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Quando il contratto può essere annullato per dolo

5 Novembre 2021
Quando il contratto può essere annullato per dolo

Malafede: l’annullamento del contratto o il risarcimento in caso di frode, inganni, menzogne. 

Il dolo è una delle cause di annullamento del contratto da far valere entro massimo 5 anni da quando è stato scoperto il raggiro. In questo modo, chi è stato indotto a stipulare un contratto che, diversamente, non avrebbe mai accettato può liberarsi dall’impegno assunto e, se ha già pagato, può ottenere la restituzione dei soldi versati. La Cassazione ha più volte spiegato quando il contratto può essere annullato per dolo: si tratta di chiarimenti essenziali perché non qualsiasi tipo di azione sulla sfera di volontà del contraente può rientrare nel dolo. Facciamo dunque il punto della situazione.

Cos’è il dolo?

Volendo tradurre la parola «dolo» con una di uso comune potremmo dire che il dolo è la malafede, la volontà di conseguire un vantaggio ingannando la controparte e procurando a quest’ultima un danno. Il semplice fatto di avere un utile da un contratto non è motivo di annullamento del contratto se, ad esso, si unisce anche l’utile dell’altro contraente.  

Non c’è una condotta tipica del dolo: esso consiste in qualsiasi forma di inganno, raggiro, artificio o anche nella semplice menzogna, impiegata per indurre un soggetto ad accettare una proposta contrattuale. L’inganno può essere quindi realizzato con ogni tipo di comportamento, dal più complesso al più semplice.

Anche il silenzio e la reticenza maliziosa possono integrare il dolo (cosiddetto dolo omissivo): tuttavia, questi non bastano da soli ad integrare il dolo, occorre infatti che siano nascosti fatti o circostanze decisive e che alla reticenza si accompagni una condotta astuta e maliziosa volta a realizzare o a nascondere l’inganno. Il semplice fatto di tacere che su un immobile c’è un abuso non è un dolo; invece, murare la porta affinché l’acquirente, in sede di prima visita, non se ne accorga è dolo.

Il dolo può essere compiuto anche da un terzo, su delega della parte contrattuale. Anche in questo caso è possibile chiedere l’annullamento del contratto.

Forme di dolo

Il dolo può essere di due forme. Il più grave è il cosiddetto dolo determinante, quello cioè senza il quale il contratto non sarebbe stato concluso. Esso consente di chiedere l’annullamento del contratto e il risarcimento del danno.

I raggiri usati devono essere tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto sicché il contratto stesso non sarebbe mai stato concluso se si fosse stati a conoscenza della frode.  

Se invece, pur in assenza di dolo il contraente che ne è vittima avrebbe ugualmente stipulato l’accordo, non è possibile chiedere l’annullamento del contratto. 

La seconda forma di dolo è il dolo incidente. Si verifica quando non è stato determinante del consenso, ma ha comunque inciso sul contenuto del contratto. In pratica deve risultare che la parte, se non fosse stata ingannata, avrebbe comunque concluso il contratto, ma a condizioni diverse, più vantaggiose, di quanto non abbia fatto proprio a causa dell’inganno. Si pensi al caso di una persona che venda una villa a un prezzo vantaggioso tacendo però un piccolo abuso edilizio in soffitta. Siamo in presenza di dolo; tuttavia, incidendo esso in minima parte sull’economia del contratto, è verosimile pensare che l’acquirente avrebbe ugualmente acquistato l’immobile pur venendo a conoscenza dell’irregolarità urbanistica.

Se nel caso di dolo determinante la parte può ottenere l’annullamento del contratto, con il dolo incidente la parte ingannata può ottenere dalla controparte solo il risarcimento del danno subìto. Tale risarcimento comprende il minor vantaggio o il maggior aggravio economico conseguente alla diversa determinazione del contratto per effetto dell’intervento doloso, salvo la dimostrazione del maggiore danno.

Elementi del dolo

Elementi essenziali per chiedere l’annullamento del contratto per dolo sono quindi:

  • le menzogne, gli inganni, le reticenze e gli artifici di una parte;
  • l’incidenza del dolo sulla volontà della parte o sul contenuto del contratto: senza di esso, cioè, il contratto non sarebbe stato concluso (dolo determinante) o sarebbe stato concluso a condizioni differenti (dolo incidente);
  • il danno per l’altra parte.

