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Caso Andreotti – I grandi processi d’Italia

8 Gennaio 2022 | Autore:
Caso Andreotti – I grandi processi d’Italia

Come si è svolto e che esito ha avuto il processo per mafia a carico di uno dei più celebri politici italiani: fu davvero assolto o no? Era colpevole o innocente?

Sette volte presidente del Consiglio, 32 volte ministro, per quasi 70 anni al centro della politica italiana: stiamo parlando di Giulio Andreotti, lo statista più longevo della storia repubblicana. Fu per decenni uno dei massimi leader della Democrazia Cristiana insieme ad Aldo Moro (ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse). Ha sempre ricoperto incarichi di spicco, ma non è riuscito a diventare presidente della Repubblica, a causa di un processo per fiancheggiamento alla mafia.

Il processo a carico di Giulio Andreotti per mafia

L’accusa era davvero grave: secondo i pubblici ministeri della procura di Palermo, Andreotti avrebbe sostenuto attivamente i mafiosi siciliani, aiutato in ciò dai suoi punti di riferimento nell’isola (il politico Salvo Lima, ucciso dalla mafia nel 1992; i cugini Antonino e Ignazio Salvo, esattori delle imposte, e Vito Ciancimino, che fu sindaco di Palermo), in cambio di sostegno elettorale alla sua corrente nella Dc.

Il processo a carico di Giulio Andreotti fu formulato per due accuse distinte: associazione a delinquere semplice [1]  fino al 28 settembre 1982 e associazione a delinquere di tipo mafioso [2] dal 29 settembre 1982 sino al 1993, data dell’imputazione. Quest’ultimo reato fino a quel momento non esisteva: fu introdotto proprio nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre, quindi per il principio di irretroattività della legge penale non riguarda i fatti pregressi alla sua emanazione.

Giulio Andreotti: assoluzione o prescrizione?

Il processo è finito con un pareggio: «assolto per prescrizione», disse la stampa dell’epoca, ma in modo inesatto; assoluzione significa non aver commesso il reato (o non esserne autori e dunque responsabili), la prescrizione, invece, vuol dire che il reato non può essere più perseguito, a causa del lungo tempo trascorso. In sostanza, la prescrizione è una barriera che preclude al giudice di valutare il merito dei fatti; non dice che l’imputato è innocente, ma che non si può più procedere nei suoi confronti, perché il reato è estinto. Ti spieghiamo questo importante concetto nell’articolo “qual è la differenza tra prescrizione e assoluzione“.

In realtà, la sentenza finale emessa nei confronti di Giulio Andreotti aveva una formula mista: l’assoluzione riguardava i reati commessi dalla primavera del 1980 in poi, la prescrizione copriva quelli precedenti. Inoltre, nel caso di Andreotti, la prescrizione ha prevalso sull’assoluzione perché non era emersa la prova evidente della sua innocenza nei modi richiesti dalla legge [3], in quanto l’assoluzione era stata pronunciata con formula dubitativa [4].

La sentenza della Cassazione spende molte pagine su questo aspetto, per concludere affermando che: «i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse; non rientra tra i compiti della Corte di Cassazione operare una scelta tra le stesse, perché tale valutazione richiede l’espletamento di attività non consentite in sede di legittimità; in presenza dell’intervenuta prescrizione, poi, questa Corte ha dovuto limitare le sue valutazioni a verificare se le prove acquisite presentino una evidenza tale da conclamare la manifesta illogicità della motivazione della sentenza in ordine all’insussistenza del fatto o all’estraneità allo stesso da parte dell’imputato».

Ecco, dunque, perché si è arrivati alla soluzione “mista”, con assoluzione post 1980 e prescrizione prima. In definitiva, per i fatti anteriori al 1980 non è stata accertata la colpevolezza, ma rimane un’ombra, mentre per l’epoca successiva è acclarata l’innocenza.

Processo Andreotti: i tre gradi di giudizio

È opportuno scendere nei dettagli per capire meglio i fatti. L’esito del processo nelle sue fasi fu il seguente:

  • in primo grado di giudizio, nel 1999, Andreotti fu assolto da tutte le accuse, avendo il tribunale di Palermo ritenuto «la prova insufficiente, contraddittoria e in alcuni casi anche del tutto mancante» [4] (è la vecchia «assoluzione per insufficienza di prove», abolita dal Codice di procedura penale nel 1990);
  • in appello, nel 2003, la sentenza ha dichiarato «non doversi procedere in ordine al reato di associazione per delinquere», commesso sino alla primavera del 1980, in quanto «reato estinto per prescrizione» (la prescrizione era maturata a dicembre del 2002), ed ha pronunciato l’assoluzione per i fatti successivi;
  • nel 2004, la Corte di Cassazione (investita dei ricorsi presentati, per opposti motivi, sia dall’imputato sia dalla Procura) ha confermato la pronuncia della Corte d’Appello, che così è divenuta definitiva ed è passata in giudicato.

