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Versamento assegno sul conto: rischi col fisco

26 Settembre 2021
Versamento assegno sul conto: rischi col fisco

Pagamento ricevuto con assegni e successivo: se l’Agenzia delle Entrate accerta la riscossione di denaro da parte del contribuente, questo deve dimostrarne la legittima provenienza e la non imponibilità fiscale.

Che succede se un contribuente versa un assegno sul proprio conto corrente, ricevuto da un terzo a titolo di pagamento, senza però indicare tale importo nella propria dichiarazione dei redditi? L’Agenzia delle Entrate – che può accedere alla lista dei suoi movimenti bancari o postali – gli invierà un accertamento con cui gli chiederà il pagamento delle imposte su tale somma, maggiorate delle sanzioni. Questo perché, come insegna anche la giurisprudenza della Cassazione, l’assegno circolare sul conto è sempre imputabile dal Fisco a ricavi in nero se non c’è una prova contraria (prova che spetta al contribuente fornire). 

Cerchiamo di comprendere meglio quali sono i rischi col Fisco di chi esegue il versamento di un assegno sul conto.

Controlli sul conto corrente

Sono soggette ai controlli dell’ufficio delle imposte tutte le operazioni sul conto corrente (bancario o postale) che implicano un’entrata, ossia un ingresso di denaro: si tratta quindi del versamento di contanti o di un assegno, oppure del bonifico ricevuto da terzi. Non anche il giroconto, trattandosi in questo caso solo di uno spostamento di denaro da un conto a un altro di proprietà dello stesso soggetto.

Tale regola vale per tutte le tipologie di contribuenti: dai lavoratori dipendenti a quelli con partita Iva, dai disoccupati ai professionisti, dai pensionati alle casalinghe.

Non sono soggetti a controlli invece i prelievi, salvo si tratti di conti correnti intestati a imprenditori e ad aziende (nel qual caso tutti i prelievi superiori a mille euro al giorno o comunque a cinquemila euro al mese devono trovare giustificazione nella contabilità).

Versamento di assegno e rischi fiscali

Versamenti di contanti, di assegni e bonifici si presumono costituire un reddito per il contribuente: reddito che, pertanto, va riportato nella dichiarazione dei redditi inviata all’Agenzia delle Entrate. Se ciò non avviene, è il contribuente che deve dimostrare al Fisco la natura non imponibile dell’importo. Deve cioè dar prova che si tratta di importi non tassabili (come nel caso delle donazioni di modico valore, dei risarcimenti, della vendita di beni usati) o già tassati alla fonte (come nel caso delle vincite al gioco e alle scommesse).

Pertanto, chi riceve un assegno, circolare o bancario, e poi lo versa sul proprio conto deve sapere che, se di esso non vi è traccia nella dichiarazione dei redditi, può subire un accertamento fiscale. 

Sarà quindi sempre più opportuno, quando non si ha la possibilità di dimostrare la provenienza lecita del denaro, ricevere il pagamento in contanti. Attenzione però: anche i contanti sono soggetti ad alcuni limiti. Dal 1° gennaio 2022, infatti, non è possibile scambiare più di 999,99 euro in contanti tra soggetti diversi.

La presunzione di nero

L’assegno versato sul conto può sempre essere imputato dal Fisco a ricavi in nero. Ciò anche se la banca rifiuta di rivelare chi emette il titolo per motivi di privacy. 

Con queste parole la Corte di Cassazione [1] ha di recente accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Gli Ermellini, accogliendo le ragioni del Fisco contro un imprenditore che aveva versato un assegno circolare di 52 mila euro imputandolo a una cessione di quote, partono da alcune considerazioni. In presenza di accertamenti bancari, è onere del contribuente dimostrare che i proventi desumibili dalle movimentazioni bancarie non debbano essere recuperati a tassazione: o per averne egli già tenuto conto nelle dichiarazioni o perché fiscalmente non rilevanti, siccome non riferibili ad operazioni imponibili; e, per volontà di legge, l’onere dell’amministrazione di provare la sua pretesa è soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti bancari, restando a carico del contribuente l’onere di provare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili a operazioni imponibili. Il cittadino deve fornire una prova non generica, ma analitica, riferita quindi ad ogni singolo versamento bancario.


note

[1] Cass. ord. n. 24238/21 dell’8.09.2021.


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