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Cosa rischia chi dichiara al fisco di aver rubato?

26 Ottobre 2021
Cosa rischia chi dichiara al fisco di aver rubato?

I redditi derivanti da attività illecite, siano esse civili o penali, vanno dichiarati e sono tassabili.

Cosa rischia chi dichiara al Fisco di aver rubato? Conviene rubare o pagare le tasse? La nostra legge ci ha abituato a stravaganze ed assurdità tali da non doversi meravigliare se ci si pone una domanda del genere.

Una volta il giudice Davigo, presidente della seconda sezione Penale della Cassazione, rivelò un paradosso giuridico del nostro sistema giudiziario che fece scalpore: in termini processuali, il divorzio dura più della pena per l’omicidio del coniuge. Almeno prima che il legislatore riducesse i tempi del divorzio. Si trattava chiaramente di una provocazione: una cosa è infatti parlare della durata di un processo, un’altra è discutere delle conseguenze e delle pene del processo stesso, dettaglio sfuggito ai molti che, passivamente, hanno preso per oro colato l’ironia del magistrato.

Oggi, si presenta un secondo paradosso: quello secondo cui, per evitare un accertamento fiscale, al contribuente converrebbe dire di aver rubato i soldi piuttosto che ammettere di averli guadagnati legittimamente ma in nero. Cerchiamo di spiegarci meglio. Lo faremo con un esempio pratico.

Mettiamo di avere 5mila euro in contanti e di versarli sul conto corrente. Di tale somma non abbiamo fatto alcuna menzione nella nostra dichiarazione dei redditi. Dopo qualche anno, arriva l’Agenzia delle Entrate che, dopo aver controllato al computer la lista dei movimenti del nostro conto, ci accusa di evasione fiscale. Può ben farlo perché, in base a una norma del Testo Unito delle imposte sui redditi, il Fisco può presumere in automatico – senza cioè bisogno di riscontri o prove – che tutte le somme depositate sul conto corrente bancario o postale, che al tempo stesso non siano state riportate nella dichiarazione dei redditi, siano il frutto di un un reddito in nero. Spetterà allora al contribuente dimostrare il contrario. Come? Fornendo la prova che si tratti di redditi esenti (come le donazioni, i risarcimenti del danno, le vendite di oggetti usati) o già tassati alla fonte (come le vincite alle scommesse).

È chiaro però che se il contribuente non dispone di una documentazione che dimostri la bontà delle proprie azioni, dovrà soccombere dinanzi all’accertamento fiscale e, quindi, sarà tenuto a pagare le tasse.

A quel punto, per uscire da quello che potrebbe sembrare uno scacco matto, si potrebbe offrire una soluzione dotata di un certo fascino (anche perché, di questi tempi, sembrano più credibili le tesi strampalate che quelle fondate su dati concreti): quella di dire che i soldi versati sul conto sono stati rubati. Perché mai? 

Innanzitutto perché il reato di furto si prescrive in 6 anni mentre gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate possono arrivare anche dopo 8 anni da quando il denaro è stato depositato sul conto: troppo tardi quindi per punire il furto poiché, su di esso, sarebbe ormai scesa la scure della prescrizione. In secondo luogo perché, nel caso del furto semplice – a differenza di quello aggravato – il reato è procedibile solo con la querela della vittima. Non si può avviare dunque il processo penale d’ufficio. Dunque l’Agenzia delle Entrate, pur consapevole dell’esistenza di un furto, non potrebbe denunciare il colpevole che si auto accusi, né potrebbe segnalarlo alla vittima, lasciando a quest’ultima la scelta se agire o meno. 

Insomma, ad ammettere dinanzi al Fisco che si è rubato non si rischia nulla perché il Fisco non ha alcun potere.

Ecco che allora si potrebbe pensare che ammettere di rubare è meglio che ammettere di aver legittimamente lavorato, ma sottratto il relativo compenso alla tassazione dello Stato. A prima vista è un paradosso, anche magistralmente spiegato. Ma le cose non stanno così. 

La legge dice – ma non tutti lo sanno – che, nell’elenco dei redditi soggetti a tassazione, sono compresi anche quelli derivanti da illeciti civili, penali o amministrativi se non già sottoposti a sequestro o confisca penale. E la stessa Cassazione ha anche detto che i proventi illeciti vanno tassati anche se già restituiti alla vittima. 

Quindi, in buona sostanza, pur ammettendo di aver rubato, i soldi depositati sul conto corrente sarebbero soggetti a imposizione fiscale: il che significa che bisognerebbe dichiararli e pagarci le tasse. E questo vale sia per il ladro, che per il trafficante, per lo spacciatore o per qualsiasi altro criminale.

Insomma, qualsiasi somma di denaro, sia essa stata conseguita in modo legittimo o meno, viene tassata.



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