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Come farsi restituire un prestito con WhatsApp

17 Ottobre 2021 | Autore:
Come farsi restituire un prestito con WhatsApp

Quando una conversazione su WhatsApp vale come riconoscimento di un debito? Come il creditore può utilizzare questa ammissione per farsi pagare in fretta?

Quando si dice che le parole volano, ma gli scritti restano, bisogna aggiornare l’antico proverbio ai tempi moderni e chiedersi: ciò che inviamo con WhatsApp, come un messaggio scritto o un vocale o un’immagine, appartiene al mondo delle parole o a quello dei testi? Questa domanda ha un importante significato pratico, perché, se si propende per la seconda soluzione, determinate ammissioni fatte in una chat su WhatsApp possono pesare per riconoscere un debito. E il creditore può usare quell’ammissione, che per certi versi equivale ad una confessione, per farsi restituire i soldi.

Da qui puoi già intravedere come farsi restituire un prestito con WhatsApp. Infatti ciò che è stato scritto, o detto, in una chat di messaggistica può essere salvato, e riprodotto, da chi ha interesse a farlo. Chi è esperto di tecnologia sa bene che basta fare uno screenshot, la fotografia del display del telefonino o dello schermo del computer o del tablet. E allora vale anche qui l’altro vecchio detto: tutto ciò che dici – o di cui lasci traccia – potrà essere usato anche contro di te. Perciò, se un interlocutore astuto riesce a far scappare all’altro, anche inconsapevolmente, determinate ammissioni, il gioco è fatto. WhatsApp vale molto più di una discussione verbale e non servono neppure i testimoni.

A questo punto, avrai capito che il trucco è semplice, ma non banale: per farsi restituire un prestito basterà far riconoscere il debito nella chat su WhatsApp, stimolando l’interlocutore a confessarne l’esistenza durante il dialogo. Se gli vengono poste le domande giuste, il più delle volte, lo ammetterà senza volerlo, in modo spontaneo e naturale. E in questo modo, come vedrai, la procedura per riscuotere il dovuto diventa molto veloce. Infatti, i giudici riconoscono pieno valore di prova ai messaggi scambiati su WhatsApp.

Ammissione di debito su WhatsApp: come avviene

Iniziamo con un esempio per far capire come in concreto avviene un ammissione di debito su WhatsApp e poi vedremo quale valore giuridico ha questo riconoscimento.

Claudio ha prestato dei soldi a Marina per aiutarla in un momento di difficoltà. Il tempo passa e Marina non si fa più sentire. Claudio le invia diversi messaggi su WhatsApp sollecitando la restituzione di quel prestito, ricordandole anche la cifra che le ha dato e dicendole: «Ti ricordi di quei 1.000 euro che ti ho prestato l’anno scorso? Adesso ne ho bisogno, cerca di ridarmeli al più presto». Marina risponde sbrigativamente: «Si, stai tranquillo, non mi sono dimenticata, quando potrò te li darò».

Ebbene, devi sapere che queste espressioni hanno valore di riconoscimento del debito e, come tali, possono fondare la legittima richiesta di pagamento in favore del creditore. Ora ti spieghiamo come funziona questo meccanismo.

Riconoscimento di debito: come funziona?

Il Codice civile disciplina in un unico articolo [1] la promessa di pagamento e la «ricognizione», cioè il riconoscimento di debito, disponendo, a fattor comune per entrambe, che esse «dispensano colui a favore del quale sono fatte» – quindi, chi riceve quella dichiarazione – dall’onere di provare il «rapporto fondamentale» (cioè la causa della dazione), che si presume esistente fino a prova contraria.

È un principio molto importante, in base al quale si può ottenere il pagamento di una somma di denaro anche quando manca il contratto che la giustifica, come un mutuo (che equivale ad un prestito) o una compravendita: basta che il debitore dichiari in qualche maniera l’esistenza del debito o prometta di pagarlo, per riconoscerlo e così darlo per dimostrato. Basta questo per consentire al creditore di esigerlo.

