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Come giustificare i bonifici di Google

24 Settembre 2021
Come giustificare i bonifici di Google

Come dichiarare i guadagni fatti con la pubblicità di un sito internet, un canale YouTube o di streaming. La dichiarazione dei redditi, la partita Iva, la scelta tra ditta individuale e società. 

Un nostro lettore ci chiede come giustificare i bonifici di Google. Ci rappresenta la sua attuale situazione di studente universitario privo di lavoro ma con un reddito periodico che gli deriva dalla gestione di un sito Internet. In particolare, attraverso la pubblicità che scorre sulle pagine di tale sito, la concessionaria di Google (Google Ads) gli fa mensilmente un bonifico di diverse migliaia di euro. Ci viene chiesto pertanto come vadano dichiarati tali soldi e se, rispetto agli obblighi con l’Agenzia delle Entrate e al pagamento delle tasse, convenga di più aprire una partita Iva o costituire un’azienda.

Il lettore ci chiede infine se, una volta finita l’università, ricevendo un’offerta di lavoro, una di queste soluzioni potrebbe pregiudicarlo. 

Cerchiamo di fare il punto della situazione, sgombrando il campo da equivoci e da informazioni poco corrette spesso reperite su Internet. Vediamo insomma come giustificare i bonifici di Google.

I guadagni dalla pubblicità di Google vanno dichiarati? 

Il punto di partenza, per quanto scontato possa apparire, deve essere chiaro a tutti: i guadagni periodici ricavati da un sito Internet, da un canale YouTube, da una piattaforma di streaming e da tutto ciò che ruota intorno al web vanno sempre dichiarati, a prescindere dal loro importo. Quindi, va fatta la dichiarazione dei redditi all’interno della quale le somme percepite dalla concessionaria pubblicitaria vanno riportate nel quadro “Redditi diversi”. 

La violazione di tale regola può implicare, a seconda dell’illecito e dell’importo sottratto allo Stato, una sanzione amministrativa o penale. In particolare:

  • per chi non presenta affatto la dichiarazione dei redditi, il reato scatta non appena gli importi, che altrimenti sarebbero stati dovuti allo Stato a titolo di imposte, raggiungono 50mila euro;
  • per chi invece presenta la dichiarazione dei redditi ma non vi riporta i guadagni provenienti da Internet, il reato sussiste se ricorrono entrambi i seguenti presupposti:
    • l’imposta evasa deve essere superiore a 100mila euro (prima era di 150mila euro);
    • i redditi non dichiarati devono superare il 10% del totale o comunque i 2 milioni di euro.

Al di sotto di tali limiti, si rischiano un accertamento fiscale, le sanzioni tributarie e, in caso di omesso pagamento, il recupero coattivo delle somme tramite l’Agenzia Entrate Riscossioni e quindi, a seguito della notifica della cartella esattoriale, il pignoramento dei beni.

Nel caso del lettore, quindi, trattandosi di importi piuttosto bassi, non c’è il rischio di una incriminazione penale ma solo di un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Le donazioni vanno dichiarate?

Il web offre infinite possibilità di guadagno. Alcune di queste fanno leva sulle donazioni degli utenti della piattaforma. L’Agenzia delle Entrate ha tuttavia chiarito che i piccoli importi erogati a titolo di donazione non vanno dichiarati, non vanno cioè riportati sulla dichiarazione dei redditi, e pertanto su di essi non si pagano le tasse.  

Bonifici da Google: va aperta la partita Iva?

Una volta accertato che i bonifici da Google vanno dichiarati, è bene comprendere se sia più opportuno aprire una partita Iva a titolo di ditta individuale, costituire una società con una propria partita Iva oppure lasciare le cose come stanno, limitandosi a dichiarare annualmente i proventi ricavati come “Redditi diversi” nella propria dichiarazione dei redditi.

Il principio da osservare è il seguente: la partita Iva è necessaria – a prescindere dal volume di affari e quindi dal reddito prodotto – tutte le volte in cui l’attività svolta dal contribuente è continuativa. Tale è sicuramente quella del creatore di contenuti: essendo i contenuti caricati sul web e sempre online, sono potenzialmente produttivi di redditi. Pertanto, indipendentemente dall’entità dei ricavi, è sempre più corretto aprire una partita Iva.

Bonifici da Google: ditta individuale o società?

A questo punto vediamo se sia meglio aprire una partita Iva con ditta individuale oppure con una società (eventualmente anche una Srl unipersonale, se non si vuole avere a che fare con soci). 

Sicuramente, la gestione della società è più costosa, implicando dei costi fissi che invece la ditta individuale non ha (parliamo comunque di cifre basse, che non superano 2mila euro annui, a cui va aggiunto anche l’eventuale parcella del commercialista). 

Dall’altro lato, però, la società (se si tratta di una società di capitali come una Srl) offre uno scudo importante ai fini della responsabilità patrimoniale: difatti, l’imprenditore che dovesse indebitarsi tanto da non poter far fronte alle obbligazioni (con il Fisco, con i dipendenti, con le banche, ecc.), nel caso della società rischierebbe solo il patrimonio della società stessa; invece, nel caso di ditta individuale, egli espone il proprio patrimonio personale ad eventuali pignoramenti.

Rischi di una partita Iva

Veniamo infine all’ultima parte del quesito che ci è stato posto: può l’apertura di una p. Iva o di una società influire sul futuro occupazionale del relativo titolare? La risposta è negativa, a meno che non vi siano problemi di compatibilità. La legge non vieta, al lavoratore dipendente, di avere una seconda e propria attività, sempre che la stessa non sia in concorrenza con quella del proprio datore di lavoro. Nel nostro caso, il problema non dovrebbe mai porsi a meno che non si venga assunti da un altro giornale online. 



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