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Il mobbing familiare non esiste

19 Giugno 2014 | Autore:
Il mobbing familiare non esiste

La separazione non può essere addebitata al coniuge a titolo di “mobbing familiare” se manca un’effettiva violazione dei doveri coniugali che abbia reso intollerabile la prosecuzione della convivenza.

 

Le prevaricazioni e intimidazioni del coniuge non possono essere qualificate come “mobbing familiare” e rilevano a fini dell’addebito della separazione solo se consistenti nella violazione dei doveri coniugali previsti dalla legge.

È quanto affermato da una recente sentenza della Cassazione [1].

Secondo i giudici il mobbing familiare non esiste dal punto di vista giuridico, ma consiste in un concetto sociologico meramente descrittivo. Ciò per due ordini di ragioni.

Innanzitutto esiste un rapporto di parità tra i coniugi tale per cui non si può parlare di mobbing, il quale si riscontra prevalentemente in ambito lavorativo dove si instaurano effettivi rapporti di gerarchia tra i lavoratori e tra questi e il datore di lavoro.

Inoltre, il mobbing non è, in ogni caso, un illecito previsto espressamente dalla legge (né civile né penale). Si tratta invece di una figura creata dalla giurisprudenza che, per essere punita, deve consistere in un reato (per esempio violenze, minacce ecc.) oppure integrare comportamenti vessatori e offensivi reiterati e pregiudizievoli per l’equilibrio psico-fisico della vittima (danno da illecito civile).

L’inesistenza del mobbing familiare non comporta però l’assenza di tutele per il coniuge vessato.

Eventuali condotte di prevaricazione, atteggiamenti autoritari, offese e intimidazioni da parte del coniuge che astrattamente possono essere considerate “mobbing”, sostanzialmente possono essere punite penalmente se consistono in uno o più specifici reati (minacce, ingiurie, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia ecc.).

In ambito familiare, la condotta mobbizzante del coniuge può provocare l’addebito della separazione ma solo se consistente o comunque associata alla violazione di un dovere coniugale [2] (fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione, coabitazione e contribuzione ai bisogni della famiglia) o alla violazione del diritto fondamentale di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi [3].

In ogni caso, ai fini dell’addebito, le suddette violazioni devono essere state tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.


note

[1] Cass. sent. n. 13983 del 19.06.2014.

[2] Art. 143 cod. civ.

[3] Artt. 2 e 29 Cost.

Autore immagine: 123rf com


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