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Quando e come difendersi da soli senza giudici e avvocati

26 Settembre 2021
Quando e come difendersi da soli senza giudici e avvocati

La vendetta, in alcuni casi, è legale: ma non deve essere servita fredda. 

In linea di massima, vendicarsi non è ammesso dalla legge. Solo il giudice può dirimere le controversie tra privati e infliggere le relative sanzioni. Diversamente, scatta il reato di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni». 

Tuttavia, in alcuni casi, la “vendetta” o, quantomeno, l’autotutela è ammessa dall’ordinamento. Vediamo dunque quando e come difendersi da soli senza giudici e avvocati.

Le offese

Se una persona ti offende, sia che lo faccia a quattr’occhi (ingiuria) che in tua assenza ma in pubblico (diffamazione) puoi ripagarla con la stessa moneta e, quindi, ingiuriarla o diffamarla, senza perciò risponderne. L’ingiuria e la diffamazione sono infatti scusate se costituiscono l’immediata risposta ad un’offesa appena ricevuta. 

Attenzione però: ciò che la legge perdona è solo la reazione dettata dall’ira del momento e, quindi, dall’istinto che porta a tutelarsi non appena si è subìto il torto. 

Per cui, se tra l’illecito e la replica trascorre molto tempo, il comportamento va piuttosto considerato una “vendetta a sangue freddo”, ragion per cui non è più tollerato e può essere ugualmente punito. 

Al di là di tale caso, però, reagire a un reato con un altro reato non è ammesso (pur potendo ciò costituire un’attenuante).

La violazione di un contratto

Se hai firmato un contratto con una persona e questa non lo rispetta, puoi sospendere la tua prestazione senza sentirti obbligato a rispettare l’impegno preso e senza per forza rivolgerti a un giudice. La legge infatti consente di sospendere le prestazioni contrattuali nei confronti di chi è inadempiente. È una forma di autotutela – di vendetta se vogliamo – legalizzata dal Codice civile per evitare di rimanere “cornuti e mazziati”.

Ad esempio, in una fornitura periodica, puoi sospendere la tua prestazione se il cliente non ti paga il canone di abbonamento mensile. 

La legittima difesa

Se anche non puoi invocare la legittima difesa prima di essere aggredito (non puoi, ad esempio, picchiare chi ti minaccia, ma ancora non ha agito), né puoi farlo per un semplice spintone o un comportamento che non ponga a rischio la tua incolumità fisica, non devi per forza aspettare di essere definitivamente steso a terra per sferrare, a tua volta, un pugno o una mazzata al tuo avversario. L’importante è che tra l’offesa che hai subìto e la tua reazione ci sia proporzione: non puoi, ad esempio, mandare all’ospedale chi ti ha tirato un semplice schiaffo. 

L’abbandono della casa coniugale

Se, in generale, chi è sposato non può mai andare via di casa lasciando il coniuge da solo, con l’intenzione di non fare più ritorno, questo comportamento è ammesso quando è la reazione a un torto grave o una violenza fisica o psicologica. Quindi, puoi lasciare il tetto coniugale se scopri che tua moglie ti tradisce, se tuo marito ti picchia o ti vessa in modo intollerabile. In tal caso, non subirai (in caso di separazione o divorzio) il cosiddetto addebito, essendo il matrimonio ormai naufragato a causa di pregresso comportamento gravemente colpevole, a te non imputabile.

La controquerela

Non puoi controquerelare per calunnia chi ti denuncia senza prove o interpretando in modo sbagliato la legge. Ma puoi farlo nei confronti di chi ti denuncia pur sapendo, già in partenza, che sei innocente e, quindi, agendo in malafede.

L’arresto in flagranza

Se becchi un ladro che sta tentando di rubarti la bici, il monopattino elettrico o il motorino puoi trattenerlo, ossia arrestarlo, in attesa che arrivi la polizia. È una facoltà che viene concessa ad ogni cittadino in caso di flagranza di reati particolarmente gravi.

La ritenzione della merce

Se una persona ti deve dei soldi e tu hai in mano un oggetto di sua proprietà, lo puoi trattenere finché non vieni pagato. Ciò però può succedere solo nei casi indicati espressamente dalla legge. Ad esempio, quando si lascia un veicolo al meccanico, questi lo può trattenere finché non riceve il pagamento della fattura; quando si vende un oggetto e non si viene pagati il negoziante non è tenuto a consegnarlo se ne ha ancora il possesso; quando qualcuno deve restituire agli eredi di una persona un bene da quest’ultima ricevuto precedentemente a titolo di donazione, può tenerlo finché non gli vengono rimborsate le migliorie che ha eseguito sul bene stesso; l’usufruttuario che, alla scadenza del contratto, deve restituire al proprietario l’immobile lo può trattenere finché questi non gli restituisce i soldi anticipati in precedenza per le riparazioni; se, in buona fede, ti appropri di un oggetto che credevi abbandonato, il proprietario che te ne chiede la restituzione deve restituirti i soldi spesi per le riparazioni, i miglioramenti e le addizioni: diversamente, puoi trattenere l’oggetto.

Il creditore che vuole esercitare il diritto di ritenzione deve inviare al debitore un atto di intimazione al pagamento nel quale indica l’importo del credito e avverte che, in caso di mancato pagamento entro un determinato termine, eserciterà il diritto di ritenzione sui beni in proprio possesso (specificando quali).

Il creditore può tutelarsi anche vendendo i beni del debitore sui quali esercita il diritto di ritenzione. Si pensi, per esempio, al depositario che ha interesse a liberarsi il prima possibile della merce trattenuta perché facilmente deperibile (per esempio prodotti alimentari) oppure perché necessita di elevati costi di conservazione.

La minaccia di agire in tribunale

Chi subisce un torto da un’altra persona può ben minacciarla di agire contro di lei in tribunale, di denunciarla o di farla fallire. Questi comportamenti non sono punibili perché, anche se messi in attuazione, costituirebbero l’esercizio di un diritto riconosciuto dalla Costituzione: quello alla tutela giudiziaria. Sarà poi il giudice a decidere se l’azione legale è davvero fondata e, in caso contrario, a condannare alle spese processuali chi ha agito in assenza dei presupposti di legge. 

Peraltro, la minaccia scatta solo quando le conseguenze ingiuste paventate alla vittima dipendono dall’agente mentre, in questi casi, la condanna o la sentenza di fallimento dipende dalla decisione di un soggetto terzo, il giudice appunto. 

Reazione a un ordine illegittimo del datore di lavoro

Il dipendente deve fedeltà al proprio datore di lavoro, ragion per cui non può disobbedirgli, a meno che si tratti di ordini illegittimi, adottati in piena violazione della legge: ordini cioè che potrebbero comportare una responsabilità penale per il dipendente stesso (si pensi all’invito a vendere merce palesemente avariata). 

Se si ritiene illegittimo l’ordine del datore di lavoro non ci si può ergere ad arbitri e decidere se rispettarlo o meno, ma bisogna prima ricorrere al giudice affinché annulli il provvedimento. Si pensi al caso di un trasferimento dettato in assenza dei presupposti di legge ossia delle valide ragioni produttive o organizzative. 

È prevista però un’eccezione quando il comando del capo possa gravemente danneggiare il dipendente: in tal caso, quest’ultimo, in via di autotutela, può esimersi dall’adempimento. Succede, ad esempio, quando il datore di lavoro impone mansioni pesanti a una donna incinta o a una persona con un’evidente invalidità che, proprio per tali ragioni fisiche, subirebbe un pregiudizio nel caso di fedele obbedienza. 



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