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L’osteopata deve avere una laurea per esercitare?

21 Ottobre 2021
L’osteopata deve avere una laurea per esercitare?

L’osteopata non deve (ancora) essere laureato per poter esercitare l’attività. Per la professione di osteopata non è stato ancora definito un percorso accademico, nonostante la legge 3/2018 sul riordino delle professioni sanitarie. 

Ad oggi, non è necessario avere una laurea per fare l’osteopata. Lo ha chiarito il Tar Sicilia con una recente e interessante sentenza [1].

In seguito all’entrata in vigore della legge n. 3/2018, che ha ricompreso l’osteopatia tra le professioni sanitarie prevedendo l’istituzione di una laurea triennale in osteopatia, il ministero della Salute aveva diramato alcune linee di indirizzo alle Autorità sanitarie locali, che avevano portato all’inibizione all’esercizio della professione nei confronti di molti professionisti osteopati ed alla denuncia per esercizio abusivo della professione. Tuttavia, tali provvedimenti sono da ritenere illegittimi e questo perché, ad oggi, l’osteopata non deve avere una laurea per esercitare. 

Come già chiarito dalla Cassazione [2] «l’osteopatia, in quanto consistente in una disciplina terapeutica incentrata sulla manipolazione dell’apparato muscoloscheletrico al fine di trattare patologie o disfunzioni ad esso pertinenti, non può essere assimilata alla professione medica che si estrinseca nell’individuare e diagnosticare le malattie, nel prescriverne la cura e nel somministrare i rimedi». Pertanto, ad oggi, a differenza di quanto avviene per la pratica medica, per l’osteopata non è necessario un titolo abilitativo ossia una laurea [3].  

Anche il ministero della Salute si è espresso nello stesso modo, evidenziando che «l’attività di osteopata non è ad oggi regolamentata in Italia: essa non afferisce ad alcuna autonoma categoria delle professioni sanitarie e non esiste nel nostro Paese un albo o registro per l’iscrizione degli eventuali soggetti autorizzati ad esercitarla» [4].

Sul punto, è intervenuta la cosiddetta legge Lorenzin (legge 3/2018) che ha riformato il mondo delle professioni sanitarie andando a definire il profilo dell’osteopata, rimandando a una serie di decreti attuativi l’individuazione delle caratteristiche della figura professionale e la definizione dei percorsi accademici abilitanti. Secondo il Tar, vista la mancanza di questi decreti «a tale previsione non è stata data attuazione».

Fin quando non verranno istituiti i corsi di laurea triennale in osteopatia ed i relativi albi professionali, per i giudici amministrativi nessun titolo specifico potrà essere richiesto per l’esercizio dell’attività di osteopata, che resterà libero e regolato esclusivamente dalla legge n. 4/2013.

Detto in altre parole, in base all’attuale quadro normativo, l’istituzione della figura professionale sanitaria dell’osteopata potrà ritenersi completata solo a conclusione del primo ciclo del corso di laurea triennale in osteopatia (tuttavia ancora da istituire), momento a partire dal quale l’osteopata per poter esercitare la professione, dovrà possedere sia la laurea triennale specifica, che l’iscrizione all’istituendo albo professionale (salve restando le determinazioni dell’Amministrazione in ordine all’equipollenza dei titoli pregressi). Risulta pertanto chiaro che, fin quando non verranno istituiti in Italia i corsi di laurea triennale in osteopatia ed i relativi albi professionali, nessun titolo specifico potrà essere richiesto per l’esercizio dell’attività, che resterà libero e regolato esclusivamente dalla legge 4/2013.


note

[1] Tar Sicilia, sent. n. 2684/21.

[2] Cass. sent. n. 5838/1995.

[3] TAR Veneto sent. n. 298/2005 e TAR Lombardia sent. n. 588/2011.

[4] Min. Salute parere 30 maggio 2002.

