Diritto e Fisco | Editoriale

La lettera (illegittima) della Rai che continua a chiedere il pagamento per PC e tablet

29 Giugno 2014
La lettera (illegittima) della Rai che continua a chiedere il pagamento per PC e tablet

La televisione di Stato non ha smesso di inviare lettere minatorie per la richiesta di pagamento dell’imposta-canone TV anche in caso di possesso di apparecchi connessi a internet. Che, in realtà, non è dovuta.

 

Ancora una volta la Rai ci tenta: la bomba era scoppiata nel 2012, quando la televisione di Stato aveva iniziato a inviare, a tutti i contribuenti, una lettera in cui li invitava a pagare il canone non solo per la detenzione di televisioni, ma anche per PC, tablet, smartphone o per qualsiasi altro dispositivo connesso a internet e, quindi, potenzialmente capace di ricevere le “radioaudizioni” (ne avevamo parlato in “Canone su PC, smartphone e tablet: la Rai non smentisce” e in “Canone: la Rai ne pretende il pagamento anche per l’uso dei PC”).

Oggi, stando al comunicato diffuso dall’Associazione di tutela dei consumatori Aduc, diverse imprese e professionisti stanno ricevendo la medesima (illegittima) pretesa da parte della Rai. Insomma, quella che prima era una richiesta rivolta solo alle famiglie, ora viene estesa anche ai titolari di Partita Iva.

In verità, checché ne dica “mamma-Rai”, già due anni fa il Governo era intervenuto a chiarire la vicenda e a specificare che il canone non è dovuto su ogni hardware connesso a internet (se così fosse, nessuna famiglia in grado di leggere questo articolo sarebbe andata esente dal pagamento del canone), bensì solo per gli apparecchi atti a ricevere il segnale digitale (apparecchi TV con decoder digitale).

Ma la cosa più assurda sta nel modo in cui viene “interpretata” – ovviamente a favore dello Stato – la legge del 1938. Quei professionisti e ditte il cui domicilio o sede coincide con la residenza vengono costrette a pagare, per il televisore presente nel salotto,  ben due volte il canone: una prima per uso privato (quello, cioè, ordinario) e una seconda per uso speciale (quello cioè legato alla partita Iva). E ciò anche se la TV in soggiorno è utilizzata unicamente per scopi familiari.

L’unico modo per evitare una doppia – e iniqua – tassazione è dimostrare che l’abitazione e l’ufficio sono funzionalmente e strutturalmente separati.

Per come è evidente, si tratta di una palese ingiustizia in tutti quei casi – la stragrande maggioranza – in cui la televisione non viene impiegata per la propria attività lavorativa (ditta o professione). Un’ingiustizia che si aggiunge a tutte le altre incongruenze legate a questo tributo ormai primitivo e sperequativo. Basti pensare che il pagamento non è legato al principio di capacità contributiva, ma è fisso per tutti: sia che la TV si trovi in un salotto di un castello, che in una casa con una sola stanza.


note

Autore immagine: 123rf com


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