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6 casi in cui i genitori possono togliere un figlio di casa

5 Ottobre 2021
6 casi in cui i genitori possono togliere un figlio di casa

Quando si può mandare via di casa un figlio: lo sfratto è ammesso a partire da 18 anni e sempre che non vi sia voglia di lavorare.  

Per quanto tempo un figlio ha diritto a vivere a casa dei genitori? Possono il padre e la madre sbatterlo fuori, dalla sera alla mattina, magari perché non ne condividono le scelte, le amicizie, gli studi o semplicemente perché ritengono che sia divenuto troppo grande per vivere alle loro spalle? 

Come a tutti noto, è dovere dei genitori prendersi sempre cura dei figli minorenni. Sicché il figlio, fino a quando non ha compiuto 18 anni, non potrà mai essere allontanato da casa. Diversamente, i genitori commetterebbero reato e potrebbero essere denunciati per violazione degli obblighi di assistenza familiare. 

Una volta compiuti i 18 anni, il diritto del figlio a vivere con il padre e la madre non viene automaticamente meno: la legge infatti impone ai genitori di mantenere i figli fino a quando non diventano indipendenti economicamente o fino a quando riescono a dimostrare che la loro incapacità economica non dipende da una volontaria inerzia. Si pensi al caso del giovane che non vuole studiare, non vuole formarsi e non faccia di tutto per cercare un lavoro. Si pensi anche al ragazzo iscritto all’università ma che non dà esami. Ecco: questi sono dei tipici casi in cui i genitori possono togliere un figlio di casa. 

Vediamo allora tutte le ipotesi in cui un ragazzo con almeno 18 anni può essere costretto a fare le valigie e a trovare un altro tetto sotto cui vivere. 

Figlio che non vuol studiare o lavorare

Come anticipato, sono due le condizioni per liberare i genitori dall’obbligo di mantenimento:

  • il raggiungimento della maggiore età;
  • il raggiungimento di una indipendenza economica stabile (non un breve contratto precario o una retribuzione di poche centinaia di euro).

Il figlio che non vuol studiare deve fare di tutto per rendersi autonomo: deve quindi trovare un lavoro o un’altra occupazione che possa garantirgli l’autosufficienza economica. La legge non ammette che un figlio bruci il proprio tempo a casa o che trascorra tutta la giornata al bar con gli amici. Se così dovesse essere, i genitori potrebbero mandarlo via di casa. 

Quindi, il primo caso in cui si può sbattere fuori dalla porta il figlio è quando questi sceglie di non andare all’università e, nel contempo, si ostina a non voler lavorare, magari perché cullato dal fatto che le spese quotidiane sono sovvenzionate da papà e mamma.

Figlio che rifiuta occasioni di lavoro

Ma come si fa a dimostrare che lo stato di disoccupazione che pesa sul giovane dipende dalla sua pigrizia o dalla crisi del mercato occupazionale? È il genitore a dover fornire la prova del fatto che il figlio ha sprecato occasioni lavorative. 

Quindi, il secondo caso in cui il genitore può mandare via di casa il figlio è quando questi rifiuta più volte dei posti di lavoro in linea con le sue capacità e formazione o quando, dopo qualche mese di prova, si dimette volontariamente senza alcuna plausibile ragione. Ne è un valido motivo il fatto che lo stipendio non sia all’altezza delle sue ambizioni: tutti hanno iniziato dal basso.

Figlio con 30/35 anni

Non sempre è facile dimostrare che il figlio ha sprecato occasioni di lavoro quando questi è ancora giovane ed è appena uscito dagli studi. Ma via via che si fa più grande le cose cambiano e le carte si invertono. Difatti, secondo la Cassazione, una volta che il giovane raggiunge i 30/35 anni (a seconda del percorso di studi che ha scelto) è ragionevole presumere che lo stato di disoccupazione dipenda più da una sua colpa che non da condizioni esterne. 

In sintesi, il terzo caso in cui si può sbattere fuori di casa un figlio è per “sopraggiunti limiti di età” ossia per eccessiva anzianità. 

Sopraggiunta disoccupazione

Quando un figlio raggiunge la propria indipendenza economica, con l’acquisizione di un lavoro o comunque di un reddito tale da consentirgli di vivere da solo, il legame con il padre e la madre si spezza definitivamente e non rivive per sopraggiunte difficoltà economiche. Dunque, un giovane prima assunto da una società e, dopo appena un anno, licenziato a causa della crisi non ha più diritto a bussare alla porta dei genitori, né di ricevere da questi gli alimenti. Anche questo dunque è un tipico caso in cui i genitori possono negargli di dormire a casa loro.

Lo stesso discorso vale per il ragazzo che abbia dato le dimissioni, anche se per giusta causa. Il raggiungimento dell’autonomia dai genitori recide definitivamente ogni obbligo da parte di questi.

Figlio pericoloso o violento

Ancor prima del raggiungimento dell’indipendenza economica è possibile mandare via di casa il figlio, purché maggiorenne, se la sua presenza è considerata pericolosa per gli altri conviventi. L’articolo 342-bis del Codice civile prevede i cosiddetti ordini di protezione contro gli abusi familiari. In pratica, ogni volta in cui la condotta di un convivente (quindi anche quella dei figli) può costituire un pericolo all’integrità fisica o morale degli altri familiari conviventi, si può ricorrere in tribunale ordini al convivente pericoloso di cessare la condotta illecita ed, eventualmente, di allontanarsi dalla casa comune. Il magistrato può “personalizzare” tali ordini ampliandone il contenuto, ad esempio ordinando al colpevole di non avvicinarsi ai luoghi frequentati di solito dai familiari.

Questa misura viene di solito disposta nei casi di violenza domestica che potrebbe essere non solo quella fisica ma anche psicologica. 

La norma, pertanto, assicura protezione, ad esempio, ai genitori anziani maltrattati dai figli maggiorenni, spesso tossicodipendenti.

Figlio drogato

Non perché un figlio si droga può essere allontanato di casa. Ma potrebbero scattare, anche in questo caso, gli ordini di protezione in base alla gravità della situazione. In particolare, l’allontanamento del familiare tossicodipendente da casa può venire solo quando la condotta di questi è di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale dei conviventi, insomma in tutti i casi di violenza domestica.

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