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Contratto di assicurazione con clausole dubbie: chi prevale?

24 Settembre 2021 | Autore:
Contratto di assicurazione con clausole dubbie: chi prevale?

Se l’interpretazione è incerta, vale quella più favorevole all’assicurato: così la compagnia paga i danni.

Un cane a passeggio sfugge al guinzaglio, si mette a correre e getta a terra un passante, che cade e riporta lesioni. Nessun problema: c’è l’assicurazione che copre, dice il padrone. Ma sarà davvero così? No, perché il contratto esiste davvero, ma la compagnia sfugge al risarcimento invocando una clausola “capestro” a proprio favore, che la esenta da responsabilità. Il danneggiato esamina attentamente la polizza insieme al suo avvocato e si scopre che in realtà quella clausola si presta a diverse interpretazioni. Ovviamente, la compagnia assicuratrice sceglie quella che le è più favorevole e si rifiuta di pagare. Ma non è detta l’ultima parola: quando, come in questi casi, c’è un contratto di assicurazione con clausole dubbie, chi prevale?

Viste le opposte posizioni, bisogna innanzitutto promuovere una causa civile: sarà il giudice a decidere quale significato attribuire a quella clausola incerta e, da qui, potrà stabilire la spettanza o meno del risarcimento dei danni da parte della compagnia assicuratrice. In questi casi, la legge e l’orientamento della giurisprudenza sono favorevoli agli assicurati: se dal testo del contratto emergono due significati diversi, prevale l’interpretazione che risulta più vantaggiosa per la parte che non lo ha redatto, ma lo ha semplicemente sottoscritto per adesione. Siccome quasi tutti i contratti assicurativi vengono sempre predisposti in questo modo dalle società assicuratrici, sarà il cliente ad averla vinta.

Ma questo non significa che i contratti con formule ambigue debbano essere sempre interpretati contro le compagnie: la protezione del consumatore scatta solo quando il senso è davvero incerto e si presta a interpretazioni diverse. Se, invece, il testo appare chiaro, non c’è equivocità: allora la clausola dovrà essere interpretata nel significato che appare evidente, anche quando va a favore dell’assicuratore. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura per scoprire chi prevale nei casi di contratti di assicurazione con clausole dubbie.

L’interpretazione del contratto

Spesso, accade che le dichiarazioni delle parti e le condizioni inserite in un contratto non abbiano un significato univoco. In tali casi, bisogna decidere se esse debbano avere efficacia oppure considerarsi prive di valore; poi, occorre stabilire quale delle possibili interpretazioni debba prevalere. In caso di disaccordo tra le parti, compete al giudice accertare qual è il contenuto del contratto, cercando di capire cosa le parti hanno voluto stabilire ma senza sostituirsi ad esse.

Il giudice non può ricreare il contratto, ma solo ricavare l’esatto significato di quello che le parti gli hanno sottoposto. La legge [1] impone che, nell’interpretare il contratto, si debba «indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole».

L’interpretazione delle clausole contrattuali

Quanto alle clausole contrattuali, esse non vanno interpretate disgiuntamente l’una dall’altra, bensì occorre tenere conto del contesto e delle circostanze. Infatti, il Codice civile [2] stabilisce che «le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto».

Se le parti hanno attribuito un significato difforme a una determinata clausola, il giudice dovrà stabilire qual è quella che risulta preferibile, considerando il loro «comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto» [3]: così contano molto le trattative, le condotte praticate nei precedenti rapporti reciproci e anche il rispettivo modo di esprimersi.

Le clausole dei contratti assicurativi

I contratti assicurativi vengono quasi sempre stipulati per adesione: la compagnia li predispone in tutto il contenuto e il cliente semplicemente li accetta sottoscrivendoli, senza partecipare alla formazione delle clausole, ma soltanto indicando il tipo e l’oggetto della prestazione (il nominativo dell’assicurato e dei beneficiari, il bene coperto dalla polizza, la targa dell’autovettura assicurata per la Rc auto, ecc).

Il Codice civile [4] stabilisce una serie di regole per l’interpretazione delle clausole, secondo cui:

  • il contratto deve sempre essere interpretato secondo buona fede; così sono bandite le clausole oscure e quelle capziose;
  • nel dubbio, le clausole devono interpretarsi in modo da produrre effetti, anziché da non averne nessuno (altrimenti non sarebbero state inserite);
  • le espressioni polisense, cioè quelle che possono avere più sensi, «devono, nel dubbio, essere intese nel senso più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto», così adeguando lo schema formale alla sua funzione sostanziale;
  • «le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli e formulari predisposti da uno dei contraenti si interpretano, nel dubbio, a favore dell’altro» [5].

Quest’ultima è la regola praticamente più importante nell’interpretazione delle clausole dei contratti assicurativi che, come abbiamo visto, in genere vengono predisposti dall’impresa assicuratrice. Il principio è che deve prevalere l’interpretazione favorevole al contraente più debole, che in questi casi è l’assicurato. Le compagnie di assicurazione, che sono ben più attrezzate dei privati cittadini o delle piccole e medie imprese, dispongono di team legali che sono in grado di prevenire ed evitare le clausole dubbie; perciò, se le ambiguità rimangono, le conseguenze sfavorevoli devono ricadere a loro carico e non possono essere addossate al consumatore.

