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Quando si andrà in pensione nel 2022

7 Ottobre 2021 | Autore:
Quando si andrà in pensione nel 2022

Ape sociale strutturale e rafforzata, opzione donna permanente, pensione quota 41, pensione contributiva di garanzia: le nuove proposte.

Terminata la sperimentazione di quota 100, si cerca di scongiurare il ritorno “secco” alla legge Fornero, introducendo nuove agevolazioni pensionistiche finalizzate ad evitare un eccessivo e generalizzato inasprimento dei requisiti per l’uscita dal lavoro. Le recenti proposte per la flessibilità in uscita sono state raccolte in un dossier della Camera, intitolato “Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico” [1]. Quando si andrà in pensione nel 2022?

Il dossier contiene sia proposte tese ad ampliare e prorogare misure agevolative già esistenti, sia proposte che prevedono l’introduzione di nuove misure.

Tra le disposizioni che con tutta probabilità saranno approvate, vi sono innanzitutto la proroga e l’estensione dell’Ape sociale e dell’opzione donna, due strumenti d’impatto sostenibile per le casse pubbliche.

Si vorrebbe poi finalmente introdurre nel nostro ordinamento la pensione contributiva di garanzia, per sostenere i lavoratori più giovani, assoggettati al solo calcolo contributivo del trattamento e non aventi diritto, per questo, alle integrazioni della pensione, nonché spesso limitati nelle possibilità di pensionamento a causa dell’assegno troppo basso.

Un’altra misura periodicamente riproposta è quella della cosiddetta pensione quota 41: si tratta della possibilità di pensionarsi con 41 anni di versamenti per tutti, anche sommando i contributi di casse diverse, senza necessità di appartenere a specifiche categorie tutelate.

Potrebbero tornare anche vecchie misure ormai “dimenticate”, come il part time agevolato per i lavoratori prossimi alla pensione di vecchiaia. Ma procediamo con ordine

Ape sociale strutturale e rafforzata

L’Ape sociale consiste nella possibilità di ottenere un’indennità di accompagnamento alla pensione, a carico dello Stato, erogata dai 63 anni di età, sino al compimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, attualmente pari a 67 anni.

Per ottenerla, bisogna avere alle spalle un minimo di 30 anni di contributi, se appartenenti alle categorie dei disoccupati di lungo corso, caregiver e invalidi dal 74%, oppure di 36 anni di contributi se appartenenti alla categoria degli addetti ai lavori gravosi (addetti a specifiche mansioni per almeno 6 anni delle ultime 7 annualità o per almeno 7 anni dell’ultimo decennio). Le donne hanno diritto a uno sconto nel requisito contributivo pari a un anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2.

L’importo dell’indennità è calcolato allo stesso modo della pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili lordi.

La misura è accessibile per chi matura i requisiti prescritti entro il 31 dicembre 2021: tuttavia, le domande possono essere inviate, tardivamente, solo entro il 30 novembre 2021.

In base alle nuove proposte presentate, l’Ape sociale dovrebbe:

  • diventare una misura strutturale, cioè permanente, senza dunque più la necessità di essere rinnovata ogni anno;
  • essere estesa ai lavoratori fragili.

Inoltre, le categorie di addetti ai lavori gravosi dovrebbero essere ampliate, rispetto alle 15 attuali, con l’aggiunta di ulteriori figure quali commessi, cassieri, maestri elementari, bidelli, tassisti, falegnami: l’inclusione delle nuove categorie sarà decisa a breve dal Governo.

Opzione donna strutturale

Si vorrebbe rendere strutturale anche l’opzione donna: ricordiamo che si tratta della possibilità, per le sole lavoratrici, di ottenere la pensione a 58 anni (59 anni se autonome), con un minimo di 35 anni di contributi, previa attesa di una finestra di 12 mesi (di 18 mesi per le autonome) e in cambio del ricalcolo interamente contributivo del trattamento.

