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Diffamazione: con quante persone è reato?

7 Gennaio 2022 | Autore:
Diffamazione: con quante persone è reato?

Comunicazione con più persone: a quanti soggetti bisogna riferire il commento denigratorio affinché si abbia reato?

La diffamazione è il reato che commette chi infanga la reputazione di un’altra persona. Perché si integri questo crimine, però, occorrono altri requisiti: la semplice offesa non è sufficiente per far scattare il delitto. Con questo articolo ci soffermeremo su un particolare aspetto: vedremo cioè la diffamazione con quante persone è reato.

Come si dirà, elemento fondamentale della diffamazione è che la frase o la notizia denigratoria venga a conoscenza di più persone. Questa circostanza, però, non presuppone necessariamente che il diffamatore comunichi con più soggetti: come si dirà, la diffamazione può integrarsi anche se si svela il fatto a una sola persona, se ricorrono alcune condizioni.

Non può invece essere condannato per diffamazione colui che, confidando nella riservatezza di chi lo ascolta, gli rivela fatti che possono essere lesivi della reputazione altrui. Tanto è stato ricordato dalla Corte di Cassazione [1] a proposito di un investigatore privato che comunicava alla donna che gli aveva affidato l’incarico notizie riservate sul proprio marito. Con quante persone la diffamazione è reato? Scopriamolo insieme.

Diffamazione: quando c’è offesa alla reputazione?

La diffamazione presuppone sempre l’offesa dell’altrui reputazione, per tale dovendosi intendere la considerazione che gli altri hanno della vittima, sia all’interno della cerchia sociale e familiare, sia in contesti diversi e più ristretti, come ad esempio quello lavorativo.

Ad esempio, la reputazione di un padre di famiglia che fa l’avvocato riguarda la sua credibilità come professionista, come genitore, come marito e, in generale, come persona all’interno della società. Screditare anche solo uno di questi aspetti costituirebbe reato, ma a determinate condizioni. Vediamo quali.

Diffamazione: quando c’è comunicazione con più persone?

Secondo la legge [2], l’offesa alla reputazione altrui deve avvenire «comunicando con più persone». Ciò significa che la diffamazione scatta ogni volta che l’espressione o la vicenda denigratoria sia manifestata ad almeno due persone, esclusa ovviamente la vittima.

Se Tizio oltraggia Caio in presenza degli amici Sempronio e Mevio, commette diffamazione.

La persona diffamata non deve essere presente al fatto o, anche se fisicamente presente, non deve essere in grado di percepire l’offesa: la diffamazione, infatti, punisce l’oltraggio da cui non ci si può difendere.

La comunicazione con più persone può ovviamente avvenire anche a distanza e senza la contestuale presenza di più persone, ad esempio tramite chat, telefonata, messaggio o email. E così, chi invia un’email a più persone rivelando fatti offensivi per la vittima commette il reato di diffamazione.

Diffamazione: quante persone servono perché sia reato?

Non sempre occorre che ci siano almeno due persone per far scattare la diffamazione. Secondo la Corte di Cassazione, ai fini della configurabilità del reato, è necessario che l’autore della frase lesiva dell’altrui reputazione comunichi con almeno due persone, ovvero con una sola persona, ma con modalità tali che detta notizia venga sicuramente a conoscenza di altri ed egli agisca rappresentandosi e volendo tale evento.

L’elemento psicologico (il dolo) della diffamazione consiste non solo nella consapevolezza di pronunciare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, ma anche nella volontà che la frase o notizia denigratoria venga a conoscenza di più persone.

Questo risultato si può ottenere non solo comunicando con più soggetti, ma anche affidando il messaggio denigratorio a una sola persona che, però, trasmetterà lo stesso ad altri.

Di conseguenza, commette diffamazione anche chi, confidando nel passaparola, oltraggia la vittima parlando con una sola persona particolarmente pettegola.

Ugualmente, se l’espressione offensiva è contenuta in un documento che, per sua natura, è destinato ad essere visionato da più persone, come nel caso di un vaglia postale o di un fax indirizzato ad un soggetto ma trasmesso ad un numero di un ufficio al quale hanno accesso plurime persone, è chiara la sussistenza della volontà diffamatoria.

Diverso è invece il caso in cui l’autore dell’offesa dell’altrui reputazione comunichi direttamente con una persona e, in via mediata, attraverso quest’ultima, la notizia diffamatoria venga a conoscenza di altri senza che ve ne fosse la volontà.

Si pensi all’investigatore privato che trasmette un dossier contenente notizie riservate alla donna che lo ha incaricato di pedinare il marito per smascherarne i tradimenti: in un’ipotesi del genere, se la donna decide di agire in giudizio per ottenere l’addebito della separazione, sicuramente l’investigatore non potrà essere accusato di diffamazione, in quanto le notizie erano riservate alla sua mandante, la quale ne ha fatto poi utilizzo per tutelare i propri diritti.

Allo stesso modo, se si invia una lettera riservata contenente espressioni ingiuriose e questa viene poi aperta da altri, non si potrà accusare il mittente di diffamazione, in quanto il contenuto è stato illegittimamente letto da persone diverse dal destinatario. Manca pertanto il dolo tipico della diffamazione.

Secondo la Cassazione [3], il requisito della comunicazione con più persone, atto ad integrare il delitto di diffamazione, non sussiste nel caso di comunicazione confidenziale la cui diffusione sia esclusivamente opera del destinatario della confidenza, in quanto manca l’esplicita volontà del soggetto attivo di destinare alla divulgazione il contenuto della comunicazione.


Ai fini della configurabilità della diffamazione è necessario che l’autore della frase lesiva dell’altrui reputazione comunichi con almeno due persone, ovvero con una sola persona, ma con modalità tali che detta notizia venga sicuramente a conoscenza di altri ed egli agisca rappresentandosi e volendo tale evento.

note

[1] Cass., sent. n. 33106 del 25 novembre 2020.

[2] Art. 595 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 40137 del 24 aprile 2015.

Autore immagine: canva.com/


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