La prova

Il contratto può essere annullato per dolo solo se la vittima prova il raggiro che ha indotto il contraente a firmare. Insomma, non basta un’influenza psicologica sul contraente ma servono artifici o menzogne tali da riuscire a smuovere il consenso della controparte [1].

L’azione per ottenere l’annullamento del contratto o il risarcimento si prescrive dopo 5 anni dalla scoperta del dolo.

Il dolus bonus

Il dolo deve essere in grado di incidere sul processo decisionale di una persona di media diligenza. Per questo non è causa di annullamento del contratto il cosiddetto dolus bonus, costituito dalle semplici vanterie che fa un venditore al fine di convincere il cliente, millantando qualità esagerate della propria merce o servizi. Si tratta di un comportamento prevedibile, che chiunque è in grado di prevedere e riconoscere, tale quindi da non trarre in errore. Si pensi al negoziante che affermi che la sua merce è la migliore in città. Il dolus bonus ricorre frequentemente nella pubblicità commerciale dove le esaltazioni di un prodotto ormai non sono più ritenute idonee a trarre in inganno il cliente medio.

Come difendersi in caso di dolo?

La parte contraente vittima di dolo può agire in giudizio solo se il dolo è stato contrattualmente rilevante e chiedere:

  • l’annullamento del contratto e il risarcimento dei danni subiti in caso di dolo determinante;
  • il solo risarcimento dei danni se è stata vittima di un dolo incidente.

note

[1] Cass. ord. n. 31731/21.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI – 2, ord., 4 novembre 2021, n. 31731

