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Come difendersi dalle ingiustizie

12 Ottobre 2021
Come difendersi dalle ingiustizie

Cause e processi: cosa fare per costringere qualcuno a fare qualcosa?

In molti si chiedono: come posso difendermi dal mio vicino di casa che fa rumore? Come faccio a costringere una persona a restituirmi i soldi che le avevo prestato? Come posso obbligare il datore di lavoro a pagarmi lo stipendio? Come ottenere la garanzia su un oggetto acquistato che il negoziante non vuole riparare? 

Anche se cambiano i fatti, i diritti e la dimensione degli interessi in gioco, il fulcro di tutte queste domande è sempre lo stesso e ruota intorno al seguente quesito: come difendersi dalle ingiustizie? 

Ebbene, per quanto strano possa sembrare, anche la risposta è sempre la stessa. E potrebbe essere sintetizzata in questo modo: per difendersi dalle ingiustizie bisogna sempre rivolgersi a un giudice, bisogna cioè intentare un processo. E questo vale per tutte le ingiustizie, di qualunque settore si parli. Alla fine, il punto di sbocco è sempre lì: il tribunale. 

Questo perché nessun privato cittadino può costringere un’altra persona a fare qualcosa che non vuole, anche se palesemente illecito. Né le cose cambiano se la controparte agisce in malafede, nella consapevolezza cioè di ledere un diritto altrui.  

La nostra legge non ammette il ricorso all’autotutela: non ci si può cioè fare giustizia da sé se non si vuol passare dalla parte della ragione a quella del torto. Diversamente, si rischia di commettere il reato di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni».

L’unico strumento di difesa è dunque il ricorso alla giustizia statale. Dinanzi al vostro problema, qualsiasi esso sia, una volta fallite le vie pacifiche, la soluzione è sempre la stessa: per difendersi da un’ingiustizia bisogna fare causa. 

L’equazione «ingiustizia = processo» rischia però di far apparire banale il lavoro dell’avvocato e tutte le nostre leggi. Immaginate se, dinanzi a una consulenza rivolta a un legale, dopo aver spiegato tutta la vicenda, questi vi rispondesse sempre nello stesso modo: «Devi fargli causa». 

A dir il vero, ed è proprio questo l’oggetto di questo articolo, prima della causa possono essere percorsi dei gradini intermedi: si tratta di tentativi rivolti ad evitare il tribunale e a risparmiare tempo. Tentativi che vanno percorsi e conosciuti. Difatti, il più delle volte, il cittadino non ha alcuna voglia di impelagarsi in un processo: è costoso, è lungo, è incerto e, soprattutto, è basato sull’interpretazione di un altro uomo, che non è una macchina e quindi può sbagliare. 

Anche se, alla fine dei conti, quando sono falliti tutti i tentativi, non resta altro che rivolgersi al giudice, è bene comunque sapere come evitare lo scontro frontale. 

La lettera di diffida

Quando si è vittime di un’ingiustizia, prima di rivolgersi a un giudice si diffida sempre l’avversario. E lo si fa con una lettera di contestazione, il più diretta e precisa possibile. È bene descrivere dettagliatamente sia il comportamento illecito che il diritto leso. Eventualmente, bisognerà anche indicare i danni subìti e quantificarli. 

In questo non si può “sparare a salve” cifre inaudite: bisogna sempre riferirsi a fatti concreti e a danni dimostrabili. E se si tratta di danni morali sarà bene confrontarsi con un avvocato che possa quantificare tali importi sulla base dei precedenti giurisprudenziali e delle tabelle del danno biologico.

Non è necessario che la diffida sia firmata da un avvocato ben potendo essere sottoscritta anche dalla stessa parte interessata. Il più delle volte, però, la carta intestata dello studio legale fa più effetto perché lascia intendere alla controparte di essere già sul piede di guerra, pronti ad avviare la causa. Questo potrebbe portarla a più miti consigli, anche se l’esperienza dimostra il contrario: chi crede di essere dalla parte della ragione porterà avanti questa sua convinzione anche dinanzi al giudice.

Cosa succede se l’avversario non si conforma alla richiesta contenuta nella diffida? Ritorniamo al punto di partenza: dobbiamo per forza fargli causa. Ma bisogna sapere che le controversie si possono risolvere anche in modo diverso.

