Diritto e Fisco | Articoli

Patto di non concorrenza: tutto ciò che c’è da sapere

26 Settembre 2021
Patto di non concorrenza: tutto ciò che c’è da sapere

Quando il datore di lavoro può impedire al dipendente di svolgere un’altra attività simile a quella in precedenza svolta: il compenso e le penali. 

All’atto dell’assunzione, o anche in un momento successivo, il datore di lavoro può chiedere al dipendente di firmare il patto di non concorrenza. Si tratta di un accordo che obbliga quest’ultimo a non svolgere, dopo la cessazione del contratto di lavoro, un’attività in concorrenza con quella dell’azienda presso la quale è stato impiegato. Come vedremo a breve, tanto il dipendente quanto il datore sono obbligati a rispettare l’impegno preso non potendo recedere da esso in un momento successivo. Una volta cristallizzato l’impegno, non è ammessa la successiva risoluzione unilaterale, salvo vi sia il consenso di entrambe le parti.

Ma procediamo con ordine e vediamo tutto ciò che c’è da sapere sul patto di non concorrenza.

Patto di non concorrenza: elementi essenziali

Il patto di non concorrenza è disciplinato dall’articolo 2125 del Codice Civile. L’accordo tra datore e lavoratore richiede una serie di requisiti in assenza dei quali è invalido: 

  • perimetro dell’attività interdetta al lavoratore: bisogna cioè specificare, nel patto, quali specifici lavori saranno vietati al dipendente;
  • durata del limite oltre il quale il lavoratore potrà quindi tornare a sfruttare le proprie competenze anche in concorrenza con l’ex datore. In ogni caso, la durata non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura indicata dal comma precedente;
  • luogo entro cui viene vietata l’attività in concorrenza; bisogna cioè definire i confini territoriali del patto non potendo estendere il divieto a tutto il mondo; 
  • corresponsione di un adeguato compenso: non è possibile il patto di non concorrenza non retribuito. Il corrispettivo a favore del lavoratore deve essere dell’ammontare proporzionato al “sacrificio” richiesto in seguito alla cessazione del contratto di lavoro;
  • forma scritta dell’accordo.

Questi concetti sono così sintetizzati dal Codice civile: «Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo».

Come anticipato in apertura, il patto può essere stipulato sia contestualmente all’assunzione, sia in costanza del rapporto.

Patto di non concorrenza: le ultime sentenze della Cassazione

Per la validità del patto, secondo la Cassazione, occorre osservare i seguenti criteri:

  • il patto non deve limitarsi ad indicare le mansioni svolte dal lavoratore nel rapporto, ma può riguardare qualsiasi prestazione lavorativa che possa competere con le attività del datore di lavoro, da identificare in relazione a ciascun mercato nelle sue oggettive strutture, ove convergano domande e offerte di beni o servizi identici o comunque idonei a soddisfare le esigenze della clientela dello stesso mercato;
  • non deve essere di ampiezza tale da comprimere l’esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in termini che ne compromettano ogni potenzialità reddituale;
  • sul corrispettivo, il patto non deve prevedere compensi simbolici o manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenta per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato [1].

Patto di non concorrenza: esempi pratici

Ecco alcuni esempi che renderanno più facile comprendere i limiti di validità del patto di non concorrenza.

Potrebbe essere dichiarato nullo, per indeterminatezza dell’oggetto, il patto che vieti al lavoratore di «svolgere attività in concorrenza con quella della società di provenienza» e di «non intrattenere rapporti con la stessa clientela»; questo perché non viene specificato né quale sia l’attività specifica vietata né la tipologia di clientela presso la quale il lavoratore non dovrà svolgere l’attività.

È altresì nullo il patto che vieta al lavoratore di svolgere un’attività in concorrenza con quella della società di provenienza senza specificare il limite temporale di tale divieto. L’indicazione del tempo di vigenza del patto è essenziale per la validità del patto stesso.

È nullo il patto che imponga al dipendente il divieto di lavorare in concorrenza in tutta l’Europa a fronte di un compenso di 500 euro: si tratta di un importo irrisorio rispetto al sacrificio richiesto. È da considerare valido invece l’accordo che prevede un corrispettivo pari al 50% dell’ultima retribuzione lorda annua del lavoratore.

La risoluzione anticipata del patto di non concorrenza

Secondo la Cassazione [2], è nulla la clausola, inserita nel patto di non concorrenza, con cui il datore di lavoro si riserva la facoltà, in un momento successivo alla conclusione del patto stesso e prima della cessazione del rapporto di lavoro, di recedere dall’accordo e, quindi, di interrompere il pagamento. Una previsione di questo tipo non avrebbe alcun valore perché significherebbe accordare a una delle parti la facoltà di sciogliere unilateralmente un contratto a proprio piacimento, cosa che, invece, la nostra legge vieta. In generale, qualsiasi contratto può essere risolto solo per “mutuo consenso” ossia con l’accordo di entrambe le parti. 

Pertanto, una volta cristallizzato il patto, il datore non può recedere da esso, neanche se lo ha previsto per iscritto con un’apposita clausola; il lavoratore avrà quindi diritto a ottenere comunque il compenso pattuito. In altri termini, il diritto di opzione nella clausola è nullo e il datore rimane vincolato al patto, anche se esprime la sua volontà prima della fine del rapporto.

Date queste premesse, ad avviso della Suprema Corte, la clausola che consente al datore di lavoro di sciogliersi dal vincolo del patto di non concorrenza è (sempre) nulla, in quanto non possono farsi cessare ex post gli effetti «invero già operativi» della pattuizione contrattuale in virtù di una condizione risolutiva affidata al mero arbitrio di un solo contraente.

Questa conclusione si applica anche quando il datore di lavoro comunica la decisione di non avvalersi del patto di non concorrenza diversi anni prima che il rapporto sia venuto a cessare. Dunque, anche in tal caso, permane il diritto del lavoratore al compenso pattuito per le limitazioni assunte con la sottoscrizione del patto di non concorrenza.

Patto di non concorrenza: compenso al lavoratore

Il compenso per il patto di non concorrenza può essere erogato sia alla cessazione del rapporto di lavoro che in corso di esso, insieme alla retribuzione mensile.

Secondo la Cassazione [1], ai fini della validità del patto di non concorrenza, non sono richieste particolari forme o criteri di quantificazione del corrispettivo: è tuttavia necessario che esso non sia né simbolico, né manifestamente iniquo o sproporzionato rispetto al sacrificio imposto al lavoratore ed alla riduzione delle sue capacità di guadagno. Ciò, a prescindere sia dall’ipotetico valore di mercato del patto, sia dall’utilità che il patto rechi al datore di lavoro.

Potrebbe prevedersi che il corrispettivo del patto di non concorrenza aumenti con il crescere dell’anzianità aziendale; ciò contempera meglio gli interessi di entrambe le parti, posto che una più lunga permanenza in un posto di lavoro specializzante può rendere più difficile una nuova collocazione sul mercato in altri ambiti e quindi, idoneo a compensare il maggior sacrificio rispetto ad un rapporto di breve durata. 

Violazione del patto di non concorrenza: che succede?

Che succede se il lavoratore, una volta cessato il contratto, viola l’impegno assunto con il patto di non concorrenza? In che modo l’azienda può disincentivare la violazione del patto? Sono legittime le penali?

Iniziamo col dire che se l’attività in concorrenza con l’azienda viene svolta durante il rapporto di lavoro, cioè prima della sua cessazione, il dipendente può essere licenziato per giusta causa, a prescindere dall’esistenza o meno di un apposito patto: il divieto di non concorrenza, infatti, si estende per legge a tutti i lavoratori. È l’articolo 2105 del Codice civile a stabilire che, tra i doveri del dipendente, vi è l’obbligo di fedeltà: «Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

Il patto di non concorrenza riguarda invece l’attività da svolgere dopo la cessazione del rapporto di lavoro, sia che essa dipenda da dimissioni volontarie che da licenziamento.

La violazione del patto di non concorrenza non è un reato e, quindi, non consente al datore di denunciare l’ex dipendente. Si tratta solo di un inadempimento contrattuale che obbliga il lavoratore a risarcire il danno patito dal datore di lavoro. 

Sono valide le penali che predeterminano l’ammontare del risarcimento del danno in caso di violazione e che, di solito, vengono introdotte allo scopo di disincentivare il lavoratore dall’inadempimento. 

Un ulteriore strumento utile a scoraggiare il dipendente nel caso in cui si presenti l’occasione di violare il patto è l’introduzione di un obbligo che impone al lavoratore di comunicare tempestivamente al precedente datore di lavoro il nome della nuova impresa cui sarà eventualmente impiegato.


note

[1] Cass. ord. n. 23418/21 del 25.08.2021.

[2] Cass. ord. n. 23723/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube