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Casa abusiva: va demolita se ci vive un malato?

29 Settembre 2021 | Autore:
Casa abusiva: va demolita se ci vive un malato?

Non può essere disposto l’abbattimento se uno dei residenti ha gravi problemi di salute: così la Cassazione applica i principi Cedu sul diritto all’abitazione.

Gli immobili abusivi sono una specie di bomba ad orologeria: se non vengono sanati nei modi previsti dalla legge, possono essere demoliti per ordine del giudice penale che ha accertato il reato o con un provvedimento del Comune che ha rilevato la mancanza del permesso di costruire o le difformità essenziali. Così chi ci abita non è mai al sicuro; senza contare il fatto che questi immobili non sono commerciabili. Ma una casa abusiva va demolita anche se dentro ci vive un malato?

A questa interessante domanda ha risposto una nuova sentenza della Cassazione [1]. La Suprema Corte ha detto stop alla demolizione, almeno fino a quando il giudice di merito non avrà valutato e bilanciato gli opposti interessi in gioco: da un lato quello dello Stato alla rimozione delle opere abusive, dall’altro quello degli abitanti in relazione al loro stato di salute. E in questo giudizio di proporzionalità pesa moltissimo il rispetto della vita privata e familiare, sancito dalla Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo e, spesso, richiamato dalla giurisprudenza comunitaria della famosa corte Cedu, con sede a Strasburgo.

Alla luce di questi principi, vediamo come funziona e quando può essere disposta, o impedita, la demolizione di una casa abusiva se ci vive un malato.

Il diritto all’abitazione secondo la Cedu

La Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo – che è un’importante fonte di diritto applicabile anche dai giudici italiani – sancisce, all’art. 8, che «ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza». Per concretizzare questo principio, il comma successivo stabilisce che: «Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o  della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».

Per quanto riguarda la demolizione degli abusi edilizi, la Cedu, ossia la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, ha affermato in varie occasioni [2] che occorre tutelare il diritto all’abitazione quando gli ordini di demolizione hanno una preminente funzione sanzionatoria, cioè di punizione del responsabile dell’abuso, ma non mirano a tutelare gli interessi pubblici, come la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dell’urbanistica e del decoro architettonico.

Una recente sentenza della Cassazione [3] – che precede di pochi giorni quella che ti abbiamo anticipato all’inizio – ha chiarito che con ciò non si può affermare un diritto assoluto alla casa, perché una tale interpretazione priverebbe i poteri pubblici dei mezzi necessari per far rispettare le regole di tutela del proprio territorio, e così aprirebbe la strada a qualsiasi abuso edilizio in ragione di una pretesa necessità abitativa.

Demolizione e necessità abitative: quale bilanciamento?

La nuova vicenda decisa dalla Corte di Cassazione [1] partiva da un caso in cui i ricorrenti avevano chiesto al giudice dell’esecuzione la sospensione o la revoca dell’ordine di demolizione emanato dal giudice penale con sentenza di condanna a seguito dell’accertamento dell’abuso edilizio. Gli opponenti invocavano il rispetto dei principi sanciti dalla Cedu e chiedevano «un giudizio di bilanciamento dell’interesse dello Stato al ripristino dello stato dei luoghi (con l’abbattimento degli immobili abusivi) rispetto alla tutela della vita privata e familiare» di chi vi abitava.

Il primo giudice aveva rigettato il ricorso, ma la Suprema Corte ha ritenuto che il ragionamento svolto fosse troppo astratto: in particolare, non erano state affatto considerate le cattive condizioni di salute della ricorrente, gravemente malata, che viveva in quell’appartamento. Il Collegio ha, innanzitutto, richiamato «la necessità di una valutazione attenta, sotto il profilo della proporzionalità, tra l’abuso edilizio e gli interessi generali della comunità al rispetto delle norme», ricordando che «in tema di abusi edilizi il giudice, nel dare attuazione all’ordine di demolizione di un immobile abusivo adibito ad abituale abitazione di una persona, è tenuto a rispettare il principio di proporzionalità», come elaborato dalla giurisprudenza comunitaria [2].

Demolizione: le condizioni di salute degli abitanti possono impedirla?

In questo giudizio di bilanciamento tra le opposte esigenze, secondo molte sentenze della Cassazione [4], occorre sempre valutare «le condizioni socio-economiche e di salute» di chi abita nell’appartamento da demolire ed anche tener conto dei tempi a disposizione per conseguire, se possibile, la sanatoria dell’immobile ovvero per risolvere le proprie esigenze abitative.

«Ecco perché – secondo quanto spiega l’ultima pronuncia della Suprema Corte [1] – il principio di proporzionalità impone una valutazione caso per caso della demolizione e se la stessa risulti giustificata in relazione alle ragioni di natura personale, economica, familiare e di salute prospettate dal destinatario dell’ordine». Il Collegio rimarca che «il giudice dell’esecuzione deve stabilire, con analisi in fatto e con valutazione di merito e con adeguata motivazione, se l’interesse dello Stato alla demolizione sia proporzionato rispetto allo scopo e alla natura dell’intervento edilizio, se di necessità (esigenze abitative non altrimenti fronteggiabili) o per speculazione».

Nel caso esaminato, l’immobile da demolire era di volume modesto (50 metri quadri); ma, soprattutto, era documentato dalle certificazioni mediche secondo cui uno dei ricorrenti, che vi abitava insieme ai suoi familiari, era affetto da gravi problemi di salute, che già in primo grado avevano consentito di sospendere l’ordine di sgombero della casa. Invece, nel giudizio di merito di secondo grado, proprio il motivo specifico relativo al cattivo stato di salute e alla presenza di «malattie gravi» non era stato compiutamente esaminato. Per questi motivi, la Cassazione ha annullato la sentenza che aveva respinto il ricorso e ha rinviato gli atti alla Corte d’Appello per un nuovo giudizio da compiersi in base ai principi enunciati.

Per altre informazioni leggi “Immobile abusivo: va demolito se ci vive un nullatenente o un invalido?“.


note

[1] Cass. sent. n. 35640 del 28.09.2021.

[2] CEDU sent. 21.04.2016, Ivanova e Cherkezov c/Bulgaria; sent. 04.08.2020, Kaminskas c/Lituania.

[3] Cass. sent. n. 34607 del 17.09.2021.

[4] Cass. sent. n. 423 del 08.01.2021; n.40396 del 02.10.2019; n. 48833 del 04.05.2018.


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