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Che succede se tra separazione e divorzio passa molto tempo?

26 Settembre 2021
Che succede se tra separazione e divorzio passa molto tempo?

In sede di divorzio, si possono rivedere le condizioni economiche della separazione e così l’ammontare dell’assegno di mantenimento? 

I coniugi separati potrebbero, in teoria, restare in tale condizione per tutta la vita, senza procedere al successivo divorzio. Non è obbligatorio divorziare una volta completata la separazione. Anzi, ci sono molte coppie che hanno preferito rimanere in questa sorta di limbo per varie ragioni (prima tra tutte – come vedremo a breve – la questione ereditaria). Ciò non toglie però che – anche se non si è proceduto a sciogliere definitivamente il matrimonio – la condizione di «separati» resta, per l’ordinamento, valida ed efficace a tempo indeterminato.

Immaginiamo allora una coppia indecisa che, solo all’esito di numerosi anni, decida di confermare la separazione dando luogo al divorzio. Cosa avverrebbe in un’ipotesi di questo tipo? Cosa succede se tra separazione e divorzio passa molto tempo? Ecco alcune osservazioni. 

Quanto tempo passa tra separazione e divorzio?

Una volta ottenuta la separazione, per divorziare è necessario attendere del tempo. In particolare: 

  • se c’è stata una separazione consensuale (ossia effettuata, anche se in tribunale, con l’accordo dei coniugi), bisogna attendere 6 mesi. I sei mesi decorrono, a seconda di come è avvenuta la separazione, dalla sentenza del giudice, dalla data apposta sull’atto di negoziazione assistita o dall’ultimo incontro dinanzi al sindaco;
  • se c’è stata una separazione giudiziale (ossia con una causa), bisogna attendere 1 anno che decorre dalla prima udienza (quella presidenziale).

In alcuni casi, è possibile divorziare senza prima separarsi; ciò succede:

  • per mancata consumazione del matrimonio;
  • a seguito di una condanna per reati particolarmente gravi (per esempio: incesto, violenza sessuale, costrizione alla prostituzione, ecc.). Leggi sul punto “Si può divorziare senza separazione?“;
  • a seguito di annullamento o scioglimento del matrimonio celebrato all’estero;
  • in caso di rettifica di attribuzione di sesso. 

Si può divorziare dopo molti anni dalla separazione?

Per prima cosa è bene ribadire che è possibile restare separati senza dover per forza divorziare e senza perciò perdere appunto gli effetti della separazione.

Solo se, in questo frangente, la coppia dovesse riconciliarsi – ossia tornare a vivere insieme per un apprezzabile lasso di tempo e a consumare rapporti sessuali – la separazione perderebbe validità e non sarebbe più possibile divorziare, salvo ovviamente intraprendere di nuovo la procedura di separazione. Ma, per paralizzare il processo di divorzio, è necessaria la contestazione di uno dei due ex coniugi. Se c’è invece l’accordo, non vi sarà alcun ostacolo neanche in caso di riconciliazione di fatto. 

Nel momento in cui si decide di divorziare, nessun giudice o altro pubblico ufficiale potrà opporre resistenza o contestazioni per via del lungo lasso di tempo trascorso dalla separazione. 

Cosa succede se si rimane separati per molto tempo?

La separazione fa cessare solo alcuni effetti del matrimonio ma non tutti. Ad esempio, anche dopo la sentenza di separazione, i coniugi sono l’uno erede dell’altro ed è ben possibile, per chi rimane in vita, rivendicare la pensione di reversibilità del defunto.

Inoltre, finché si resta separati non ci si può risposare.

Per quanto riguarda la ripartizione della “buonuscita”, la quota di Tfr spettante all’ex coniuge può essere rivendicata solo una volta completato il divorzio; non spetta invece al coniuge che ha in mano solo la sentenza di separazione.

Puoi approfondire questi aspetti leggendo l’articolo “Conviene divorziare o restare separati?“.

Col divorzio è possibile cambiare le condizioni economiche della separazione? 

Ciò che è stato stabilito al momento della separazione può sempre essere oggetto di revisione al momento del divorzio. Si possono verificare due ipotesi:

  • se la separazione è stata consensuale, le reciproche concessioni che i coniugi si sono fatti possono essere oggetto di ripensamento in sede di divorzio. Si pensi all’ex moglie che, con la separazione, abbia rinunciato al mantenimento in cambio dell’intestazione della casa: questa potrebbe, in sede di divorzio, pretendere di nuovo il mantenimento (ecco perché eventuali passaggi immobiliari andranno preferibilmente concordati solo col divorzio);
  • se la separazione è stata giudiziale, il giudice può rivedere le condizioni economiche decise in precedenza se le condizioni reddituali di uno dei due coniugi sono cambiate. 

