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Filmare atto sessuale con una minore è reato?

30 Settembre 2021
Filmare atto sessuale con una minore è reato?

Si può riprendere un rapporto con una ragazza minorenne? Cosa rischia se, chi agisce, non ha anch’egli 18 anni?

Un uomo che invita a casa una donna o la porta in una camera d’albergo e, a sua insaputa, filma il rapporto sessuale non commette reato. Lo ha chiarito tempo fa la Cassazione [1]: secondo i giudici, in un’ipotesi del genere, non può scattare la querela per «interferenze illecite nella vita privata». Così come, del resto, è lecito registrare o riprendere con una telecamera una conversazione senza il consenso dei presenti, è altresì lecito filmare lo scambio di effusioni amorose (leggi a riguardo: È legale filmare un rapporto sessuale?). Cosa succede invece se i soggetti non hanno ancora compiuto diciotto anni? Filmare un rapporto con una minore è reato? Di tanto si è occupata, proprio di recente, la Cassazione [2].

Secondo i giudici, quando il soggetto ritratto nel video è minorenne si configura il reato di pornografia minorile punito dall’art. 600 ter del Codice penale con la reclusione da 6 a 12 anni e la multa da 24mila a 240mila euro. In particolare, il Codice penale punisce chiunque utilizzi minori di 18 anni per produrre materiale pedopornografico. Non rileva il fatto che tra i due partecipanti all’atto vi fosse solo l’intento di consumare un rapporto sessuale. Così come si prescinde dal consenso alla registrazione prestato dalla minore (o dal minore). Ciò che rileva, ai fini dell’illecito penale, non è infatti l’autorizzazione alle riprese, ma la semplice creazione del materiale pedopornografico, indipendente anche dalla sua eventuale pubblicazione. Pertanto, anche se i file restano salvati nello smartphone e non vengono diffusi a terzi (nel qual caso si integrerebbe il reato di revenge porn), la responsabilità non viene meno. 

A rispondere del reato è ovviamente chi esegue e conserva il filmato, anche se si tratta di un coetaneo, anch’egli quindi con meno di 18 anni. E difatti, per l’imputabilità penale – ossia per essere condannati dei reati commessi, qualsiasi essi siano – è sufficiente avere 14 anni. 

Dunque, il ragazzino non ancora maggiorenne che filma il rapporto sessuale con una compagna della stessa età o più piccola può essere denunciato dai genitori di quest’ultima o da lei stessa. 

In questa occasione, i giudici hanno innanzitutto ricordato che «ai fini dell’integrazione del reato di produzione di materiale pedopornografico non è richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale». In aggiunta, viene anche ribadita «l’esistenza del reato anche nell’ipotesi di prestazione del consenso da parte della persona offesa minorenne».

In questa vicenda, è emerso che «il video» realizzato dal minorenne sotto processo e dal suo complice «riprendeva il compimento di atti sessuali espliciti, cui non era affatto estraneo lo scopo di natura sessuale, dovendosi intendere in tal senso la capacità del video di provocare nello spettatore il risveglio ovvero il rinnovo di istinti erotici, contestualmente al compiacimento legato alla visione del materiale così prodotto. Sì che, così interpretato lo scopo sessuale, era difficile sostenere che il video non avesse tal genere di finalità». Tuttavia, «si è comunque legata la sussistenza del reato alla mera produzione del materiale pornografico, trattandosi di reato a dolo generico che non prevede alcuna finalità ulteriore rispetto alla volontà di utilizzare il minore nella produzione del materiale», precisano i magistrati.

Il minorenne ha lamentato che «per ritenere la sussistenza del reato doveva sussistere uno scopo di natura sessuale». I Giudici della Cassazione ribattono che «costituisce materiale pedopornografico la rappresentazione, con qualsiasi mezzo atto alla conservazione, di atti sessuali espliciti coinvolgenti soggetti minori di età, oppure degli organi sessuali di minori con modalità tali da rendere manifesto il fine di causare concupiscenza od ogni altra pulsione di natura sessuale».

Correttamente, quindi, in questa vicenda, si è ravvisata «la presenza dello scopo sessuale», ricordando «la sicura ripresa di atti sessuali espliciti e, in ogni caso, le pulsioni che detta rappresentazione visiva era destinata a provocare nello spettatore».


note

[1] Cass. sent. n. 27160/18 del 13.06.2018.

