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Morte del feto in utero: risarcimento

30 Settembre 2021 | Autore:
Morte del feto in utero: risarcimento

Quando viene riconosciuto e come si calcola il danno parentale per la perdita del figlio nel grembo materno, che non nasce vivo per colpa dei sanitari curanti.

La morte di un bambino non ancora nato è un fatto molto triste e gravemente traumatico per la madre e gli altri familiari. La speranza del lieto arrivo viene improvvisamente spezzata, soprattutto quando l’evento non era stato previsto dai sanitari curanti e giunge inaspettato. Talvolta, la sofferenza fetale non viene diagnosticata o riconosciuta, nonostante le visite ginecologiche con le ecografie, gli esami e i tracciati del battito cardiaco. In questi casi, c’è una responsabilità medica dalla quale sorge il diritto al risarcimento per morte del feto in utero.

Il riconoscimento di questo particolare tipo di danno, però, non è automatico e la giurisprudenza si divide sui metodi da adottare per attribuirlo. In questo articolo, ci occuperemo di quando viene riconosciuto il risarcimento per morte del feto in utero, a chi spetta e quali sono i criteri di calcolo per liquidarlo in modo che risulti commisurato all’entità della sofferenza patita.

Morte del feto in utero

Si definisce morte del feto in utero – clinicamente chiamata morte endouterina fetale: in breve, si usa la sigla Mef – quella che avviene dopo 22 settimane di gravidanza (e in ciò questo fenomeno si differenzia dall’aborto fetale interno spontaneo). Le cause della morte endouterina possono essere molteplici e alcune rimangono ad oggi sconosciute. Se desideri maggiori informazioni su questi aspetti, leggi “Come salvaguardare la salute del bambino in gravidanza“.

La morte in utero viene diagnosticata dai medici quando con gli appositi esami si constata che il feto osservato è privo di movimenti e di frequenza cardiaca. A questo punto, si procede all’espulsione, farmacologica o chirurgica, del feto dalla placenta. A seguito della morte intrauterina del feto che portava in grembo, la gestante può presentare gravi patologie, anche psicologiche, come la depressione, che devono essere considerate nell’entità del risarcimento da attribuire.

I diritti del concepito

La tutela del concepito, intendendo come tale il feto nel grembo materno e non ancora nato, ha dignità costituzionale [2] ed è protetto dall’ordinamento giuridico come soggetto di diritto, insieme alla madre e al valore della maternità in sé. Il feto non ha ancora la capacità giuridica, che si acquisisce al momento della nascita [2], ma è comunque un portatore di interessi giuridicamente rilevanti che possono essere fatti valere dai suoi genitori (anche se non esiste un “diritto a nascere se non sani”).

In passato, la giurisprudenza riteneva che la morte del feto in utero causava soltanto la «perdita di una relazione affettiva potenziale», non effettiva e già instaurata. Perciò, i giudici riconoscevano un risarcimento ridotto e, addirittura, dimezzato: in sostanza, è stato deciso, anche in tempi recenti [3], che essa vale la metà di quella di un figlio nato vivo, a causa del «mancato instaurarsi di un oggettivo (fisico e psichico) rapporto tra nonni, genitori e nipote, figlio».

Risarcimento danni per morte del feto in utero

La morte del feto in utero può derivare non solo da cause naturali ma anche da una condotta negligente, imprudente o imperita dei sanitari che hanno avuto in cura la gestante e non sono tempestivamente intervenuti, oppure non hanno rilevato la sofferenza fetale in atto o hanno praticato cure inadeguate, comprese le manovre errate eseguite dagli ostetrici al momento del parto. Si tratta di responsabilità medica, dalla quale deriva l’obbligo di risarcire i danni – anche quelli di tipo non patrimoniale -provocati in conseguenza del fatto illecito [4].

La giurisprudenza prevalente attribuisce questo tipo di danno alla «perdita del frutto del concepimento» e legittima i genitori o gli altri familiari stretti (come i nonni e gli zii) a richiederlo sotto forma di danno parentale, per la sofferenza morale ed il vuoto esistenziale provocati dalla mancata nascita di colui che altrimenti sarebbe diventato il loro figlio, o nipote. A volte, soprattutto per la gestante, la morte fetale intrauterina provoca anche un turbamento delle abitudini di vita e uno sconvolgimento delle relazioni familiari e sociali.

Secondo la Cassazione [5] il danno da morte del feto in utero consiste nella «sofferenza interiore patita, sul piano morale soggettivo, nel momento in cui la perdita del congiunto è percepita nel proprio vissuto interiore e quella, ulteriore e diversa, che eventualmente si sia riflessa, in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana attiva del soggetto che l’ha subita».

Danno da morte del feto in utero: criteri di calcolo

Una nuova ordinanza della Corte di Cassazione [6], nello stabilire la liquidazione del danno derivato da morte del feto in utero avvenuta per colpa dei medici curanti, ha efficacemente affermato che «il vero danno, nella perdita del rapporto parentale, è la sofferenza, non la relazione. È il dolore, non la vita, che cambia, se la vita è destinata, sì, a cambiare, ma in qualche modo sopravvivendo a sé stessi nel mondo».

Un’altra recente pronuncia della stessa Suprema Corte [7] aveva sottolineato, in modo più concreto, che la liquidazione del danno parentale spettante ai congiunti per la morte del feto in utero deve avvenire con un criterio equitativo, seguendo il sistema di tabelle a punti variabili, come quelle adottate dal tribunale di Milano, create per il risarcimento degli incidenti stradali ma ormai utilizzate da quasi tutti i giudici italiani anche per la quantificazione di altri tipi di danno.

Tra i principali criteri da considerare nella liquidazione di questo speciale tipo di danno parentale ci sono l’età della vittima (che in questo caso ha scarso rilievo, trattandosi comunque di un feto in gestazione da pochi mesi), il numero e l’età dei superstiti, il grado di parentela con il bimbo non nato e la convivenza familiare (per approfondire leggi “Danno parentale: quanto prendono i familiari?“). Si possono, quindi, applicare dei correttivi al sistema a punti, in ragione della particolarità della situazione, salvo che – precisa la sentenza – «l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella».

Rimane tuttora aperta la questione se per il risarcimento debbano applicarsi le tabelle milanesi (che non si basano sulla tecnica del punto ma prevedono un importo minimo e un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio della forbice), come affermano la maggior parte delle sentenze, oppure quelle del tribunale di Roma, come ha disposto l’ultima ordinanza della Cassazione [6] sinora intervenuta sul tema, ritenendole più attagliate alla liquidazione equitativa del danno parentale, che nel caso deciso è stato ravvisato nel panico e negli incubi notturni della donna gestante e nel mutamento delle sue abitudini di vita a causa della perdita del feto.


note

[1] Artt. 2, 29 e 30 Cost.

[2] Art. 1 Cod. civ.

[3] Cass. ord. n. 22859 del 20.10.2020.

[4] Art. 2043 e art. 2059 Cod. civ.

[5] Cass. ord. n.8442 del 27.03.2019.

[6] Cass. ord. n. 26301 del 29.09.2021.

[7] Cass. sentenza n. 10579 del 21.04.2021.


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