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Si può registrare una conversazione con il datore di lavoro?

3 Novembre 2021 | Autore:
Si può registrare una conversazione con il datore di lavoro?

A quali condizioni è consentito carpire un dialogo con il capo a sua insaputa e di nascosto? Cosa si può fare con la registrazione acquisita?

Molti lavoratori dipendenti che si trovano in situazioni conflittuali con il loro capo si chiedono se si può registrare una conversazione con il datore di lavoro. La risposta è arrivata in una nuova sentenza della Corte di Cassazione [1] ed è affermativa: la necessità di tutelarsi da un possibile addebito disciplinare prevale sul diritto alla riservatezza.

Così la Suprema Corte ha annullato un licenziamento disciplinare intimato al dipendente per violazione della privacy: il lavoratore si era legittimamente precostituito un mezzo di prova. Anche se c’erano testimoni presenti al colloquio, ha voluto premunirsi per stare più sicuro. Aveva registrato il dialogo per utilizzarlo contro il licenziamento, che aveva previsto in quanto si era opposto a frequentare un corso di formazione a notevole distanza dalla sede e senza aver ricevuto un congruo preavviso (e il capo nel colloquio privato aveva ammesso questa circostanza).

La vicenda, però, presenta delle peculiarità che occorre tener presenti per evitare che la possibilità di registrare una conversazione con il datore di lavoro diventi indiscriminata e lesiva dei suoi diritti, o anche di quelli dei colleghi e dei superiori incaricati della direzione dei dipendenti. Secondo i giudici di piazza Cavour, registrare si può, ma solo se e quando è necessario farlo per difendere un proprio diritto da far valere in sede giudiziaria. A quel punto, la riservatezza della controparte deve cedere di fronte a questa primaria esigenza di tutela.

Si può registrare una conversazione di nascosto?

La registrazione di una conversazione all’insaputa della persona con cui si sta dialogando in qualsiasi forma (in presenza diretta, per telefono o in via telematica) è consentita senza bisogno di informare l’interessato e di dover richiedere la sua autorizzazione.

È vietata, invece, la divulgazione non autorizzata dei contenuti così acquisiti, ad esempio la diffusione della registrazione che avviene quando si fa ascoltare ad altri il colloquio al quale essi non avevano partecipato oppure quando il file viene inoltrato su WhatsApp o pubblicato su social network e siti Internet. Ciò violerebbe in modo grave la privacy dell’interlocutore e lo legittimerebbe ad ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza della diffusione illecita.

Le condizioni che rendono legittima la registrazione di un colloquio di nascosto sono:

  • la presenza costante di chi registra la conversazione (ad esempio, non si può lasciare un registratore acceso e poi andare via per ascoltare ciò che gli altri partecipanti dicono in sua assenza);
  • il luogo dove avviene la registrazione non può essere la privata dimora del soggetto interessato, altrimenti si configurerebbe il reato di interferenze illecite nella vita privata [2]. Al luogo di privata dimora è equiparato lo studio professionale (leggi: “Si può registrare di nascosto l’avvocato?“).

Si può registrare un dialogo sul luogo di lavoro?

La Corte di Cassazione ha affermato in varie occasioni [3] che la registrazione di conversazioni di un lavoratore con i suoi colleghi o superiori, compiuta di nascosto e senza il consenso degli interessati, configura una grave violazione del diritto alla riservatezza personale e legittima il licenziamento disciplinare per giusta causa, in quanto fa venire meno il rapporto di fiducia che deve legare il dipendente all’azienda.

Il Codice privacy [4], però, consente di registrare una conversazione tra presenti anche senza il consenso dell’interlocutore quando il trattamento dei dati così acquisiti è necessario per far valere o difendere un diritto. In tal caso, è necessario che i dati siano trattati «esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario» ad esercitare il proprio diritto in sede giudiziaria [5].

Si può registrare di nascosto un colloquio con il datore di lavoro?

Tutti i principi che ti abbiamo esposto vengono in rilievo per rispondere al quesito sulla possibilità per un dipendente di registrare di nascosto un colloquio con il suo datore di lavoro: è legittimo farlo se l’autore della registrazione ha preso parte alla conversazione per tutto il suo svolgimento e a condizione che il contenuto del dialogo venga utilizzato in un processo (civile o penale), «con la specifica finalità di precostituire una prova da far valere in giudizio» [6]. In tali casi, la registrazione è lecita perché serve ad esercitare un proprio diritto in sede giudiziaria, anche contro il datore di lavoro stesso. Ad esempio, è consentito registrare il capo che minaccia.

Ecco perché la nuova sentenza della Suprema Corte [1] che ti abbiamo anticipato all’inizio ha potuto affermare che «l’utilizzo a fini difensivi di registrazioni di colloqui tra il dipendente e i colleghi sul luogo di lavoro non necessita del consenso dei presenti, in ragione dell’imprescindibile necessità di bilanciare le contrapposte istanze della riservatezza da una parte e della tutela giurisdizionale del diritto dall’altra».

Si può licenziare il dipendente che registra il capo a sua insaputa?

La registrazione di un colloquio fatta all’insaputa del datore di lavoro e utilizzata in seguito per far valere un diritto del lavoratore è legittima e non può comportare il licenziamento o altre sanzioni disciplinari: la Suprema Corte ha precisato, ripercorrendo una precedente pronuncia analoga [7], che vi è «inidoneità all’integrazione di un illecito disciplinare della condotta del lavoratore che abbia effettuato tali registrazioni per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, rispondendo la stessa, se pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalità, alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto», che ha efficacia scriminante delle condotte potenzialmente illecite [8].

In questi casi, l’esercizio del diritto di difesa può essere anticipato alla fase pre-processuale, «estendendosi a tutte le attività dirette ad acquisire mezzi di prova utilizzabili, ancor prima che la controversia sia formalmente instaurata mediante citazione o ricorso». Nella vicenda esaminata il Collegio rileva che appunto «la mancata partecipazione al corso senza nessun preavviso e senza nessuna giustificazione o autorizzazione a non parteciparvi ben poteva comportare una contestazione disciplinare». Allora il lavoratore, per tutelare anticipatamente e in modo efficace i suoi diritti, «aveva necessità di poter documentare il contenuto del colloquio» nel processo instaurato contro il suo datore di lavoro.


note

[1] Cass. sent. n. 31204 del 02.11.2021.

[2] Art. 615 bis Cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 26143/2013, n. 16629/2016, n. 11999/2018.

[4] Art. 24 D.Lgs. n.196/2003, modif. dal D.Lgs. n. 101/2018.

[5] Cass. sent. n. 21612/2013.

[6] Cass. sent. n.12347/2021.

[7] Cass. Sent. n. 11322/2018.

[8] Art. 51 Cod. pen. e Cass. sent. n. 27424/2014.


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