Diritto e Fisco | Articoli

Trattativa Stato-mafia – I grandi processi d’Italia

9 Gennaio 2022 | Autore:
Trattativa Stato-mafia – I grandi processi d’Italia

Ci furono contatti illeciti tra i rappresentanti delle istituzioni e i boss di Cosa Nostra per condizionare il Governo e favorire le organizzazioni criminali?

La trattativa Stato-mafia ci fu, ma non per tutti è reato. Lo ha deciso a settembre 2021 una clamorosa sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che ha assolto i protagonisti del “versante stato” (tra cui il senatore Marcello Dell’Utri e il generale dei Carabinieri Mario Mori), mentre quelli del “versante mafia” erano già stati condannati in primo grado. Tra questi Leoluca Bagarella, uno dei principali capi di “Cosa Nostra”, imputato insieme a Totò Riina e Bernardo Provenzano, entrambi morti durante il processo, e al pentito Giovanni Brusca.

Com’è possibile questo strano risultato? Serve una premessa per inquadrare i fatti e un approfondimento processuale per capire come sono andate le cose in quella che fu subito chiamata, non appena fu scoperta, la trattativa Stato-mafia.

Trattativa Stato-mafia: quando e perché avvenne?

La trattativa fu compiuta tra il 1992 e il 1993, quando alcuni rappresentanti dello Stato intavolarono un dialogo segreto con esponenti mafiosi di spicco. Questo avvenne all’indomani degli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, nel 1992, e delle misteriose bombe messe da mani ignote l’anno dopo a Milano, Firenze e Roma (un mistero nel mistero).

Secondo la ricostruzione fornita dalla sentenza, la trattativa fu instaurata nel 1992 e l’iniziativa fu intrapresa da uomini delle istituzioni per raggiungere un accordo che ponesse fine alle stragi, in cambio di un ammorbidimento delle misure antimafia, con particolare riferimento al regime detentivo del “carcere duro” per gli esponenti di Cosa Nostra condannati nel maxi processo di Palermo.

L’equilibrio di “convivenza” tra Stato e mafia, durato per decenni, si era incrinato già negli anni Ottanta con gli omicidi di alcuni magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, ed era crollato nel 1992 con la strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la sua compagna e i membri della sua scorta, e con l’uccisione di Paolo Borsellino pochi mesi dopo. A ciò fecero seguito, nel 1993, gli attentati dinamitardi in alcune città italiane, tra cui la strage dei Georgofili, avvenuta a Firenze, in cui persero la vita 5 persone per l’esplosione di un’autobomba, e la strage di via Palestro a Milano, con l’uccisione di altre 5 persone in un evento analogo. Nello stesso periodo, altre bombe furono rinvenute, inesplose, a Roma.

Solo in seguito i pentiti – tra cui Gaspare Spatuzza, uno degli esecutori materiali – rivelarono che tutto ciò era avvenuto per mano della mafia siciliana; ma già all’epoca gli inquirenti erano riusciti a risalire a quella matrice, e, stando a quanto è emerso dalle indagini, avviarono contatti con i vertici di Cosa Nostra per fermare quelle stragi, concedendo qualcosa in cambio.

Il papello

Secondo l’accusa sostenuta nel processo, esisteva un “papello”, cioè un biglietto inviato dai capi di Cosa Nostra, contenente la lista delle loro richieste allo Stato: i mafiosi pretendevano l’annullamento delle condanne emesse e del carcere duro, in cambio di un accordo per porre fine ad attentati e stragi. Ma il documento originale non fu mai trovato e le copie rinvenute sono state giudicate inattendibili e contraffatte.

Era un’epoca in cui lo Stato italiano si trovava in grande difficoltà, non solo a causa di questi attacchi, ma anche per il crollo della prima Repubblica dovuto a Tangentopoli. In effetti, risulta che nel 1993 furono lasciati scadere senza valide ragioni più di 300 provvedimenti cautelari di carcere duro.

Trattativa Stato-mafia: il processo

Nel processo sulla trattativa Stato-mafia, svoltosi davanti alla Corte d’Assise di Palermo, fu ascoltato anche, come testimone, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il cui nome era emerso casualmente da alcune conversazioni intercettate tra l’ex ministro Nicola Mancino e un consigliere giuridico del Quirinale. Napolitano, però, non era a conoscenza di fatti utili ai fini del processo e non fu in grado di riferire nessuna circostanza significativa.

Il reato oggetto di imputazione era quello di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato [1], commesso dai mafiosi con le loro stragi che puntavano a condizionare l’attività del Governo e del Parlamento, con il concorso dei pubblici ufficiali che avevano avviato il dialogo non ufficiale con loro; il tutto con l’aggravante di voler avvantaggiare Cosa Nostra (già riconosciuta con certezza come associazione a delinquere di stampo mafioso, e dunque dotata di notevole forza intimidatrice).

In primo grado, la sentenza, emessa nel 2018, fu di condanna a 28 anni di carcere per il boss Leoluca Bagarella e a 12 anni di reclusione per i rappresentanti dello Stato (tra cui il colonnello del Ros dei Carabinieri Mario Mori e il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri). Le posizioni di Totò Riina e di Bernardo Provenzano sono state stralciate per la morte degli imputati durante il processo, mentre il pentito Giovanni Brusca è stato prosciolto per prescrizione.

In appello, a settembre 2021, Mori e Dell’Utri sono stati assolti, il primo con la formula «perché il fatto non costituisce reato» e il secondo «per non aver commesso il fatto», mentre è stata ridotta a 27 anni la pena per Bagarella.

Trattativa Stato-mafia: le provvisorie conclusioni

Alla fine, si è accertato che i contatti tra Stato e mafia ci furono, anche se non sfociarono in nessuna intesa. Allora scendere a patti con la mafia è reato? Dipende: secondo l’ultima sentenza no, se lo compiono i rappresentanti delle istituzioni e si fermano al livello del dialogo, senza compiere attività ulteriori per turbare il funzionamento degli apparati statali. Invece, la pressione compiuta con violenza dall’organizzazione criminale costituisce reato.

Nel momento in cui scriviamo questo articolo non sono ancora note le motivazioni della sentenza di assoluzione – che non è ancora definitiva, potendo essere impugnata in Cassazione – ma si può ritenere che non sia emerso il concorso penalmente rilevante tra gli uomini dell’apparato statale e i mafiosi con i quali avevano intessuto dei contatti. Rimane, dunque, un fatto oggettivo e processualmente accertato: non sono emersi favori indebiti offerti alla mafia dai pubblici ufficiali. E questo ha scagionato gli imputati.



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube