Diritto e Fisco | Articoli

5 requisiti per dichiarare fallimento

15 Gennaio 2022 | Autore:
5 requisiti per dichiarare fallimento

Dichiarazione di liquidazione giudiziale: presupposto soggettivo, presupposto oggettivo e limiti dimensionali.

In una situazione di grave crisi economica tale da non consentire ad un imprenditore di adempiere alle obbligazioni assunte, i creditori che si sono visti rifiutare il pagamento dei propri crediti possono chiedere l’apertura di una procedura al fine di ottenere la dichiarazione di fallimento, oggi denominata “liquidazione giudiziale”. La predetta procedura può essere avviata anche su ricorso dello stesso imprenditore (debitore) o su richiesta del pubblico ministero [1]. Ma, in pratica, chi può fallire? Quali sono i 5 requisiti per dichiarare fallimento?

Per rispondere correttamente a queste domande bisogna considerare che la legge fallimentare [2] subordina l’assoggettamento alla relativa procedura al concorso di precisi presupposti soggettivi [3] e oggettivi [4]. Inoltre, prevede dei limiti dimensionali relativi all’attivo patrimoniale, ai ricavi lordi e all’ammontare dei debiti.

Prima di procedere all’esame dei predetti requisiti è opportuno rilevare che tutta la materia delle procedure concorsuali e della crisi da sovraindebitamento è stata riformata dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, la cui entrata in vigore è fissata per il 16 maggio 2022.

In ogni caso, detto Codice non apporta modifiche ai presupposti che consentono all’imprenditore di essere assoggettato alla procedura di “liquidazione giudiziale”. Ma quali sono i 5 requisiti per dichiarare fallimento? Vediamoli insieme.

Presupposto soggettivo

L’articolo 1 della legge fallimentare del 1942 definisce il presupposto soggettivo per la dichiarazione di fallimento, disponendo che sono soggetti alle disposizioni sul fallimento gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

A fallire, quindi, non è l’impresa ma l’imprenditore. Peraltro, un imprenditore individuale può fallire anche se si tratta di debiti personali, cioè contratti per ragioni diverse dall’attività d’impresa. Parimenti, può fallire un piccolo imprenditore [5] – cioè un coltivatore diretto del fondo, un artigiano, un piccolo commerciante o chi esercita un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia – se, però, supera quei limiti dimensionali prescritti dalla legge, che saranno esaminati più avanti.

Per quanto attiene alle società che hanno ad oggetto un’attività commerciale, sono soggette a fallimento pur se non svolgono tale attività in maniera effettiva. Infatti, le stesse sono comunque riconducibili alla definizione di imprenditore commerciale quando ciò è stato stabilito dallo statuto al momento della costituzione.

Nelle società in nome collettivo (Snc) e nelle società in accomandita semplice (Sas) il fallimento si estende ai soci illimitatamente responsabili (cosiddetti soci accomandatari), sebbene con alcune limitazioni, e ai soci accomandanti che si sono inseriti nella gestione [6].

Applicando il principio di responsabilità illimitata e solidale previsto dagli articoli 2291 e 2297 del Codice civile, sono assoggettabili a fallimento anche le società occulte [7] e quelle di fatto [8]. Altresì, sono sottoponibili a fallimento le associazioni che svolgono in maniera esclusiva o prevalente un’attività commerciale nonché le società cooperative, sia se perseguono finalità mutualistiche sia se hanno uno scopo di lucro.

Presupposto oggettivo

Lo stato di insolvenza è il presupposto oggettivo richiesto dalla legge per la dichiarazione di fallimento, o meglio, di liquidazione giudiziale. Tale stato si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori che dimostrano che l’imprenditore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni [9].

Lo stato di insolvenza dell’imprenditore commerciale per valere quale presupposto della dichiarazione di fallimento, deve identificarsi con uno stato di impotenza funzionale e strutturale, non soltanto transitoria, a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le obbligazioni assunte a seguito del venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie all’attività d’impresa [10].

I segni esteriori della manifestazione di insolvenza possono essere costituiti da protesti cambiari, procedimenti esecutivi, sequestri conservativi. Tuttavia, la proposizione di opposizioni dell’imprenditore contro tali procedure, se fondate, possono far venire meno la presunzione di insolvenza.

Altresì, la fuga, l’irreperibilità o la latitanza dell’imprenditore, la chiusura dei locali, il trafugamento, la sostituzione o la diminuzione fraudolenta dell’attività sono ipotesi sintomatiche per la dichiarazione di fallimento [11].

In ogni caso, se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati è complessivamente inferiore a 30.000 euro, il fallimento non può essere dichiarato [12].

Attivo patrimoniale

La legge prevede tre limiti dimensionali per la dichiarazione di fallimento/liquidazione giudiziale, che devono essere posseduti congiuntamente dall’imprenditore.

Il primo è quello dell’attivo patrimoniale. Più precisamente, l’imprenditore per essere dichiarato fallito deve avere avuto nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo superiore a 300.000 euro.

Ricavi lordi

Il secondo limite dimensionale è relativo ai ricavi lordi. In sostanza, l’imprenditore è assoggettabile alla procedura fallimentare/liquidazione giudiziale se ha realizzato nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo superiore a 200.000 euro.

Ammontare dei debiti

Il terzo e ultimo limite dimensionale è dato dall’ammontare dei debiti. Quindi, l’imprenditore per fallire deve avere un ammontare di debiti anche non scaduti superiori a 500.000 euro.


note

[1] Art. 6 L.F.

[2] R.D. n. 267/1942.

[3] Art. 1 L.F.

[4] Art. 5 L.F.

[5] Art. 2083 cod. civ.

[6] Art. 147 L.F.

[7] Una società si definisce occulta quando i soci nel concludere il contratto di società, pattuiscono che la società deve rimanere segreta e dunque estranea ai rapporti con l’esterno. Contestualmente un socio nella qualità di imprenditore individuale, si assume il compito di intrattenere rapporto con i terzi.

[8] Una società di fatto è una società che non è stata costituita secondo le forme e le modalità previste dalla legge, cioè sulla base di un contratto, ma è sorta su comportamenti concludenti dei singoli soci, finalizzati a uno scopo comune.

[9] Art. 5 L.F.

[10] Cass. Civ., S.U., sent. n. 21012/2017 e sent. n.  29913/2018.

[11] Art. 7 L.F.

[12] Art. 15 L.F.

 


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube