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Omicidio di Giulio Regeni – I grandi processi d’Italia

9 Gennaio 2022 | Autore:
Omicidio di Giulio Regeni – I grandi processi d’Italia

Chi ha rapito, torturato e ucciso in Egitto il giovane studente italiano e perché non si riesce a processare gli imputati?

Nel 2016, uno studente italiano di 25 anni, Giulio Regeni, venne rapito in Egitto. Fu ritrovato morto un mese dopo. Il corpo era massacrato, con visibili segni di tortura. Senza dubbio era stato ucciso, ma da chi? Le indagini hanno individuato quattro responsabili dell’omicidio: sono tutti agenti dei servizi segreti egiziani. Lo avevano ritenuto un sovversivo, una spia, mentre in realtà il giovane si trovava in Egitto semplicemente per svolgere i suoi studi: era un dottorando iscritto all’università di Cambridge e stava compiendo una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani.

Le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni

L’autopsia eseguita sul cadavere evidenziò i segni di un violento pestaggio su tutto il corpo, compiuto con calci, pugni e bastoni. C’erano numerose fratture, bruciature di sigarette e coltellate, inferte con un’arma da taglio, come un rasoio o un punteruolo. Il colpo mortale era stato inferto alla nuca.

Le autorità egiziane dichiararono che Giulio Regeni era stato vittima di un incidente stradale: una clamorosa bugia, perché le ferite erano incompatibili con quell’incidente e non c’era nessuna traccia di un investimento o di uno scontro con un veicolo. La «piena collaborazione» garantita agli inquirenti italiani fu presto smentita da una sorda opposizione alle indagini: ai nostri investigatori fu negato di interrogare i testimoni, di acquisire le videoriprese del luogo in cui Regeni era stato visto vivo per l’ultima volta e di esaminare i tabulati telefonici.

In seguito, a distanza di mesi, gli egiziani ammisero che il giovane era stato sorvegliato dalla loro polizia e che l’uccisione era dovuta a tortura, ma continuarono a negare ogni legame tra questi due eventi, e tentarono di spiegare l’evento con un sequestro di persona compiuto da una ignota banda criminale.

Il processo per l’omicidio Giulio Regeni

Nel maggio 2021, la Procura della Repubblica di Roma, che aveva compiuto autonome indagini nonostante l’opposizione degli egiziani, ha rinviato a giudizio quattro alti ufficiali del servizio segreto interno dell’Egitto, incriminandoli per sequestro di persona e omicidio. Il movente, secondo i pubblici ministeri, consisteva nella supposizione che Regeni stesse agendo per fomentare una rivoluzione: era stato erroneamente classificato come oppositore del regime. Non fu formulata un’imputazione per il reato di tortura, in quanto questo delitto è stato introdotto nel nostro ordinamento [1] solo nel 2017, dopo la morte di Giulio Regeni.

Ma gli imputati si sono resi irreperibili e non è stato possibile notificargli direttamente gli atti del processo instaurato a loro carico, come l’avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso a dicembre 2020 e la successiva richiesta di rinvio a giudizio. Le autorità egiziane non hanno mai voluto fornire i loro indirizzi o altri recapiti, non hanno raccolto la loro elezione di domicilio e non hanno neppure consentito che fossero interrogati dagli inquirenti italiani. Sono state inutili le rogatorie internazionali e le proteste del nostro ministero degli Esteri.

Annullamento del processo Regeni: perché?

A ottobre del 2021, il processo per la morte di Giulio Regeni è stato annullato o, più precisamente, è regredito alla fase delle indagini preliminari. Come è stato possibile? La risposta è semplice: mancava la prova delle notifiche ai quattro imputati. E si tratta di un elemento indispensabile.

C’è un principio di fondo, presente in tutti gli ordinamenti moderni e liberali e sancito anche dal nostro Codice di procedura penale: ogni imputato ha diritto di partecipare al processo che lo riguarda e di essere fisicamente presente, se vuole. L’essenziale è che venga avvisato del processo che si svolgerà nei suoi confronti: per questo motivo bisogna sempre notificargli un atto formale che gli dice di cosa è accusato e quando ci sarà l’udienza, dandogli anche un termine per preparare la sua difesa. Solo se l’imputato non intende presenziare, o se si sottrae volontariamente alle notifiche e alle ricerche, il processo potrà tenersi in sua assenza (in tali casi, l’imputato viene rappresentato dal suo difensore).

Così, quando i giudici della Corte d’Assise di Roma si sono accorti che mancavano gli avvisi di rito notificati ai quattro imputati egiziani – che, ovviamente, non erano presenti in aula – hanno ritenuto probabile che non avessero avuto conoscenza del processo e, quindi, lo hanno interrotto e lo hanno fatto regredire alla fase precedente; tecnicamente, hanno annullato il decreto che disponeva il giudizio, emesso dal Gup, e restituito gli atti al loro collega dell’udienza preliminare.

Secondo la Procura, invece, la conoscenza dell’imputazione poteva desumersi dalla grande eco mediatica che il processo aveva avuto anche in Egitto: il processo Regeni doveva ritenersi un fatto noto a tutti e specialmente agli imputati, che erano stati ascoltati su quei fatti dalla magistratura egiziana. Ma i giudici romani non l’hanno pensata così, e a stretto rigore hanno ragione: la norma processuale [3] prevede che deve risultare «con certezza» che l’imputato sia a conoscenza del processo o che vi sia «volontariamente sottratto». La prossima udienza è fissata al 7 dicembre 2021.

Ora, il processo deve ricominciare da capo, fermi restando gli atti di indagine già compiuti, che restano validi. Come abbiamo detto, finora l’Egitto non ha mai voluto fornire gli indirizzi dei suoi quattro agenti e così non è stato possibile inviargli la notifica del processo. I loro nomi e cognomi, però, erano stati ampiamente diffusi da tutti i media internazionali. Va ricordato che la famiglia del giovane ucciso ha avviato, con l’aiuto dell’associazione Amnesty International, una grande campagna di informazione, intitolata «Verità per Giulio Regeni», che ha ottenuto la partecipazione di Enti, Università, personaggi di spicco e cittadini comuni in molte iniziative, manifestazioni ed eventi svolti in numerose città italiane.

In ogni caso, il reato di omicidio non si prescrive e le ricerche dei quattro “007” egiziani partiranno con sollecitudine: l’Italia si è impegnata a farlo, anche per dare risposta a una famiglia che attende giustizia per il loro figlio assassinato.


note

[1] Art. 613 bis Cod. pen., introdotto dalla L. n. 110/2017.

[2] Art. 420 bis Cod. proc. pen.

Fonte immagine: amnesty.it


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