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Operatore sanitario no vax: come può lavorare?

24 Settembre 2021 | Autore:
Operatore sanitario no vax: come può lavorare?

Chi è sospeso dall’attività o in aspettativa perché rifiuta il vaccino anti-Covid ha qualche possibilità di tornare in corsia? Legge e giudici dicono di sì.

Sul personale sanitario, le disposizioni anti-Covid sono perentorie: niente vaccino, niente lavoro. Il rischio di contagiare i pazienti ricoverati in un ospedale o in una Rsa, cioè in una casa di riposo per anziani, è troppo alto. La giurisprudenza ha più volte dichiarato legittima la sospensione di chi lavora in una struttura di accoglienza e non ha voluto avere a che fare con la campagna vaccinale. Una recente sentenza del tribunale di Milano, però, ribadisce che c’è uno spiraglio per chi viene sospeso o messo in aspettativa, quindi: l’operatore sanitario no vax come può lavorare?

L’alternativa più scontata sarebbe quella di prenotare una dose di vaccino al più presto, farsi rilasciare il Green pass e non pensarci più. Tuttavia, chi non demorde ha la possibilità di aggrapparsi ad un ultimo tentativo per non perdere il posto o per non restare a casa senza stipendio: quello di «passare la palla» all’azienda e mettere il datore nelle condizioni di trovargli un posto all’interno della struttura in cui non abbia a che fare con altre persone e che, pertanto, non rappresenti una minaccia né per il pubblico, né per i pazienti, né per i colleghi.

Operatore sanitario no vax: cosa prevede la legge?

Il decreto legge Covid del 1° aprile 2021, convertito ufficialmente in legge il mese successivo in Parlamento, prevede tra le altre cose l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari. In particolare – si legge nel decreto – «fino alla completa attuazione del piano strategico vaccinale, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, gli operatori sanitari che svolgono attività presso strutture sanitarie, sociosanitarie, farmacie e studi professionali sono obbligati a sottoporsi alla vaccinazione contro il Covid-19, a meno di specifiche condizioni cliniche documentate».

Il testo precisa che «la vaccinazione costituisce requisito essenziale all’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati», il che significa che chi non è vaccinato non può lavorare.

La procedura di verifica prevede che:

  • gli Ordini professionali territoriali e i datori di lavoro trasmettano l’elenco dei propri iscritti e dei dipendenti operatori sanitari alla Regione o alla Provincia autonoma di competenza;
  • le Regioni e le Province verifichino lo stato vaccinale degli operatori e comunichino all’Asl di competenza i nominativi di soggetti non vaccinati contro il Covid;
  • l’Asl inviti gli operatori non ancora vaccinati a presentare la richiesta di somministrazione o la documentazione sanitaria sulle condizioni cliniche che impediscono di fare il vaccino.

Finita questa catena di comunicazioni, l’Asl accerta la mancata vaccinazione ed invia la relativa comunicazione all’interessato, all’Ordine di riferimento e al datore di lavoro. Con tale comunicazione viene determinata la sospensione dell’interessato dallo svolgimento di contatti interpersonali nel caso degli Ordini. Diversi, invece, gli effetti sul posto di lavoro. Ed è quello di cui si è occupato recentemente il tribunale di Milano.

Operatore sanitario no vax: cosa rischia al lavoro?

Quando l’Asl comunica a un datore di lavoro di un ospedale, una Rsa o un’altra struttura sanitaria che un operatore ha rifiutato il vaccino, la sospensione non può scattare in automatico. Come sostiene il tribunale di Milano [1], che richiama il decreto legge Covid di aprile, prima di prendere questo provvedimento, è necessario accertare se il dipendente può essere spostato in un altro reparto per svolgere una mansione che non comporti il rischio di diffusione del virus. Solo se non fosse possibile lo spostamento, ci sarebbe la sospensione dall’attività e dallo stipendio.

Lo stesso vale – insiste il giudice milanese – per chi è stato messo in aspettativa: il datore di lavoro è tenuto prima a rispettare l’obbligo di repêchage e poi, se questa soluzione non fosse fattibile, a prendere i dovuti provvedimenti. Così come succede nei casi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo: prima si verifica se il dipendente lo si può collocare altrove, poi si vede.

Il tribunale di Milano, nel ricordare quanto disposto dal decreto legge di aprile, dispone che la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione dell’operatore sanitario no vax deve essere l’ultima spiaggia. Al datore di lavoro l’onere di provare che non è possibile collocare il dipendente in un’altra posizione o in altre mansioni, equivalenti o inferiori.

Nel caso specifico, il giudice del lavoro di Milano ha riconosciuto alla dipendente che aveva presentato ricorso il diritto alle retribuzioni maturate dalla data di sospensione fino alla data di effettiva riammissione in servizio, più interessi e rivalutazioni.

Pochi mesi prima, il tribunale di Roma [2] aveva stabilito che la sospensione del lavoro e della retribuzione dell’operatore sanitario restio a farsi vaccinare viene giustificata dal comportamento tenuto dal dipendente e contrario alla normativa: «Ogni lavoratore – si legge sul Codice civile – deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro» [2].


note

[1] Trib. Milano sent. n. 2135/2021.

[2] Trib. Roma sent. n. 18441/2021.


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