Cass. pen., sez. III, ud. 16 giugno 2021 (dep. 4 agosto 2021), n. 30326

Presidente Rosi – Relatore Cerroni

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 19 novembre 2020 la Corte di Appello di Trieste sezione minorenni ha confermato la sentenza del 13 febbraio 2020 del Tribunale per i Minorenni di Trieste, in forza della quale T.A.S. era stato condannato alla pena, sospesa, di anni due mesi nove di reclusione ed Euro tredicimila di multa per i reati, uniti dal vincolo della continuazione e previo riconoscimento delle attenuanti generiche e della minore età, di cui all’art. 609 octies c.p., comma 2, (capo A); art. 110 c.p., art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1 (capo B) in danno di S.M.F. . 2. Avverso la predetta decisione è stato proposto ricorso per cassazione con unico motivo di impugnazione. 2.1. In particolare, secondo il ricorrente il materiale realizzato non poteva considerarsi penalmente rilevante in quanto non costituiva materiale pornografico, dal momento che a tal fine l’autore della condotta doveva considerarsi mosso da una finalità sessuale. In tal senso, e contrariamente alle considerazioni della sentenza impugnata, la finalità sessuale doveva porsi all’origine dell’intera azione delittuosa. 3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso dell’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile. 4.1. In relazione al residuo motivo di censura, già la Corte territoriale ha anzitutto ricordato che ai fini dell’integrazione del reato di produzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, non è richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale (Sez. U, n. 51815 del 31/05/2018, M., Rv. 274087). Ricostruita la fattispecie incriminatrice in esito alla novella del 2012, la sentenza impugnata ha così dato altresì conto che, ferma l’esistenza del reato anche nell’ipotesi di prestazione del consenso da parte della persona offesa minorenne, il video realizzato dall’imputato e dal suo concorrente riprendeva il compimento di atti sessuali espliciti cui non era affatto estraneo lo scopo di natura sessuale, dovendosi intendere in tal senso la capacità del video di provocare nello spettatore il risveglio ovvero il rinnovo di istinti erotici, contestualmente al compiacimento legato alla visione del materiale così prodotto. Sì che, così interpretato lo scopo sessuale, era difficile sostenere che il video non avesse tal genere di finalità. Al riguardo, peraltro, la Corte territoriale ha comunque legato la sussistenza del reato alla mera produzione del materiale pornografico, trattandosi di reato a dolo generico che non prevedeva alcuna finalità ulteriore rispetto alla volontà di utilizzare il minore nella produzione del materiale. 4.2. Ciò posto, il ricorrente ha lamentato che per ritenere la sussistenza del reato doveva sussistere uno scopo di natura sessuale, e che in definitiva la Corte territoriale aveva adottato un’interpretazione in malam partem, mentre la lesione del corretto sviluppo della persona offesa era legata appunto al perseguimento di scopi sessuali. Il video realizzato semmai poteva essere censurato ad altri fini, ma non penalmente rilevanti. 4.3. Come è stato già rilevato dal Procuratore generale, peraltro, in realtà il ricorrente non si confronta affatto col percorso argomentativo seguito dalla sentenza impugnata. Vero è infatti che in ogni caso la Corte territoriale aveva comunque annotato l’indubbio scopo sessuale che aveva determinato la produzione del video in questione (che aveva ripreso il compimento di atti sessuali espliciti nel momento stesso in cui gli stessi venivano compiuti). A questo riguardo, poi, questa Corte ha già osservato che costituisce materiale pedopornografico la rappresentazione, con qualsiasi mezzo atto alla conservazione, di atti sessuali espliciti coinvolgenti soggetti minori di età, oppure degli organi sessuali di minori con modalità tali da rendere manifesto il fine di causare concupiscenza od ogni altra pulsione di natura sessuale (Sez. 5, n. 33862 del 08/06/2018, R., Rv. 273897; cfr. altresì, quanto alla finalizzazione a scopi sessuali della stessa nudità statica del minore, Sez. 3, n. 36710 del 05/07/2019, G., Rv. 277832). La sentenza impugnata (v. supra) ha ravvisato comunque la presenza dello scopo sessuale, inteso in piena coerenza con l’interpretazione adottata da questa Corte, altresì ricordando da un canto la sicura ripresa di atti sessuali espliciti e, in ogni caso, le pulsioni che detta rappresentazione visiva era destinata a provocare nello spettatore. Tanto più che è stato ribadito che la definizione introdotta nell’art. 600 ter c.p., in esito alla ratifica ed esecuzione della Convenzione di Lanzarote del 25 ottobre 2007 si “accontenta” della rappresentazione “per scopi sessuali” degli organi genitali del minorè (cfr. Sez. 3, n. 3110 del 20/11/2013, dep. 2014, C., Rv. 259317). 4.3.1. Il ricorrente pertanto non ha inteso cogliere la complessiva articolazione dell’iter argomentativo (che ha dato conto tanto delle riprese esplicite quanto dell’esistenza del fine sessuale, nell’interpretazione che di detto fine viene data da questa Corte di legittimità), invero evitando di porsi in diretto confronto con la motivazione (quanto alle conseguenze, cfr. ex multis Sez. 2, n. 27816 del 22/03/2019, Rovinelli, Rv. 276970). 5. Alla stregua delle considerazioni che precedono, pertanto, le censure siccome proposte non sono in grado di consentire l’instaurazione del giudizio processuale d’impugnazione, con la conseguente inammissibilità del ricorso.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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