A quel punto, l’unico sbarramento è la prova contraria, che il debitore deve fornire, ma in concreto non è affatto facile, in quanto il riconoscimento del debito inverte le regole consuete: nel procedimento ordinario è il creditore che deve dimostrare l’esistenza del suo credito, mentre qui il debito ammesso si dà per provato in partenza e tocca al debitore dimostrare che non c’è mai stato o non c’è più, ad esempio perché è già stato saldato o è venuto meno per compensazione o per prescrizione.

Riconoscimento di debito e decreto ingiuntivo

Abbiamo appena visto che l’ammissione di un debito rende il creditore molto più forte e ciò avviene anche sul versante processuale. Infatti, il contenuto di una chat su WhatsApp può valere come prova scritta [2] per fondare una richiesta di emissione di un decreto ingiuntivo, cioè un ordine di pagamento nei confronti del debitore. Lo hanno riconosciuto diverse sentenze, in analogia con quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione [3] riguardo agli sms, i messaggi di testo che ormai WhatsApp ha quasi completamente sostituito.

Il decreto ingiuntivo consente di ottenere in breve tempo un provvedimento del giudice, evitando di dover promuovere una lunga causa civile ordinaria per il riconoscimento del proprio diritto. Inoltre, quando il credito è fondato su prova scritta, il decreto ingiuntivo è provvisoriamente esecutivo, cioè può essere azionato subito con il pignoramento, senza dover attendere i 40 giorni dalla notifica entro i quali il debitore ingiunto può presentare opposizione per far valere le sue ragioni.

I messaggi su WhatsApp fanno prova?

Ormai per i giudici è assodato che messaggi WhatsApp ed sms valgono come prova. Ad esempio, una recente sentenza del tribunale di Novara [4] ha disposto la restituzione di una somma di denaro data in prestito ad un uomo ad una sua intima amica, la quale aveva sostenuto che si trattava di una donazione, ma è stata smentita dal riconoscimento del debito fatto sulla chat di WhatsApp con una precisa affermazione: «So che ti devo dei soldi…. Te li devo dare e te li do», in risposta ai messaggi dell’uomo che le ricordava quel debito e le rammentava l’importo.

I messaggi su WhatsApp sono un documento informatico, dotato di valore probatorio. Il Codice civile [5] sancisce che: «Le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime».

Quindi, colui contro il quale viene prodotta e utilizzata una chat di WhatsApp deve disconoscerla se non vuole subirne gli effetti, ad esempio contestandone il contenuto in quanto è stato manipolato e alterato oppure dimostrando che il messaggio prodotto dalla controparte è stato isolato dal suo contesto, nel quale assume un significato diverso.

Come utilizzare la chat di WhatsApp nel processo

In concreto, nel corso di una qualsiasi causa civile – comprese quelle di separazione e divorzio, se si vuole documentare un tradimento – la parte che ha interesse ad utilizzare una chat di WhatsApp può produrre la sua fedele trascrizione ed esibire la stampa degli screenshot che ne dimostrano il contenuto oppure depositare il supporto telematico che la contiene, come lo smartphone, o, più semplicemente, una copia dei dati estrapolati da esso (chiavetta usb, memory card, disco esterno, cd, ecc.). La controparte potrà analizzare il supporto per verificare che i dati non siano stati manomessi. Nei casi dubbi, il giudice incaricherà un consulente tecnico d’ufficio di verificare la genuinità dei dati.

Tieni presente, infine, che tutto quello che abbiamo detto vale anche a parti invertite: la chat di WhatsApp fa prova allo stesso modo anche dell’eventuale rimessione del debito operata dal creditore, e così, se egli ha fatto una rinuncia espressa a quanto gli spetterebbe, le sue frasi potranno essere fatte valere dal debitore, per dimostrare che il debito è estinto e non può più essere richiesto in pagamento o azionato in giudizio. Dunque, bisogna prestare la massima attenzione a ciò che si dice o si scrive nei sistemi di messaggistica, perché la chat di WhatsApp ha valore legale.


note

[1] Art. 1988 Cod. civ.

[2] Art. 634 Cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 19155 del 17.07.2019.

[4] Trib. Novara, sent. n. 566 del 13.08.2021.

[5] Art. 2712 Cod. civ.


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