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Controllo conti correnti lavoratori autonomi

28 Settembre 2021 | Autore:
Controllo conti correnti lavoratori autonomi

Le regole dell’accertamento fiscale sono diverse da quelle degli imprenditori: qui, per ricostruire i redditi contano solo i versamenti, non i prelievi.

Se sei un lavoratore autonomo, hai una partita Iva e operi in regime di contabilità semplificata, o sei un forfettario e applichi la flat tax, non per questo puoi stare tranquillo e sentirti al riparo da accertamenti fiscali. L’Agenzia delle Entrate può attingere ai tuoi dati bancari e verificare analiticamente le operazioni che hai compiuto. Il controllo fiscale sui conti correnti dei lavoratori autonomi, però, è un po’ diverso da quello che riguarda la generalità dei contribuenti e si distingue anche da quello specifico per gli imprenditori.

Le operazioni compiute su un conto corrente possono distinguersi in due grandi categorie: versamenti e prelievi. Cosa succede se il Fisco li esamina e non trova corrispondenza con i redditi dichiarati? Presume che vi sia stata un’evasione fiscale e, a quel punto, tocca al contribuente giustificarsi e dimostrare che non è così. La prova non è facile, ma i lavoratori autonomi godono di un importante vantaggio: per loro i prelievi non vanno considerati ai fini della ricostruzione del reddito imponibile.

Quindi, il controllo dei conti correnti per i lavoratori autonomi presenta alcune specificità rispetto al regime generale. A seguire, te le indicheremo. Conviene conoscerle per capire come comportarsi e in quali casi si può trovare un riparo dalle pretese del Fisco tenendo, però, presente che i lavoratori autonomi non sono mai immuni dagli accertamenti fiscali, anzi la loro posizione viene spesso guardata con sospetto dagli Uffici accertatori, i quali temono che dietro di essa possa nascondersi un’evasione fiscale che usa come schermo proprio questa natura dell’attività esercitata.

Controlli fiscali sui conti correnti: come funzionano?

Il Fisco può controllare i conti correnti bancari e postali attingendo all’archivio dei rapporti finanziari, una banca dati che consente di verificare, per tutti i contribuenti italiani, la titolarità di conti correnti e i movimenti effettuati con essi.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate, in base alla legge [1], può controllare e porre a base dell’accertamento fiscale in rettifica dei maggiori redditi riscontrati:

  • per tutti i contribuenti (compresi i privati non imprenditori, dunque anche i lavoratori dipendenti, i disoccupati e i pensionati), i versamenti di contanti e assegni e gli altri movimenti in entrata sul conto, come i bonifici ricevuti in accredito;
  • solo per gli imprenditori, anche i prelievi effettuati sul conto, quando superano i 1.000 euro giornalieri o i 5.000 euro mensili.

Lo scopo di questo accertamento è, evidentemente, quello di verificare se le somme movimentate a vario titolo sui conti correnti del contribuente controllato sono confluite nella sua dichiarazione dei redditi oppure no. Quando qualche importo manca all’appello, l’Agenzia delle Entrate applica una presunzione di evasione fiscale.

Si tratta di una presunzione relativa, in quanto consente al contribuente di giustificare i movimenti avvenuti indicando la loro motivazione: ad esempio, potrà dimostrare che si tratta di redditi esenti da imposizione fiscale (come i risarcimenti danni o le donazioni ricevute), oppure che quei proventi sono già stati tassati alla fonte (è il caso delle vincite al gioco, per le quali lo scommettitore riceve l’importo al netto della trattenuta di legge e dei proventi ereditari soggetti all’imposta di successione).

Tieni presente che questa metodologia di accertamento è estesa anche al conto corrente del coniuge e degli altri familiari, specialmente quando il rapporto bancario è cointestato: lo afferma una nuova pronuncia della Cassazione [2], precisando che il coniuge deve giustificare i movimenti sospetti operati sul suo conto corrente, per dimostrare che le somme affluite non provengano dall’attività imprenditoriale, professionale o di lavoro autonomo esercitata dal partner.

I controlli possono estendersi indietro nel tempo e così riguardare anche le annualità di imposte precedenti. Precisamente, il termine massimo a disposizione del Fisco per compiere le verifiche bancarie ed emanare gli atti di accertamento dei maggiori redditi è di:

  • cinque anni se il contribuente ha presentato la dichiarazione, senza indicare i proventi ricevuti sui conti bancari;
  • sette anni se la dichiarazione dei redditi è stata omessa (il termine inizia a decorrere il 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata).

I controlli bancari sono sufficienti per l’accertamento?

Se il contribuente, di fronte alle contestazioni dell’Agenzia delle Entrate sui maggiori redditi desunti dall’analisi della movimentazione bancaria, non oppone una giustificazione nei modi che abbiamo indicato, i dati raccolti sono sufficienti per l’accertamento fiscale, a condizione che l’atto impositivo fornisca un’adeguata motivazione sulla ricostruzione reddituale compiuta dall’Ufficio. Per questo i funzionari che svolgono i controlli sui conti correnti convocano il contribuente a chiarimenti e lo invitano ad un contraddittorio preventivo, in modo da consentirgli di produrre la documentazione che prova la non imponibilità fiscale delle operazioni bancarie riscontrate.

La stessa motivazione dell’avviso di accertamento è dovuta – ed anzi deve essere ancor più rafforzata – quando il Fisco disattende le difese del contribuente, ad esempio ritenendo che le somme ricevute non siano frutto di donazione di parenti, ma derivino da operazioni imponibili compiute durante l’attività imprenditoriale o professionale.

Controlli bancari per professionisti e lavoratori autonomi

Ai fini dell’accertamento fiscale, i controlli sui conti correnti di professionisti e lavoratori autonomi presentano alcune particolarità rispetto alla disciplina generale che ti abbiamo descritto. La differenza più importante sta nel fatto che una sentenza della Corte Costituzionale [3] ha eliminato dalla norma il riferimento ai «compensi» ed ha così escluso, per queste categorie, le operazioni bancarie di prelievo dall’applicazione delle regole di presunzione probatoria di evasione fiscale. Ciò significa che sotto la lente del Fisco potranno finire soltanto le operazioni di versamento e di accredito, mentre per i prelievi effettuati sul conto corrente si presume che essi siano finalizzati al normale soddisfacimento delle esigenze personali e familiari del professionista o del lavoratore autonomo.

Anche la Corte di Cassazione [34], recentemente, ha stabilito che «per i redditi diversi derivanti dall’esercizio non abituale di attività di lavoro autonomo, i prelevamenti non possono concorrere presuntivamente alla determinazione del reddito». Questa ordinanza ha chiarito che l’Agenzia delle Entrate non può neppure ritenere che costituiscano «redditi diversi» quelli conseguiti da un professionista che lavora saltuariamente ed ha operato prelievi dal suo conto corrente.

Eliminando alcune incertezze giurisprudenziali del passato che avevano espresso una tesi contraria [5] – te ne abbiamo parlato nell’articolo “I controlli dei fisco sui conti correnti di professionisti e autonomi” – la Suprema Corte ora chiarisce che le regole presuntive di accertamento mediante i conti correnti bancari valgono per tutti i contribuenti (dunque, compresi i professionisti e i lavoratori autonomi) soltanto per quanto concerne i versamenti, mentre i prelievi vanno considerati solo per i titolari di redditi d’impresa (per essi, infatti, i prelievi ingiustificati possono essere considerati come investimenti nell’attività esercitata).

Da ciò consegue che professionisti e lavoratori autonomi possono essere chiamati a rispondere delle movimentazioni bancarie avvenute sui loro conti correnti, ma limitatamente alle entrate e non anche alle uscite, che devono essere escluse dall’accertamento e rettifica delle dichiarazioni dei redditi presentate. Tutto ciò fermo restando che se l’autonomo opera in nero, senza partita Iva e non presentando le dichiarazioni, non potrà beneficiare di questo speciale scudo ed anzi tutti i dati rilevati dai suoi conti correnti bancari potranno essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza dell’attività svolta in modo occulto, sia per quantificare il reddito da essa ricavato [6].


note

[1] Art. 32 D.P.R. n. 600/1973.

[2] Cass. ord. n. 26101 del 27.09.2021.

[3] C. Cost. n. 228/2014.

[4] Cass. ord. n. 25812 del 23.09.2021.

[5] Cass. ord. n. 13334 del 27.03.2019.

[6] Cass. sent. n. 5135 del 28.02.2017 e n.21132 del 13.10.2011.


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