La sentenza d’appello – che, come abbiamo visto, è stata recepita dalla Cassazione – contiene importanti affermazioni che aiutano a comprendere il ragionamento dei giudici e le conclusioni cui sono pervenuti, in particolare quando sostiene che Giulio Andreotti:

  • «ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso, un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi»;
  • ha svolto «un’attività di cooperazione continuativa con il sodalizio criminale, equiparabile, sul piano sostanziale, ad una vera e propria adesione allo stesso, pure in assenza di formale affiliazione, cui deve corrispondere la consapevolezza degli affiliati di poter fare affidamento sull’apporto dell’agente».

L’impegno antimafia di Andreotti

Andreotti è stato assolto per i reati asseritamente commessi dopo l’arrivo al potere dei Corleonesi (la banda di Cosa Nostra capeggiata da Totò Riina) che risale al 1981. Al riguardo, la Corte rileva che «un’autentica, stabile e amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi non si era protratta oltre la primavera del 1980, dal momento che eventuali e non compiutamente dimostrate manifestazioni di disponibilità personale successive a tale periodo erano state semplicemente strumentali e fittizie, comunque non assistite dalla effettiva volontà di interagire con i mafiosi; anzi, in termini oggettivi, era emerso un sempre più incisivo impegno antimafia, condotto dall’imputato nella sede sua propria dell’attività politica, per cui, in relazione al periodo in questione, ad onta degli elementi sopra evidenziati, l’impugnata statuizione assolutoria, che aveva negato un’adeguata prova della contestata condotta associativa, doveva essere confermata».

Quanto all’impegno antimafia, bisogna ricordare che Andreotti, soprattutto quando fu presidente del Consiglio tra il luglio 1989 e il giugno 1992, emanò numerosi provvedimenti a contrasto delle organizzazioni mafiose, tra i quali il decreto legge [5], varato poco dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, che inasprì il “carcere duro” previsto dall’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario, introdusse misure patrimoniali di prevenzione della criminalità, come la confisca dei patrimoni, e impedì la scarcerazione di numerosi boss, per scadenza dei termini di custodia cautelare, mentre il maxiprocesso di Palermo (che proprio Falcone aveva costruito con le sue indagini), era in corso. Andreotti durante il processo a suo carico ha sottolineato questi elementi a sua difesa.

Andreotti e il bacio con Totò Riina

Del processo resta famoso l’episodio del bacio tra Andreotti e Totò Riina, il sanguinario “capo dei capi” di Cosa Nostra, riferito da uno degli oltre 40 pentiti escussi nelle udienze: in realtà, il bacio non ci fu (il difensore di Andreotti, l’avvocato Franco Coppi, disse: «Ce lo vedete Andreotti a baciare qualcuno?»), ma secondo vari collaboratori di giustizia l’incontro tra i due avvenne, così come quelli con altri capi mafia di spicco, come Stefano Bontade. Del resto, Andreotti si recava spesso in Sicilia per impegni istituzionali o per motivi elettorali.

In base a tutti questi elementi – molti dei quali dubbi, incerti nella loro verificazione e contrastanti tra loro – la sentenza definitiva dice che Andreotti ha collaborato con Cosa nostra, ben oltre la semplice disponibilità, dunque lo bolla come vero e proprio partecipe di un’associazione mafiosa, sia pure fino al 1980 e non dopo. Ma ormai quei fatti erano prescritti e ciò ha impedito di compiere una valutazione più approfondita; invece, per l’epoca successiva, ogni reato è stato escluso ed è stata acclarata la sua innocenza. Andreotti, che era famoso anche per i suoi brillanti aneddoti, commentando successivamente quei fatti ebbe a dire: «Non basta avere ragione, bisogna trovare chi te la dà».


note

[1] Art. 416 Cod. pen.

[2] Art. 416 bis Cod. pen.

[3] Art. 129 Cod. proc. pen.

[4] Art. 530, co.2, Cod. proc. pen.

[5] D.L. n. 306/1992, conv. in L. n.356/1992.

Fonte immagine: giulioandreotti.org.


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