TAR Sicilia, sez. IV, sent., 30 agosto 2021, n. 2684

Presidente Cabrini – Estensore Caminiti

Fatto e diritto

L’odierno ricorrente, svolge l’attività di -omissis- in una struttura situata nel -omissis-. Con il provvedimento impugnato, l’-omissis- (d’ora innanzi anche “-omissis-“) diffidava il medesimo dal continuare a svolgere la predetta attività. Avverso tale provvedimento veniva proposto il ricorso in esame. Si costituivano in giudizio l’-omissis- e il Ministero per opporsi all’accoglimento del gravame. La Sezione, con ordinanza n. -omissis-, riconosciuta la competenza del T.a.r. Catania, accoglieva l’istanza di sospensione cautelare degli effetti del provvedimento impugnato. Detta ordinanza non è stata appellata. In prossimità dell’udienza di discussione del merito le parti hanno depositato memorie, insistendo nelle rispettive conclusioni. Tenutasi la pubblica udienza in data 27 maggio 2021, la causa veniva trattenuta in decisione. Osserva pregiudizialmente il Collegio che la competenza di questo T.a.r. (già dichiarata in sede cautelare, con ordinanza non impugnata) si radica in ragione dell’efficacia limitata dei provvedimenti impugnati, in relazione alla sede ove si svolge l’attività del ricorrente (Catania). Nel merito, ritiene il Collegio che il ricorso sia fondato in quanto meritevole di accoglimento il primo mezzo di gravame, avente carattere assorbente rispetto ai successivi, con il quale si censura, in particolare, la violazione degli artt. 35, comma 1, e 41 della Costituzione (nonché la violazione ed erronea applicazione dell’art. 7 della legge 11 gennaio 2018, n. 3; la violazione ed erronea applicazione della legge 14 gennaio 2013, n. 4, l’eccesso di potere per travisamento dei fatti, illogicità manifesta e manifesta ingiustizia). Mette conto, infatti, evidenziare che l’osteopatia, in quanto consistente in una disciplina terapeutica incentrata sulla manipolazione dell’apparato muscoloscheletrico al fine di trattare patologie o disfunzioni ad esso pertinenti, non può essere assimilata alla professione medica che si estrinseca nell’individuare e diagnosticare le malattie, nel prescriverne la cura e nel somministrare i rimedi (cfr. Cassazione penale, sez. II, 09 febbraio 1995, n. 5838). Ne consegue che per lo svolgimento della pratica osteopatica non è necessario, ad oggi, differentemente da quanto previsto per la pratica medica, un titolo abilitativo (si veda T.A.R. Veneto n. 298 del 17 maggio 2005, ma anche T.A.R. Lombardia – Milano n. 588 del 1 marzo 2011). In tale senso si è, peraltro, anche espresso il Ministero della Salute nel parere del 30 maggio 2002: “l’attività di -omissis- non è ad oggi regolamentata in Italia, che essa non afferisce ad alcuna autonoma categoria delle professioni sanitarie e che non esiste nel nostro Paese un albo o registro per l’iscrizione degli eventuali soggetti autorizzati ad esercitarla”. Si ricava da questo parere che anche il Ministero della Salute mostra di ritenere che la pratica dell’osteopatia non è riconducibile alla professione medica e che, in ragione della mancata istituzione di un albo degli abilitati, non sussiste alcun titolo abilitativo ad essa afferente che costituisca presupposto necessario per il suo esercizio. Corrisponde al vero che con la legge 11 gennaio 2018 n. 3, la professione dell’osteopatia è stata ricondotta nell’ambito delle professioni sanitarie. Tuttavia, il Collegio rileva che trattasi di una disposizione legislativa che si limita a delegare l’individuazione della disciplina di dettaglio, nonché l’istituzione del nuovo corso universitario di formazione e di corsi integrativi, da un lato alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e, dall’altro, al Ministro dell’istruzione, dell’Università e della ricerca, di concerto con il Ministro della salute, con il parere del Consiglio universitario nazionale e del Consiglio superiore di sanità. Ad avviso del decidente non si tratta di una disposizione legislativa immediatamente precettiva, bensì meramente programmatica. Mette conto evidenziare, al riguardo, che a tutt’oggi a tale previsione non è stata data attuazione (v. in tal senso anche Corte Cost. sentenza n. 209/2020). D’altra parte, in data 5 novembre 2020 la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano – riunitasi per stabilire l’ambito di attività e le funzioni caratterizzanti le professioni dell’-omissis- e del chiropratico, i criteri di valutazione dell’esperienza professionale nonché i criteri per il riconoscimento dei titoli equipollenti – ha demandato ad un successivo accordo, da stipulare sempre in sede di Conferenza permanente, la definizione dei criteri di valutazione dell’esperienza professionale, nonché di equipollenza dei titoli pregressi alla laurea universitaria in osteopatia (ancora non istituita). Il Collegio osserva che dal quadro complessivo normativo attuale, l’istituzione della figura professionale sanitaria dell’-omissis- potrà ritenersi completata solo a conclusione del primo ciclo dell’istituendo corso di laurea triennale in osteopatia, momento a partire dal quale l’-omissis-, per poter esercitare la professione, dovrà possedere sia la laurea triennale specifica, che l’iscrizione all’istituendo albo professionale (salve restando le determinazioni dell’Amministrazione in ordine all’equipollenza dei titoli pregressi). Risulta, pertanto, di palmare evidenza che fin quando non verranno istituiti in Italia i corsi di laurea triennale in osteopatia ed istituiti i relativi albi professionali, nessun titolo specifico potrà essere richiesto per l’esercizio dell’attività di -omissis-, che resterà libero e regolato esclusivamente dalla legge 4/2013. In tale quadro risulta del tutto evidente l’illegittimità del provvedimento impugnato che deve essere annullato. Il Collegio ritiene equo disporre la compensazione delle spese di lite considerata la peculiarità e novità delle questioni trattate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla gli atti impugnati, nei limiti dell’interesse del ricorrente. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa. Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’articolo 52, commi 1 e 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (e degli articoli 5 e 6 del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016), a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità di parte ricorrente.


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