I requisiti anagrafici e contributivi devono risultare maturati entro il 31 dicembre 2020.

In base alla nuova proposta, dovrebbe essere abolita la data limite entro la quale maturare i requisiti, in modo da avere una sorta di “proroga automatica”, di anno in anno, come avviene attualmente per la pensione dedicata ai lavoratori precoci con 41 anni di contributi.

Pensione quota 41

A proposito della pensione con 41 anni di contributi, una proposta che periodicamente viene presentata [2] prevede la possibilità di ottenere la quiescenza con:

  • 41 anni di contributi, ottenuti considerando tutti i versamenti, anche accreditati in casse diverse, nonché i contributi Enasarco (non coincidenti temporalmente con i contributi accreditati presso Inps commercianti);
  • senza necessità di essere lavoratori precoci;
  • senza necessità di appartenere a specifiche categorie tutelate.

Pensione contributiva di garanzia

In merito ai lavoratori assoggettati al calcolo puramente contributivo della prestazione, in quanto privi di contributi al 31 dicembre 1995, è noto che la pensione non può beneficiare di integrazioni al minimo, contrariamente a quanto avviene per le pensioni con calcolo retributivo- misto (di scarso rilievo appare la parziale cumulabilità del trattamento con l’assegno sociale).

Inoltre, per questi lavoratori è previsto il rispetto di un importo soglia minimo:

  • per accedere alla pensione anticipata a 64 anni (prestazione pensionistica almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale);
  • per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria e in regime di totalizzazione (importo almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale).

Un recente progetto di legge [3] dispone, per far fronte a queste limitazioni, l’istituzione di una pensione contributiva di garanzia, che garantisca, a tutti gli assoggettati al calcolo interamente contributivo, un trattamento commisurato agli anni di contribuzione e all’età dell’uscita dal lavoro. Sarebbe inoltre garantito un assegno minimo nel caso in cui i contributi versati non consentissero di raggiungere la soglia di 660 euro mensili.

Part time agevolato

Un’ulteriore proposta prevede poi il ritorno del part time agevolato, una misura sperimentale terminata nel 2018 [4].

Il tempo parziale agevolato prevedeva, per i dipendenti più vicini alla pensione di vecchiaia, una riduzione dal 40% al 60% dell’orario ordinario, a fronte della quale erano comunque riconosciuti i contributi figurativi in misura piena, come se il dipendente stesse lavorando full time. Inoltre, al lavoratore era riconosciuto, da parte del datore di lavoro, un premio detassato e non soggetto a contributi, corrispondente ai contributi non pagati, pari al 33% della retribuzione non dovuta dall’azienda per effetto della riduzione dell’orario di lavoro.

Ulteriori agevolazioni per la pensione

Tra le ulteriori proposte agevolative in merito alle pensioni ricordiamo:

  • l’accesso agevolato al pensionamento, tramite maggiorazioni contributive e sconti del requisito anagrafico per la vecchiaia, a favore dei caregiver, cioè per coloro che assistono un familiare con handicap grave e non autosufficiente;
  • l’anticipo dell’età rispetto al requisito di accesso alla pensione di vecchiaia pari a un anno per ogni figlio, fino a un massimo di 5 anni o di 3 anni, per le lavoratrici madri;
  • il mantenimento della pensione quota 100 per gli addetti ai lavori usuranti;
  • l’accesso flessibile alla pensione, dai 62 anni (con un minimo di 35 anni di contributi e un assegno pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale) ai 70 anni, con un decremento o una maggiorazione, a seconda dell’età pensionabile, sino all’8%.

note

[1] Camera dei deputati, servizio studi, Dossier 478 del 21/09/2021.

[2] Proposta di legge Durigon C. 2855.

[3] Proposta di legge C.2904.

[4] Art. 1, co. 284 L. 208/2015.

Autore immagine: pixabay.com


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