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Lavoro in nero dell’ex: come influisce sul mantenimento

5 Novembre 2021
Lavoro in nero dell’ex: come influisce sul mantenimento

Il lavoro non dichiarato influisce sull’ammontare degli alimenti solo se il coniuge richiedente non è in grado di mantenersi. 

Non sempre, nell’ambito di una causa di separazione o divorzio, la battaglia per far accertare il lavoro in nero dell’ex può determinare un vantaggio nella quantificazione dell’assegno di mantenimento. Questo perché la presenza di ulteriori redditi non dichiarati, in capo al coniuge obbligato a versare gli alimenti, può rilevare solo nella misura in cui il beneficiario non possa mantenersi da solo e ciò non dipenda da una sua colpa.

Proprio di recente, la Cassazione [1] ha risposto alla seguente domanda: come influisce il lavoro in nero dell’ex sul mantenimento? Cerchiamo di fare il punto della situazione partendo da ciò che ha stabilito, di recente, la giurisprudenza in tema di alimenti al coniuge più povero.

Come tutti già sapranno, tra il 2017 e il 2018 due importanti pronunce della Suprema Corte hanno riformato le regole sull’assegno divorzile. In questa occasione si è stabilito che il mantenimento serve solo a garantire l’autosufficienza economica a chi, per ragioni estranee al proprio volere, non ha le disponibilità necessarie a condurre un’esistenza dignitosa. Tipica è la situazione della donna che ha rinunciato al lavoro per badare alla casa e ai figli, consentendo così al marito di fare carriera e arricchirsi ma, dall’altro lato, perdendo ogni legame con il mondo del lavoro. È anche il caso della moglie che, per via di una grave invalidità, è priva di capacità lavorativa ed è impossibilitata a trovare un impiego. Senza poi dimenticare le ipotesi in cui, nonostante la prova di una spasmodica ricerca del lavoro, la donna sia ugualmente rimasta precaria o disoccupata a causa della crisi del mercato occupazionale. Ebbene, in tali casi, l’ex moglie ha diritto al mantenimento. Ma laddove la stessa sia ancora giovane, formata, con una esperienza lavorativa o comunque dotata di una professionalità spendibile sul mercato del lavoro, è suo compito rimboccarsi le maniche e trovare un’occupazione che possa renderla indipendente. Sicché, in queste altre occasioni, la richiesta di assegno divorzile viene puntualmente rigettata.

Il mantenimento viene poi negato tutte le volte in cui il coniuge richiedente dispone già di una propria entrata che, seppur non paragonabile a quelle dell’ex, gli consente di mantenersi da solo. O quando ha un patrimonio immobiliare o mobiliare che gli garantisce le spalle coperte. Emblematica è la situazione della donna con un lavoro di insegnante o titolare di più immobili messi a reddito e da cui ricava i canoni di locazione. Ebbene, in tali ipotesi, ossia in assenza di una sostanziale disparità reddituale tra le parti o quando il richiedente ha già una propria autonomia economica, la ricerca di ulteriori redditi non dichiarati, in capo al coniuge obbligato, è del tutto inutile. La scoperta infatti di uno stipendio in nero non avrà alcun effetto sull’assegno di mantenimento. Ciò che conta è che la donna sia autosufficiente e che la differenza, sul piano economico, sia poca.

È appunto questo il chiarimento della Cassazione che ricorda: non è la forte disparità di disponibilità economiche tra i due coniugi a giustificare la condanna al versamento dell’assegno di mantenimento ma l’incapacità, da parte della parte più debole, di mantenersi da sola. Se chi chiede gli alimenti ha già di che vivere in modo dignitoso non sarà l’accertamento di redditi in nero dell’ex ad aumentare l’importo degli alimenti. Ecco allora che ben sarà possibile un assegno mensile di poche centinaia di euro pur a fronte di un elevato reddito da parte dell’altro coniuge.

In ogni caso, l’accertamento di redditi in nero può essere condotto sia attraverso le indagini della polizia tributaria, delegate dal giudice su richiesta del coniuge nel corso del giudizio di separazione o divorzio; sia attraverso una valutazione analitica, operata direttamente dal giudice stesso, sul tenore di vita del soggetto in questione. In tal caso, rileverà ad esempio il possesso di beni di lusso, come una casa spaziosa o un’auto di grossa cilindrata, beni questi che denotano un potere di acquisto elevato e una capacità economica di sopportare i costi fissi di gestione (assicurazione, manutenzione, imposizione fiscale, utenze e così via).


note

[1] Cass. ord. n. 31836/21 del 4.11.2021.


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