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Con Emule nessuna condanna per diffusione di materiale pedopornografico

18 Giugno 2014
Con Emule nessuna condanna per diffusione di materiale pedopornografico

Va provata la volontà di diffondere il materiale e non il solo utilizzo del programma di file sharing.

 

Chi viene pescato a scaricare, con Emule, materiale pedopornografico non risponde del reato di diffusione di materiale pedopornografico. E ciò nonostante il fatto che, quando si utilizzi il predetto programma di file sharing, mentre si scarica automaticamente si mette anche in condivisione ciò che si preleva dalla rete. Ma perché scatti il reato è necessaria la “volontà” di condividere, mentre con Emule questa volontà non è espressa, ma è una funzione automatica del programma.

A dirlo è la Cassazione in una recente sentenza [1].

La Corte ha circoscritto il problema alla individuazione della volontà (dolo) del reato di diffusione o divulgazione di materiale pedopornografico, facendo notare innanzitutto come, per provare l’esistenza del dolo necessario per la contestazione del delitto disciplinato occorre dimostrare non solo la volontà dell’interessato di scaricare il materiale pedopornografico, ma anche quella di farlo circolare. Una prova, quest’ultima, che non può essere però considerata raggiunta solo a causa dell’utilizzo di software peer to peer ossia di file sharing come è appunto Emule.

Le indagini quindi devono essere condotte con attenzione per identificare chi effettivamente ha voluto diffondere e non solo acquisire il materiale criminale.

In caso contrario, avverte la Cassazione, si verrebbe a fondare una sorta di responsabilità oggettiva. Basterebbe cioè la semplice volontà di procurarsi un file illecito utilizzando un programma tipo Emule per considerare provata anche la volontà di diffonderlo “solo in considerazione delle modalità di funzionamento del programma e del fatto che questo permette l’upload anche senza alcun intervento di un soggetto che concretamente metta il file in condivisione”.

Nel caso esaminato dalla Cassazione proprio questo è avvenuto: la Corte d’appello milanese, in accordo con la pronuncia di primo grado peraltro, aveva deciso per una condanna in gran parte a causa dell’uso di uno specifico programma di file sharing e sulla quantità del materiale scaricato. A mancare però, censura ora la Cassazione, è stata l’indagine sulla condotta e volontà dell’imputato: se queste fossero cioè indirizzate a un semplice “approvigionamento” di materiale pedopornografico oppure se esistesse anche la volontà di divulgarlo.


note

[1] Cass. sent. n. 25711/14.


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