L’Ispettorato del lavoro

Quando la questione legale coinvolge un lavoratore dipendente e un datore di lavoro, prima di andare dinanzi al giudice è possibile rivolgersi personalmente all’Ispettorato territoriale del lavoro, chiedendo ciò che tecnicamente viene detta conciliazione monocratica. Chi lamenta il mancato pagamento dello stipendio o degli straordinari, del Tfr o dei contributi, il demansionamento o un trattamento comunque illecito può rivolgersi all’ufficio in questione affinché indica una riunione con l’azienda. In quella sede, l’Ispettore tenterà un accordo tra le parti e, se non dovesse riuscire, avviate le indagini, irrogherà pesanti sanzioni contro il datore di lavoro. 

Questa soluzione si rivela assai efficace contro le ingiustizie in materia lavoristica.

La mediazione obbligatoria

Per alcuni tipi di controversie, prima di rivolgersi al giudice è obbligatorio tentare una conciliazione presso un organismo di mediazione. Si tratta di un organo privato che ha il compito di convocare le parti per tentare una soluzione bonaria rivolta a scongiurare l’intervento del giudice e decongestionare le aule dei tribunali. 

La mediazione è obbligatoria nelle cause che concernono le questioni condominiali, la proprietà e gli altri diritti sugli immobili (come l’usufrutto, la servitù, la superficie), la divisione delle comunioni, le eredità, la locazione e il comodato, il risarcimento del danno da responsabilità medica o per diffamazione a mezzo stampa, i contratti con banche e finanziarie, ecc.

Il fatto che l’elenco sia chiuso non toglie che si possa ricorrere all’organismo di mediazione anche quando non sia prescritto dalla legge. Si pensi al caso di un consumatore che acquisti un prodotto difettoso e che non riesca ad ottenere il reso: per questi non c’è obbligo di mediazione (la Corte di Giustizia difatti l’ha esclusa per le cause che vedono in gioco un consumatore), ma nulla toglie che vi possa comunque far ricorso, ritenendo più conveniente questo tipo di soluzione (più economica) rispetto al normale processo.

Chiaramente, se non si riesce a trovare un accordo, non c’è altra soluzione che la causa.

L’Abf

Per tutte le controversie che vedono come controparte una banca è possibile rivolgersi all’Abf, l’Arbitro bancario e finanziario: un organismo anche questo con il compito di risolvere bonariamente, e fuori dalle aule dei tribunali, le vertenze tra cittadini e istituti di credito. La procedura è sostanzialmente gratuita (si pagano 20 euro per spese di procedura) e si svolge telematicamente.

Altri organismi di conciliazione

Simili al funzionamento dell’Abf sono gli altri organismi di conciliazione per le liti con i fornitori di utenze domestiche: c’è l’Arera rivolta a risolvere le controversie con le società della luce, dell’acqua e del gas. E poi c’è l’Agcom con il servizio Conciliaweb rivolta a risolvere le controversie con gli operatori telefonici. Senza dimenticare che, anche in tali ipotesi, se non si raggiunge un accordo si deve per forza finire in tribunale.

L’arbitrato 

Quando si firma un contratto il cui valore è rilevante, è possibile inserire la cosiddetta clausola arbitrale, una clausola con cui le parti decidono di rimettere la decisione di eventuali liti ad arbitri privati, da loro stesse scelte. La relativa decisione, il cosiddetto lodo, avrà lo stesso valore e forza di una sentenza. Per cui, nel caso in cui non venga adempiuto, si potrà avviare il pignoramento.

L’arbitrato è sicuramente una forma di tutela più veloce e diretta rispetto al tribunale, al contempo imparziale perché affidata a soggetti tecnici. 

La querela

Può capitare che la condotta illecita costituisca anche un reato. In questi casi, è possibile sporgere una denuncia/querela. Lo scopo è solo quello di infliggere al colpevole la relativa pena prevista dall’ordinamento ma, il più delle volte, entra in gioco una trattativa rivolta alla rimozione del procedimento penale, per conservare integra la fedina penale. 

Che succede se la sentenza non viene rispettata?

L’ultimo gradino di difesa dalle ingiustizie è il pignoramento. Ad esso si ricorre se la controparte non intende conformarsi alla sentenza del giudice. E qui purtroppo subentra tutta l’inefficacia delle nostre leggi dinanzi ai soggetti nullatenenti, che non hanno quindi nulla da perdere in termini economici.



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