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Ci controlleranno per strada con i Ray-Ban stories

19 Settembre 2021 | Autore:
Ci controlleranno per strada con i Ray-Ban stories

Violazione della privacy: i timori del Garante e la risposta generica di Facebook. Ecco come sarà il nostro futuro. 

«Ci risiamo!». Ho detto proprio così non appena ho saputo che Facebook starebbe per lanciare i Ray-Ban stories: si tratta degli smart glasses, un gioiello di tecnologia e connettività che consente a chi li indossa di ascoltare musica, avviare chiamate e – aspetto più delicato – fare foto e video condivisibili sui social media. Il tutto ovviamente grazie alla connessione a Internet. 

Nel 2013, ci aveva già provato Google che aveva lanciato i Google-glass. Ma il motore di ricerca fu travolto da una marea di critiche: si temeva giustamente che chiunque, con questo aggeggio, potesse realizzare filmati per strada, caricarli in rete, connettersi con Facebook e, grazie a qualche software di riconoscimento facciale, individuare nome e cognome dei passanti. 

Google temette il peggio e, poiché la società di Palo Alto ha sempre cercato di evitare gli scandali, ritirò il progetto. 

Invece, Mark Zuckerberg non va molto per il sottile, specie quando si tratta di privacy. Gli scandali che lo hanno investito sino ad oggi ci hanno mostrato quale valore dia alla riservatezza. Così c’è da pensare che, questa volta, l’iniziativa andrà a buon fine. Tant’è che lo stesso fondatore di Facebook e Instagram ha anticipato il lancio del prodotto con una serie di contenuti condivisi sulle proprie pagine social. Peraltro, il produttore degli occhiali non è un fabbricante cinese qualsiasi: dietro i Ray-Ban stories c’è EssilorLuxottica, che è appunto proprietaria del marchio Ray-Ban.

Ora, chi è cresciuto sotto l’ombra di Terminator ricorderà bene come Arnold Schwarzenegger, con i suoi occhiali da sole scuri, fosse in grado di scannerizzare i corpi dei passanti, individuarne le generalità, i punti deboli, le intenzioni e così via. E, se anche gli smart glasses di Facebook non arriveranno a tanto – almeno per ora – saranno di certo un vero incubo per la nostra privacy. 

Chi si è preoccupato sino ad oggi di essere ripreso da una dashcam montata sul casco di un motociclista o sullo specchietto di un’auto, avrà un nemico peggiore da cui difendersi.   

Siamo di nuovo in guerra, dunque. E il primo a scendere in campo è stato, come prevedibile, il Garante della Privacy italiano che, in un comunicato stampa, ha annunciato di aver contattato Facebook per chiedere garanzie e chiarimenti sulle policy pensate per il rispetto delle informazioni delle persone. L’Autorità ha chiesto a Facebook di sapere come tratterà i dati personali; le misure messe in atto per tutelare le persone occasionalmente riprese, in particolare i minori; gli eventuali sistemi adottati per anonimizzare i dati raccolti; le caratteristiche dell’assistente vocale collegato agli occhiali.

So che tutto ciò che è tecnologico piace da morire, ci fa sognare un mondo iperconnesso e pieno di opportunità. Ma, da soggetti attivi, proviamo un po’ a pensare come soggetti passivi. E così capita che un giorno, mentre siete tranquillamente in strada, magari con la vostra «morosa», arriverà qualcuno con i suoi Ray-Ban che sta facendo una storia su Instagram e che vi riprenderà proprio mentre vi bacerete o vi metterete le dita nel naso, sicuri che non c’è alcuna telecamera a vedervi, mentre invece questa è nascosta negli occhiali di un indifferente vicino di panchina. 

Immagino tutti quelli che, sino ad oggi, dinanzi agli autovelox hanno rivendicato il diritto ad essere informati con i cartelli di avviso, come si sentiranno non appena si vedranno comparire in qualche contenuto sulla rete.

Chi si è trovato dinanzi alle live degli streamer che, di questi tempi, hanno preso a sfruttare le piazze come studi di registrazione sa già fin dove può arrivare l’esibizionismo umano. 