Se la donna ha rinunciato al mantenimento con la separazione può chiederlo col divorzio?

Un’interessante ordinanza della Cassazione [1] ha stabilito che, se con la separazione la moglie ha rinunciato al mantenimento e prima del divorzio sono passati numerosi anni, in assenza di mutamento delle condizioni economiche dei coniugi non è possibile più chiedere l’assegno mensile. E questo per una banale considerazione: il lungo decorso del tempo è prova che la donna ha potuto comunque mantenersi e vivere di propri redditi. Non può quindi, solo con il divorzio, lamentare il fatto di non essere autosufficiente. Di cosa ha campato prima? Significativo, secondo i giudici, il fatto che per tutto il tempo trascorso tra la separazione e il divorzio la donna abbia vissuto in tranquillità senza alcun sostegno economico dell’ex coniuge.


note

[1] Cass. ord. n. 25646/21.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 22 settembre 2021, n. 25646

A rischio l’assegno divorzile riconosciuto alla donna che, dieci anni prima, in sede di separazione, non aveva preteso dal marito alcun contributo economico (Cassazione, ordinanza n. 25646, sez. VI Civile – 1, depositata il 22 settembre).

Ufficializzata la rottura definitiva della coppia, i giudici di merito sanciscono che l’uomo deve versare all’ex moglie 300 euro al mese come assegno di divorzio.

Questa decisione viene fortemente contestata dall’uomo. Quest’ultimo pone in evidenza in Cassazione il fatto che l’ex moglie «ha vissuto per dieci anni, dopo la separazione, senza alcun assegno divorzile».

Questo dettaglio è fondamentale, secondo l’uomo, poiché va considerato come «indice della capacità lavorativa dell’ex moglie», la quale, a chiusura della procedura di separazione, aveva goduto «soltanto di 100 euro mensili a titolo di contributo spese per la gestione» di quella che è stata la loro casa coniugale.

Allo stesso tempo, l’uomo pone in evidenza che dopo la separazione è stata portata a conclusione «la vendita della ex casa familiare» e l’ex moglie «ha conseguito quale contributo alla vita familiare la metà del prezzo», reinvestendo poi quel denaro «nell’acquisto della sua nuova abitazione».

Infine, l’uomo contesta anche la linea seguita in appello, linea secondo cui doveva essere lui a dare prova di «avere reperito occasioni di lavoro per l’ex moglie» e non doveva essere invece la donna a «dimostrare l’incolpevole mancato reperimento di un’entrata economica frutto della propria attività lavorativa».

Le obiezioni proposte dall’uomo hanno un solido fondamento, secondo i giudici della Cassazione. Necessario, quindi, un nuovo giudizio in Appello per valutare la possibilità di revocare il diritto dell’ex moglie a percepire ogni mese l’assegno divorzile.

In prima battuta i magistrati sottolineano che è certo che «la signora non aveva mai chiesto un assegno in proprio favore in sede di separazione, richiedendolo solo in sede di divorzio, dieci anni dopo». Ebbene, tale circostanza «avrebbe dovuto indurre a ritenere comprovato», spiegano i magistrati, «che la donna avesse svolto un qualsiasi lavoro, anche irregolare», anche perché, altrimenti, «ella non avrebbe potuto vivere in tranquillità per dieci anni».

Per quanto concerne poi «la collaborazione domestica della moglie che pare avere consentito al marito di acquistare la casa coniugale», i giudici osservano che «quella collaborazione è stata compensata – sul piano perequativo – con l’attribuzione alla donna della metà del ricavato della vendita della casa» e che con quel denaro «la donna ha acquistato un’altra abitazione».

Infine, in merito alla «prova di avere, la donna, ricevuto proposte di lavoro e di averle rifiutate», dalla Cassazione censurano i giudici d’appello, sottolineando che «tale dimostrazione è stata posta in modo incongruo a carico dell’ex marito», ritenuto ‘colpevole’ di «non avere neppure dedotto di aver procurato occasioni di lavoro alla moglie e da costei rifiutate», mentre, invece, «è chi richiede l’assegno che deve dare la prova di non essere riuscito a rendersi autonomo senza sua colpa».

