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Dichiarazione di fallimento: presupposti

9 Gennaio 2022 | Autore:
Dichiarazione di fallimento: presupposti

Il fallimento, oggi liquidazione giudiziale, è una forma di esecuzione attivabile nei confronti dell’imprenditore che si trova in una situazione di crisi economica. Per la relativa dichiarazione servono, però, determinati requisiti.  

Quando un soggetto titolare di un’impresa commerciale si trova in stato di insolvenza, ovvero non è più capace di far fronte alle proprie obbligazioni, si apre una procedura giudiziaria denominata fallimento, oggi liquidazione giudiziale. Tale procedura si caratterizza per essere concorsuale, ovvero predisposta nell’interesse di tutti i creditori al fine di assicurare un trattamento paritario dei rapporti che fanno capo all’imprenditore (par condicio creditorum), universale, in quanto comprende l’intero patrimonio del debitore e ufficiale, nel senso che può iniziare anche d’ufficio.

Secondo la legge fallimentare del 1942, i presupposti della dichiarazione di fallimento sono sostanzialmente due: la natura di imprenditore commerciale del debitore (presupposto soggettivo) e lo stato di insolvenza (presupposto oggettivo).

Più precisamente, in relazione al primo presupposto, sono soggetti alle disposizioni sul fallimento gli imprenditori commerciali che esercitano attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

Per quanto attiene al secondo presupposto, può essere dichiarato fallito l’imprenditore che si trova in stato di insolvenza [1], cioè in condizioni di squilibrio patrimoniale talmente grave da non poter pagare regolarmente i propri debiti.

I predetti presupposti sono rimasti invariati anche dopo la riforma della materia delle procedure concorsuali e della crisi da sovraindebitamento attuata dal Codice della crisi d’impresa e d’insolvenza, che entrerà in vigore il 16 maggio 2022 e che ha sostituito il termine fallimento con quello di liquidazione giudiziale.

In cosa consiste il presupposto soggettivo?

Il presupposto soggettivo di fallibilità è disciplinato dall’articolo 1 della legge fallimentare, il quale dispone che sono soggetti alle disposizioni sul fallimento (e sul concordato preventivo) gli imprenditori che esercitano attività commerciale, esclusi gli enti pubblici economici [2].

Quindi, è evidente che solo chi è imprenditore «che svolge un’attività commerciale» può fallire. Peraltro, tale attività può essere svolta sia dagli imprenditori e dalle società commerciali sia dai piccoli imprenditori che, inizialmente, erano stati esclusi dal novero dei soggetti fallibili. Ne consegue che gli unici imprenditori che non possono fallire sono gli imprenditori agricoli [3], anche se tale esenzione non appare più attuale. Infatti, oggi gli imprenditori agricoli in stato di crisi o di insolvenza possono accedere alle procedure previste dagli articoli 182-bis (accordi di ristrutturazione dei debiti) e 182-ter della legge fallimentare (transazione fiscale).

Inoltre, sempre alla luce dell’articolo 1 della legge fallimentare non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento (e sul concordato preventivo) gli imprenditori commerciali che dimostrano il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

  • aver avuto, nei 3 esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;
  • aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei 3 esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro;
  • avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro.

I predetti limiti possono essere aggiornati ogni 3 anni con decreto del ministro della Giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati verificatesi nel periodo di riferimento. Una volta intervenuto l’aggiornamento, i nuovi parametri si applicheranno ai 3 esercizi precedenti.

In proposito, la Cassazione ha anche chiarito che i 3 esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento da apprezzare ai fini della verifica dei presupposti di fallibilità devono intendersi come esercizi aventi ciascuno durata annuale a meno che non sia trascorso un lasso di tempo inferiore dall’inizio dell’attività dell’impresa [4].

Spetta al debitore l’onere di fornire la prova dell’esistenza dei requisiti di non fallibilità. È, quindi, onere dell’imprenditore dimostrare di non avere superato nel periodo di riferimento alcuno dei parametri dimensionali prescritti dalla legge [5].

Cos’è lo stato di insolvenza?

Per poter fallire non è sufficiente avere superato i parametri indicati dall’articolo 1 della legge fallimentare ma occorre che l’imprenditore versi in uno stato di insolvenza.

Si trova in stato di insolvenza l’imprenditore che non è più in grado di soddisfare le proprie obbligazioni.

Sul punto, la Suprema Corte ha precisato che lo stato d’insolvenza dell’imprenditore commerciale, quale presupposto per la dichiarazione di fallimento, si realizza in presenza di una situazione d’impotenza, strutturale e non soltanto transitoria, a soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni a seguito del venir meno delle condizioni di liquidità e di credito necessarie alla relativa attività, mentre resta in proposito irrilevante ogni indagine sull’imputabilità o meno all’imprenditore medesimo delle cause del dissesto, ovvero sulla loro riferibilità a rapporti estranei all’impresa, così come sull’effettiva esistenza ed entità dei crediti fatti valere nei suoi confronti [6].

I continui inadempimenti costituiscono un grave e serio indizio delle difficoltà finanziarie dell’imprenditore e rappresentano la forma principale di manifestazione dello stato di insolvenza. Tuttavia, la legge fallimentare ha previsto altre ipotesi sintomatiche per la dichiarazione di fallimento/liquidazione giudiziale quali:

  • la fuga;
  • l’irreperibilità o la latitanza dell’imprenditore;
  • la chiusura dei locali;
  • il trafugamento;
  • la sostituzione o la diminuzione fraudolenta dell’attivo [7].

I fatti sintomatici sono comunque illimitati, potendo ritenersi tali tutti quegli eventi che, per il loro carattere di gravità, precisione e concordanza, consentono quel giudizio che può far presumere la situazione di crisi economica dell’imprenditore.

L’insolvenza acquista rilevanza quando si manifesta all’esterno, quando, cioè, si esteriorizza.

La legge fallimentare, inoltre, prevede che il fallimento non può essere dichiarato quando l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati è complessivamente inferiore a 30.000 euro [8].

Fino a quando può essere dichiarato il fallimento?

L’imprenditore individuale o collettivo (società) può essere dichiarato fallito entro 1 anno dalla cancellazione dal registro delle imprese ma solo se l’insolvenza si è manifestata prima della cancellazione o entro l’anno successivo [9].

Più precisamente, entro l’anno deve essere stato dichiarato il fallimento, oggi liquidazione giudiziale, cioè deve essere stata emessa, anche se non ancora depositata in cancelleria, la sentenza dichiarativa di fallimento, non essendo sufficiente la semplice richiesta.

Qualora si tratti di un’impresa individuale o nel caso di cancellazione d’ufficio di una società, il creditore o il pubblico ministero hanno facoltà di dimostrare il momento dell’effettiva cessazione dell’attività da cui decorre il termine di 1 anno. Invece, per colui che deve essere dichiarato fallito fa sempre fede ciò che risulta dal registro delle imprese.

Sempre in relazione al tempo della dichiarazione di fallimento, o meglio, di liquidazione giudiziale, bisogna considerare due particolari ipotesi.

La prima è quella relativa all’imprenditore defunto, che può essere dichiarato fallito se lo stato di insolvenza si era manifestato in un momento precedente alla sua morte, posto che fosse ancora un imprenditore quando è deceduto, oppure entro l’anno successivo alla cessazione dell’impresa [10].

Nel primo caso, il termine di 1 anno decorre dal decesso mentre nel secondo decorre dalla data di chiusura dell’impresa.

La richiesta può provenire anche dall’erede del defunto a condizione che abbia accettato l’eredità con beneficio di inventario in modo che non si è venuta a creare alcuna confusione tra il suo patrimonio e quello del defunto.

La seconda ipotesi è quella dell’imprenditore che muore dopo la dichiarazione di fallimento [11].

La procedura prosegue nei confronti degli eredi anche se hanno accettato con beneficio d’inventario. Se ci sono più eredi, la procedura prosegue nei confronti di quello che è stato designato come rappresentante.

Se non vi è accordo circa la designazione del rappresentante, entro 15 giorni dalla morte del fallito, la designazione è fatta dal giudice delegato.


note

[1] Art. 5 L.F. (R.D. 16.03.1942, n. 267).

[2] Art. 2093 cod. civ.

[3] Art. 2135 cod. civ.

[4] Cass. Civ. sent. n. 12963/2018.

[5] Art. 1, co. 2, L.F.

[6] Cass. Civ., S.U., sent. n. 115/2001, n. 1997/2003, n.  29913/2018.

[7] Art. 7 L.F.

[8] Art. 15 L.F.

[9] Art. 10 L.F.

[10] Art. 11 L.F.

[11] Art. 12 L.F.


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