E c’è anche da dire che, se Facebook conosce bene la legge sulla privacy – ma di questa non gliene frega nulla – tutti i ragazzini che usano la tecnologia non sanno un bel niente delle norme del Codice civile, del diritto d’autore, del Gdpr e delle sentenze della Cassazione. Non sanno ad esempio che non si può riprendere, e tantomeno pubblicare, il volto delle persone, se riconoscibili, neanche se si trovano per strada o in altri luoghi pubblici; che non si può condividere l’immagine di estranei sui social, tanto più se si tratta di minorenni e che, in quest’ultimo caso, si commette un reato; che non per il fatto di avere un blog ci si può appellare al diritto di cronaca. 

Queste nozioni – che chi ha un minimo di rispetto per gli altri, se anche non conosce, si prefigura – sfuggono a chi è malato di sensazionalismo, di egocentrismo, in definitiva di like.

Dinanzi alle domande del Garante, che come al solito Facebook ha glissato, la risposta è stata generica: ha fatto sapere che ha già lavorato e continuerà a lavorare per la tranquillità e il rispetto dei diritti delle persone.

Il Garante ha incontrato anche Facebook e Luxottica per esporre i suoi dubbi, precisando anche di aver preso contatti con il suo omologo irlandese (che vigila su Facebook Europa).  

La disputa sugli smart glasses apre però un vaso di Pandora di possibili opportunità e problemi legati alla diffusione di nuove tecnologie. 

Quando si trattò dei Google-glass varie catene di cinema e ristoranti statunitensi ne vietarono l’utilizzo nei propri locali e un avventore di un pub di Seattle fu cacciato dopo aver provato ad utilizzarli per fotografare il cibo che aveva ordinato. In California e Illinois, vari automobilisti furono multati per aver guidato indossando i Google Glass.

Invece, in Cina – c’era da giurarlo – alcuni corpi di polizia locale hanno ricevuto in dotazione occhiali intelligenti già dal 2018 per il controllo del territorio. 

Sicuramente, i Ray-Ban di Facebook destano ancora più preoccupazione dei Google Glass: e questo perché, nel frattempo, l’intelligenza artificiale è ben più sviluppata rispetto a una decina di anni fa.

Insomma, il futuro ci lancia una nuova sfida: il Grande Fratello non sarà un social network ma saranno le persone comuni, i nostri compaesani, i compagni di classe, di lavoro, di università. Il vero pericolo saremo noi stessi.   



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2 Commenti

  1. Sembra essere in un film di fantascienza. Ma ci arriveremo a tutte quelle diavolerie e a tutte quelle assurdità, che non sono poi così lontane, che vediamo nei film. Siamo controllati e la nostra privacy va a farsi benedire. Già abbiamo il Green pass che ci identifica ovunque andiamo. Ora, ci mancavano gli occhialini. la gente è ossessionata dai social e finisce per non vivere la vita reale. Il problema è che rischiamo di crearci un mondo virtuale e temiamo di socializzare e instaurare una conversazione con il prossimo, perché ci stiamo abituando a parlare dietro ad un smartphone, un tablet, un pc. Ci mascheriamo con photoshop e altre app in grado di modificare le nostre foto perché sentiamo il bisogno di adeguarci alla massa, a ciò che ci “impongono” gli influencer, a tutti quegli stereotipi che ci fanno sentire apprezzati e in linea con il resto del mondo. Ma così finiamo per perdere la nostra unicità, le nostre peculiarità… Direi di riflettere su vantaggi e svantaggi della tecnologia

  2. Ormai, tra Tik tok, Facebook, Instagram, Twitter, Youtube, Twich, molti giovani non prendono più in mano un bel libro e trascorrono le loro giornate online. Siamo perennemente connessi. E non mi meraviglia leggere una notizia di questo tipo. E per quei genitori che acquistano tutto ai “figli dell’erba voglio”, non sarà un problema accontentarli con qudsti Ray-ban. Alla fine, si tratta della modica cifra di 329 euro. Che sarà mai sborsare qualche euro per assecondare questa Generazione X che non fa altro che postare ogni singolo attimo di vita online senza alcun criterio

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