima di andare in chiesa o in Comune);
  • i beni ricevuti dai coniugi per donazione o per successione ereditaria anche dopo il matrimonio;
  • i risarcimenti di un danno;
  • i beni personali (vestiti, gioielli, telefono, ecc.) o di uso strettamente legato all’attività lavorativa, come un computer o una borsa;
  • i beni acquistati con il ricavato dalla vendita dei citati beni;
  • i proventi economici derivanti dal lavoro dei coniugi (ad esempio, lo stipendio e, quindi, il conto corrente su cui questo è accreditato).

Pertanto, in caso di separazione o di divorzio, il primo rischio che comporta la comunione dei beni è la necessità di dover affrontare la divisione di tutto ciò che è stato fatto, comprato e pagato dopo il matrimonio. Su quei beni, infatti, è valido il romantico quadretto citato all’inizio: «Ciò che è tuo è anche mio e viceversa».

I coniugi, alla fine del matrimonio, dovranno dividersi in parti uguali:

  • i risparmi che ciascuno di loro ha messo da parte dal giorno del «sì»;
  • gli acquisti effettuati durante il matrimonio;
  • le aziende costituite e gestite da entrambi;
  • i debiti; gli utili e gli incrementi delle aziende in comproprietà;
  • ciò che resta dei redditi personali.

Il rischio sui beni non divisibili

In buona sostanza, il valore del televisore acquistato dal marito o della credenza comprata dalla moglie, della cucina e della camera da letto acquistata da entrambi, ecc. dovrà essere diviso al 50%. Non si dovrebbe mai vivere un matrimonio mettendo le mani avanti e pensando di tutelarsi in vista di un’eventuale separazione, per carità. Comunque, è sempre meglio tenere le fatture di tutti gli acquisti fatti dopo il matrimonio. Non si sa mai.

Se le fatture non ci sono, per stabilire il costo dei beni materiali per sapere quanto spetta a ciascuno, la soluzione migliore è sempre quella di trovare un accordo. Altrimenti c’è la possibilità di lasciare che sia un giudice a decidere che cosa va a ciascuno dei coniugi. Se si vuole evitare la causa, si può adottare il sistema che viene spesso utilizzato in tribunale: creare due gruppi di beni eterogenei e più o meno di pari valore e lanciare una monetina in aria (in tribunale la procedura è più formale, c’è un’estrazione a sorte). Se esce testa, il primo gruppo va a te, se esce croce me lo prendo io.

Il rischio di dover dividere i soldi

Finché si tratta di un divano, trovare un accordo non dovrebbe essere complicato (lasciamo, comunque, il condizionale). Ma quando si tratta di soldi, tutti si mettono sul «chi va là». C’è quest’altro rischio con la comunione dei beni: che se il matrimonio finisce, chi guadagna di meno ha comunque diritto al 50% del denaro di entrambi.

Il fatto è che, come abbiamo già accennato, i soldi sono di chi li guadagna finché c’è il matrimonio. Quindi – fino a un certo punto – ciascuno può fare del proprio stipendio quello che ritiene opportuno. Fino a un certo punto, certo, perché il Codice civile impone l’obbligo per ciascun coniuge di badare alle necessità della famiglia. Quindi, il fatto di poter «disporre del proprio denaro» non dà il diritto di sperperarlo mettendo in difficoltà coniuge e figli.

Quando, invece, la convivenza finisce, si tira una riga e si fa il totale dei soldi che la coppia ha in banca, indipendentemente da chi dei due sia l’intestatario del conto corrente. Di quel totale, il 50% andrà a ciascuno dei coniugi. Facile intuire che chi fino a quel momento ci ha messo poco o niente ci guadagna alla grande. Com’è altrettanto facile intuire che chi ci ha messo di più e avverte che si arriva alla separazione ha tutto l’interesse a spendere al più presto il suo denaro.

Il rischio di affrontare il debito di un coniuge

La comunione dei beni equivale alla comunione dei debiti? In un certo senso sì, ma non al 100%. Un creditore può pretendere il pignoramento di un bene che appartiene a entrambi i coniugi ma se il debito è stato contratto solo da uno di loro, l’azione esecutiva interesserà metà del valore del bene, che verrà messo all’asta per poi restituire metà del ricavato al coniuge non debitore. Viceversa, se il debito è in capo ad entrambi i coniugi, il bene verrà pignorato per intero.

Poniamo, ad esempio, che marito o moglie ricevano una cartella esattoriale dall’Agenzia delle Entrate Riscossione perché uno dei due non ha pagato le tasse: il Fisco potrebbe portarsi via la casa, che è in comunione legale, anche se il debito con l’Erario è in capo a uno solo dei coniugi. La casa verrà messa all’asta e dalla somma lorda ricavata dalla vendita verrà restituito il 50% al coniuge non debitore. Il quale, comunque, avrà dovuto cercare insieme al marito o alla moglie una nuova sistemazione.

Per evitare questo quarto rischio della comunione dei beni, conviene sempre scegliere il regime di separazione dei beni nel caso in cui uno dei due abbia un’attività professionale o commerciale che potrebbe comportare qualche rischio economico.



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