Clausola assicurativa dubbia: un caso concreto

L’esempio che ti abbiamo proposto all’inizio di questo articolo è reale ed è tratto dal caso deciso dalla Corte di Cassazione in una recente pronuncia [6]. L’inghippo stava nel fatto che la persona infortunata era la madre del proprietario del cane (ma non era coabitante con il figlio): così la compagnia assicuratrice aveva contestato la copertura della polizza, rilevando l’esclusione della garanzia quando il danno riguarda un familiare dell’assicurato e comunque una persona con lui convivente; ma, secondo l’interpretazione della società «i genitori non sono mai terzi» e, dunque, anche se danneggiati non vanno risarciti.

Il testo preciso della clausola di esonero dalla responsabilità dell’assicuratore era di difficile interpretazione, perché indicava come soggetti non coperti dalla garanzia «il coniuge, i genitori, i figli delle persone di cui al punto a), gli altri parenti ed affini con loro conviventi». A chi va riferito l’attributo «conviventi», che è decisivo per escludere o meno la copertura assicurativa? Secondo la sintassi corretta, soltanto a parenti e affini, che vengono menzionati subito prima. Secondo un’interpretazione che guarda al significato complessivo, invece, la convivenza riguarda tutti i soggetti citati, genitori compresi, anche perché è un fattore di aumento del rischio: ad esempio, in quella polizza neppure i domestici della casa erano coperti dall’assicurazione, pur non essendo parenti del danneggiante.

Gli Ermellini hanno affermato che «nell’interpretazione del contratto di assicurazione, che va redatto in modo chiaro e comprensibile, il giudice non può attribuire a clausole polisenso uno specifico significato, pur teoricamente non incompatibile con la loro lettera, senza prima ricorrere all’ausilio di tutti gli altri criteri di ermeneutica previsti dagli articoli 1362 e seguenti Cc, e, in particolare, a quello dell’interpretazione contro il predisponente di cui all’articolo 1370 Cc, norma la quale ha una precisa ragione: se la clausola e predisposta da un solo contraente, la scarsa chiarezza del testo va imputata a costui, non avendo l’altro dato alcun contributo alla redazione, dovendosi tutelare l’affidamento del contraente che non ha redatto, ossia il significato che legittimamente costui si aspettava dalla clausola».

Inoltre, in concreto, i giudici di piazza Cavour hanno rilevato un «argomento pragmatico: se il requisito della convivenza fosse riferito ai soli affini (oltre che agli altri parenti), il danno al fratello non convivente sarebbe coperto, quello al genitore non convivente no, e non è chiaro perché». Insomma, quella clausola non era affatto chiara e perciò, secondo la Suprema Corte, nel dubbio, deve prevale l’interpretazione più favorevole alla parte che non l’ha redatta, ma soltanto accettata così come predisposta dalla compagnia assicuratrice. Così l’assicurazione risponde della scarsa chiarezza della formulazione della clausola, che le si ritorce contro, e dovrà pagare i danni alla signora.


note

[1] Art. 1362 Cod. civ.

[2] Art. 1363 Cod. civ.

[3] Art. 1362, co.2, Cod. civ.

[4] Artt. 1366-1371 Cod. civ.

[5] Art. 1369 Cod. civ.

[6] Cass. ord. n. 25849 del 23.09.2021.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 23 settembre 2021, n. 25849
Presidente Amendola – Relatore Cricenti

Ritenuto che:

1. – T.R. ha subito danni per essere stata fatta cadere per terra dal cane di suo figlio, S.C. , svincolatosi improvvisamente dal guinzaglio. Poiché la assicurazione, la Helvetia Compagnia Svizzera d’Assicurazioni, che garantiva copertura per i danni causati dal Sorgi non ha inteso risarcire, la T. ha citato in giudizio il figlio, che ha chiamato a garanzia la compagnia di assicurazione, la quale si è costituita ed ha eccepito che il danno causato ai genitori è escluso dalla copertura assicurativa.

2. – Il Tribunale ha accolto la domanda, sul presupposto che l’esclusione dei genitori valeva solo ove fossero conviventi, cosi intendendo l’art. 24 delle condizioni di polizza, mentre, al contrario, la Corte di Appello di Roma, ha ritenuto che i genitori non fossero da considerare come terzi danneggiati, a prescindere dalla loro convivenza con il danneggiante, ossia che, in base a quella clausola, i danni causati ai genitori, fossero, per l’appunto, sempre e comunque esclusi dalla copertura.

3. – Ricorre T.R. con un motivo. Si è costituita la Helvetica Compagnia Svizzera di Assicurazioni, ed ha chiesto, con controricorso, il rigetto di quel motivo.