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 22 settembre 2021, n. 25646

Presidente Valitutti – Relatore Scalia

Fatti di causa e ragioni della decisione

1. Il signor C.G. ricorre con tre motivi, illustrati da memoria, per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, ha rigettato l’impugnazione dal primo proposta avverso la sentenza del Tribunale di Sassari che pronunciando sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con T.L. , onerava il primo del pagamento dell’assegno di divorzio di Euro 300,00 mensili in favore dell’ex coniuge e revocava l’assegno per la figlia, C.V.L. . T.L. e C.V.L. sono rimaste intimate. 2. Con il primo motivo il ricorrente fa valere la violazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. La Corte di appello, pur applicando i nuovi criteri determinativi dell’assegno divorzile affermati da questa Corte con SU 18287/2018, aveva obliterato la circostanza che la signora T. avesse vissuto per dieci anni, dopo la separazione, senza alcun assegno divorzile e l’evidenza, secondo notorio, avrebbe dovuto essere apprezzata come indice della capacità lavorativa della prima che, a seguito della sentenza di separazione, godeva soltanto di 100,00 Euro mensili a titolo di contributo spese per la gestione della ex casa coniugale. La signora T. , dopo la separazione, all’esito della vendita della ex casa familiare aveva conseguito, quale contributo alla vita familiare, la metà del prezzo che aveva reinvestito nell’acquisto della sua nuova abitazione e la Corte di merito aveva omesso di considerare siffatta evidenza. 3. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, La Corte di appello aveva ritenuto, con inversione dell’onere della prova, il C. gravato di un onere invece incombente sulla T. nella parte in cui aveva valorizzato la mancanza di prova sulla circostanza che il primo avesse reperito occasioni di lavoro per la seconda e tanto là dove, invece, ricadeva sulla T. l’onere di dimostrare l’incolpevole mancato reperimento di un’entrata economica, frutto della propria attività lavorativa. 4. Con il terzo motivo il ricorrente fa valere la violazione dell’art. 92 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, Vi era contrasto tra motivazione, nella parte in cui i giudici avevano ritenuto l’esistenza dei presupposti per la compensazione delle spese, e dispositivo, in cui invece i giudici di appello avevano applicato la sanzione del doppio contributo unificato all’appellante. 5. Il primo e secondo motivo di ricorso sono fondati e vanno accolti, per le ragioni di seguito indicate, ed il terzo, sulla compensazione in materia di spese di lite, resta assorbito. La Corte territoriale ha omesso l’esame di due fatti storici decisivi. 5.1. Il primo, concerne il fatto – non contestato – che la signora T. non aveva mai chiesto un assegno in proprio favore in sede di separazione, intervenuta nell’anno 2008, richiedendolo solo in sede di divorzio nel 2018, ossia dieci anni dopo. Detta circostanza avrebbe dovuto indurre la Corte d’Appello a ritenere comprovato – contrariamente a quanto affermato – che l’ex coniuge avesse svolto un qualsiasi lavoro, anche irregolare; vero è infatti che, altrimenti, la signora T. non avrebbe potuto vivere in tranquillità per dieci anni. 5.2. Il secondo fatto – sebbene citato dalla Corte territoriale – il cui esame è stato omesso, riguarda la collaborazione domestica della moglie che avrebbe consentito al marito di acquistare la casa coniugale e tuttavia questa collaborazione è stata compensata – sul piano perequativo – con l’attribuzione alla T. della metà del ricavato della vendita della casa, con il quale la donna aveva acquistato un’altra abitazione. Anche questo fatto non risulta considerato. 5.3. Se è ben vero che spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni semplici, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge” tuttavia la mancata valutazione di un elemento indiziario può dare luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo, influendo in maniera decisiva sulla motivazione (Cass. n. 8023 del 2009; Cass. n. 15737 del 2003). 5.4. Quanto alla prova di avere la T. ricevuto proposte di lavoro e di averle rifiutate, tale dimostrazione è stata poi posta in modo incongruo dalla Corte di merito a carico del ricorrente C. , che non avrebbe neppure dedotto di aver procurato occasioni di lavoro alla moglie, da costei rifiutate, laddove è chi richiede l’assegno che deve dare la prova di non essere riuscito a rendersi autonomo senza sua colpa, attesa la natura assistenziale e perequativa dell’assegno di divorzio secondo le S.U. n. 18287/2018. 5.5. Del resto, l’onere della prova, sia che riguardi fatti costitutivi che eccezioni, avente ad oggetto fatti negativi, segue le regole generali di cui all’art. 2697 c.c., sicché può essere assolto mediante la dimostrazione, anche in via presuntiva, di uno specifico fatto positivo contrario (Cass. n. 19171 del 2019), nella specie integrato dall’essersi l’ex coniuge attivata senza successo nel reperimento di un’attività lavorativa. 6. Accolti quindi il primo ed il secondo motivo di ricorso ed assorbito il terzo, questa Corte cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa davanti alla Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità. Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

P.Q.M.

Accoglie il primo ed il secondo motivo di ricorso ed assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa davanti alla Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità. Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.


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