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Quale differenza tra contraffazione e alterazione

26 Settembre 2021 | Autore:
Quale differenza tra contraffazione e alterazione

Le pratiche che vengono messe in atto per confondere o per frodare il consumatore: come vengono punite? E quando non sono reato?

C’è un aggettivo che viene utilizzato molto spesso da chi parla di un oggetto falso: «Tarocco» o «taroccato». Lo si tira fuori in qualsiasi situazione, cioè quando una cosa è stata fatta in modo molto somigliante ad un’altra allo scopo di confondere le idee di chi la guarda e quando è stata prodotta esattamente uguale all’originale ma resta, appunto, falsa. Anzi «tarocca» o «taroccata». Eppure, come abbiamo visto, sono due cose diverse, che hanno dei nomi ben precisi: alterazione e contraffazione di un oggetto. Qual è la differenza tra contraffazione e alterazione? La legge punisce entrambe le cose allo stesso modo?

Chiunque sa che sulla coperta di un venditore abusivo sarà molto strano trovare una borsa griffata originale o un paio di occhiali da sole autentici: alcuni dei prodotti messi in commercio ad un prezzo stracciato sono alterati, altri sono contraffatti. Sicuramente, se qualcuno tenta di piazzarti un vero Rolex a 50 euro c’è qualcosa che non va. Quali sono contraffatti e quali alterati?

Particolare importanza riveste la lotta all’alterazione e alla contraffazione nei settori alimentare e farmaceutico: oltre al danno economico creato ai produttori originali, il potenziale danno alla salute può essere devastante. Vediamo la differenza tra contraffazione e alterazione.

Contraffazione e alterazione: cos’hanno in comune?

Contraffazione e alterazione di un prodotto sono due cose diverse ma hanno un elemento in comune: entrambe vengono classificate come reato dallo stesso articolo del Codice penale [1]. Si tratta di quello che punisce «chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati». In questo caso, la pena prevista è la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 2.500 a 25.000 euro.

Quindi, commette reato non solo chi contraffà o altera un marchio o un prodotto ma anche chi lo utilizza per ottenere un vantaggio economico. Il Codice, ovviamente, si riferisce a chi, consapevolmente, produce e vende della merce «taroccata». E, infatti, la Cassazione precisa: «Non è sufficiente la mera possibilità di confusione tra due marchi, regolarmente registrati, ma è necessaria la materiale contraffazione o alterazione dell’altrui marchio» [2].

Ma la normativa si spinge oltre e punisce con il carcere da uno a quattro anni e con la multa da 3.500 euro a 25.000 euro «chiunque contraffà o altera brevetti, disegni o modelli industriali, nazionali o esteri, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali brevetti, disegni o modelli contraffatti o alterati».

Contraffazione: cosa si intende?

Vediamo, però, la differenza tra contraffazione e alterazione di un prodotto, di un marchio, di un brevetto. Per usare un esempio estremamente semplice, si potrebbe dire che la contraffazione è la «falsa fotocopia» di un prodotto, di un marchio, di un disegno. In pratica, una sua imitazione mediante la sua replica non autorizzata con la quale si vuole ottenere un guadagno economico.

Va da sé che, per far fruttare l’affare, la contraffazione di un prodotto viene fatta con materiali più scarsi e, quindi, meno costosi, in modo da poter proporre la merce sul mercato ad un prezzo inferiore e, solo apparentemente, più conveniente per il consumatore.

Nella maggior parte dei casi, questa pratica viene sfruttata per fare soldi sui beni di lusso: accessori, capi d’abbigliamento, ecc. Ma anche nel settore dell’elettronica (processori, cellulari e quant’altro). Per non parlare di alimenti e di medicinali, dal falso Grana Padano o Parmigiano Reggiano al Viagra. E, ovviamente, i soldi: le banconote false non sono altro che denaro contraffatto.

In sintesi: la contraffazione presuppone la perfetta (o quasi) imitazione di un prodotto per venderlo come vero ad un prezzo inferiore, pur trattandosi di un falso.

Alterazione: cosa si intende?

Più «sottile», se così si può dire, la pratica dell’alterazione di un prodotto o di un marchio. In questo caso, non si parla dell’esatta riproduzione di un oggetto o di un segno distintivo, pur con materiali diversi, ma di una riproduzione «quasi» perfetta in grado di trarre in inganno il consumatore.

Ad esempio, un marchio può richiamare un altro ben più noto perché fatto con la stessa grafica, lo stesso stile, gli stessi colori. Basta cambiare una lettera, una riga, qualche sfumatura. Vendere, ad esempio, «Poca Cola» al posto della nota marca di bevande o dei ravioli «Buironi» richiamando il famoso marchio di pasta fresca. Magari in confezioni che assomigliano nei colori e nelle lettere. Ed ecco che chi acquista in fretta o distrattamente ci casca.

Ben più grave, per le sue conseguenze, l’alterazione dei prodotti alimentari. Una mozzarella fatta vai a sapere con quale latte, un olio elaborato con dei residui di scarto, ecc. In questi casi, oltre che di alterazione, si parla anche di adulterazione o sofisticazione dei prodotti, pratiche ritenute fraudolente.

Non bisogna, però, confondere l’alterazione fraudolenta con l’alterazione positiva degli alimenti: quest’ultima consiste nel trattamento chimico, fisico o biologico volto a migliorare la qualità o la capacità di conservazione del prodotto. Si pensi, ad esempio, alla pastorizzazione del latte o all’aggiunta di acido ascorbico (cioè di vitamina C) alla farina per facilitare il processo di panificazione. Lavorazioni perfettamente lecite che non costituiscono reato, purché siano indicate nelle confezioni dei prodotti.


note

[1] Art. 473 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 10193/2006.


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