Considerato che:

5. – Con l’unico motivo di ricorso, la ricorrente denuncia violazione degli artt. 1362,1363,1370 e ss. c.c.

La tesi della ricorrente è che la Corte di Appello ha innanzitutto disatteso il criterio letterale di interpretazione, in base al quale avrebbe dovuto ricavarsi che l’esclusione riguarda i parenti, tutti, quali che siano, purché conviventi, e che dunque la copertura opera se il danno è causato ai parenti, genericamente intesi, dunque anche genitori non conviventi.

Inoltre, secondo il ricorrente, la decisione impugnata ha disatteso le regole di interpretazione del contratto, previste dagli artt. 1362 c.c. e ss. in quanto la corte si sarebbe comunque fermata ad una interpretazione letterale, senza andare oltre, ossia senza tenere conto della ratio della clausola, che è quella di escludere copertura quando il rischio di danno è maggiore, attesa, per l’appunto, la convivenza.

Inoltre, cont. alla corte di avere disatteso la ratio dell’art. 1370 c.c., in quanto l’interpretazione della clausola, perlomeno, doveva ritenersi dubbia, e far propendere per un significato sfavorevole al predisponente.

6. – Il motivo è fondato, nei termini che seguono.

7. – La clausola del cui significato si dis uta nell’individuare i soggetti che non sono considerati terzi, ossia an 8 ai-quali-non è coperto da polizza, così li elenca: “il coniuge, i genitori, i figli delle persone di cui al punto a), gli altri parenti ed affini con loro conviventi, nonché gli addetti ai servizi domestici”.

Se la tesi per la quale la convivenza è rilevante solo quanto agli altri parenti, ed agli affini, con esclusione quindi dei genitori che non sono mai terzi, convivano o meno con il danneggiante, tesi basata sulla struttura sintattica della clausola, ossia che fa leva sul fatto che il termine “conviventi” è posto subito dopo “gli altri parenti ed affini”, e dunque relativo solo a questi ultimi, potrebbe avere dalla sua una qualche ragione; meglio, la sola ragione letterale; se ciò può sostenersi, tuttavia anche la tesi opposta ha delle ragioni a suo favore, vuoi perché non è detto che la collocazione sintattica del termine “conviventi” sia decisivo, vuoi per la ratio della esclusione che potrebbe ben rinvenirsi nella convivenza, per via del fatto che quest’ultima rende più frequente il rischio di danni, e che questa ratio possa sostenersi lo si ricava dalla esclusione, tra i danneggiati coperti da assicurazione, dei domestici, esclusione che è dovuta non già al loro rapporto di parentela con il danneggiante, ma, per l’appunto, alla convivenza con quest’ultimo.

Questa corte ha avuto modo di osservare che nell’interpretazione del contratto di assicurazione, che va redatto in modo chiaro e comprensibile, il giudice non può attribuire a clausole polisenso uno specifico significato, pur teoricamente non incompatibile con la loro lettera, senza prima ricorrere all’ausilio di tutti gli altri criteri di ermeneutica previsti dagli artt. 1362 c.c. e ss., e, in particolare, a quello dell’interpretazione contro il predisponente, di cui all’art. 1370 c.c. (Cass. 668/ 2016; Cass. 10825/ 2020).

L’art. 1370 c.c. ha una precisa ragione: se la clausola è predisposta da un solo contraente, la scarsa chiarezza del testo va imputata a costui, non avendo l’altro dato alcun contributo alla redazione. Si può dire che tutela l’affidamento del contraente che non ha redatto, ossia il significato che legittimamente costui si aspettava dalla clausola.

Resta evidente che l’interpretazione contra stipulatorem presuppone il dubbio: ossia presuppone che, in base alle regole di interpretazione correnti (testuali, sistematiche, ecc.), siano ricavabili almeno due significati possibili; che è ciò che rende il significato non univoco e giustifica la tutela del contraente cui la clausola è “imposta”.

Da un lato, può dirsi che la convivenza, essendo riferita sintatticamente ai soli “altri parenti ed agli affini” è rilevante solo per costoro (argomento testuale), per altro verso però, questa tesi può essere disattesa dallo stesso argomento testuale osservando come il riferimento alla convivenza, pur posto alla fine della elencazione dei soggetti esclusi, ben può riferirsi a tutti, e non solo a quelli per ultimi menzionati, e che comunque la norma esclude dai danneggiati assicurati i domestici, e non può che farlo in ragione della loro convivenza con il danneggiante, in quanto li considera “addetti ai servizi domestici”. Infine, conta l’argomento pragmatico, ossia quello attento alle conseguenze (tra le quali anche quelle di tipo logico): se il requisito della convivenza fosse riferito ai soli affini (oltre che agli altri parenti) il danno al fratello non connivente sarebbe coperto, quello al genitore non convivente no, e non è chiaro perché.

Dunque, può dirsi che il testo della clausola non è univoco, e non lo è per il modo in cui è stata redatta, non già per la oggettiva difficoltà di senso.

8. – Il ricorso va pertanto accolto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese.


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