Presidente Orilia – Relatore Giannaccari

Fatti di causa

Il giudizio trae origine dalla domanda proposta da C.F. nei confronti della figlia C.E. con cui chiese dichiararsi l’intervenuta cessione della quota di 1/2 di un immobile al prezzo di Euro 117.375,00 già versato, sulla base di una scrittura privata di trasferimento del 2.7.2009 da formalizzare in un secondo momento innanzi ad un notaio scelto dal compratore. C.E. chiese accertarsi la falsità della firma e, in subordine chiese dichiararsi l’annullamento del contratto perché viziato da dolo. Il Tribunale accolse la domanda ex art. 2932 c.c. in quanto la convenuta non aveva proposto querela di falso e, per quel che ancora rileva in sede di legittimità, perché non aveva fornito la prova degli artifici e raggiri utilizzati da padre per indurla alla sottoscrizione dell’atto. La Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 28.1.2020, riformando la sentenza di primo grado rigettò la domanda. La Corte di merito fondò la decisione sulle dichiarazioni dei testimoni, i quali avevano riferito dello stupore della Coscia alla richiesta del padre di stipulazione dell’atto di vendita; valorizzò la circostanza che la convenuta non aveva mai percepito la rilevante somma costituente il corrispettivo dell’atto di compravendita, che sarebbe stata versata in contanti. Sulla base di tali argomentazioni, la Corte distrettuale annullò il contratto, ai sensi dell’art. 1439 c.c., perché la convenuta era stata indotta dolosamente in errore dal padre che aveva interesse ad assicurarsi la proprietà dell’immobile. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso C.F. sulla base di due motivi. C.E. ha resistito con controricorso. Il relatore ha formulato proposta, ex art. 380-bis c.p.c., di manifesta fondatezza del ricorso.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso di deduce “l’errore in giudicando per erronea valutazione delle risultanze probatorie, errore di valutazione delle stesse prove testimoniali ed incidenza causale del difetto di motivazione, in quanto insufficiente o contraddittoria per omesso esame di un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti” per avere la corte di merito considerato attendibili i testimoni, che avrebbero riferito circostanze de relato actoris sulla reazione della Coscia in seguito alla richiesta del padre di trasferimento della proprietà e su circostanze irrilevanti come la stipulazione del contratto preliminare il giorno successivo al suo diciottesimo compleanno. Con il secondo motivo di ricorso si censura l’erronea applicazione dell’art. 2721 c,c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 2702 c.c. e 1340 c.c., per carenza ed illogicità della motivazione in relazione all’art. 116 c.p.c., per avere la corte di merito dato rilievo a dichiarazioni testimoniali indirette ed inattendibili dalle quali non sarebbe emersa la prova del raggiro come fattore decisivo e determinante della volontà negoziale. Il ricorrente, deducendo altresì la violazione dell’art. 1439 c.c., richiama l’orientamento di questa Corte, secondo cui il dolo, quale vizio del consenso deve incidere sul momento della formazione del contratto tale da indurre ad una falsa rappresentazione della realtà. Il secondo motivo è fondato sotto il profilo della violazione di legge. A norma dell’art. 1439 c.c., il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati siano stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto, ossia quando, determinando la volontà del contraente, abbiano ingenerato nel “deceptus” una rappresentazione alterata della realtà, provocando nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ai sensi dell’art. 1429 c.c. Ne consegue che a produrre l’annullamento del contratto non è sufficiente una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente, ma sono necessari artifici o raggiri, o anche semplici menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte e, quindi, sul consenso di quest’ultima (Cassazione civile sez. III, 23/06/2015, n. 12892; Cass. Civ., sez. 03, del 25/05/2006, n. 12424). L’effetto invalidante dell’errore frutto di dolo è subordinato alla circostanza, della cui prova è onerata la parte che lo deduce, che la volontà negoziale sia stata manifestata in presenza od in costanza di questa falsa rappresentazione. Compete al giudice del merito accertare, sulla base delle risultanze probatorie, se la fattispecie concreta integri un’ipotesi di dolo determinante e tale valutazione è sindacabile in sede di legittimità solo per vizio di motivazione, nei limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cassazione civile sez. II, 27/02/2019, n. 5734). La Corte d’appello non si è conformata ai principi di diritto affermati da questa Corte, in quanto non ha accertato l’esistenza di artifizi e raggiri con riferimento al momento di formazione del contratto sì da indurre ad una falsa rappresentazione della realtà. Le dichiarazioni rese dai testimoni, pur trattandosi di testimonianza de relato actioris con valore probatorio fortemente attenuato, sono un elemento di cui il giudice può tener conto ai fini della decisione nel contesto delle altre risultanze di causa (Cass. 18352/2013; Cass. 11733/2013; Cass. 11844/2006; Cass. 8358/2007). Tuttavia, i testimoni non hanno riferito di raggiri da parte del ricorrente ma unicamente dello stupore della convenuta di fronte alla richiesta del padre di stipulare l’atto definitivo di trasferimento della proprietà, circostanza che non è riferibile al momento genetico del contratto. La circostanza che dall’atto di vendita risultasse che l’ingente somma ricevuta dalla convenuta fosse stata versata in contanti, che l’atto fosse stato concluso appena la convenuta aveva raggiunto la maggiore età, che vi fosse uno stretto rapporto familiare tra le parti che la Coscia non avesse la disponibilità di tale somma – circostanza sulla quale la testimonianza è diretta e non de relato actoris – non è univocamente idonea a dimostrare l’esistenza di artifici e raggiri che abbiano viziato la volontà del contraente, inducendolo alla stipulazione del contratto potendo integrare, in assenza di ulteriori elementi, un negozio fiduciario o simulato. La corte, in definitiva, non ha accertato il vizio nella formazione della volontà idoneo ad ingenerare nel “deceptus” una rappresentazione alterata della realtà, provocando nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ai sensi dell’art. 1429 c.c.. La corte di merito non ha, in definitiva, accertato l’esistenza di artifizi e raggiri posti in essere dal padre per indurre la figlia a sottoscrivere il contratto e la loro efficienza causale sulla determinazione volitiva e, quindi, sul consenso di quest’ultima. La sentenza va, pertanto cassata in relazione aP motivgaccoltig con rinvio innanzi alla Corte d’appello di Perugia in diversa composizione, che si atterrà al seguente principio di diritto: “Il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati siano stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto, ossia quando, determinando la volontà del contraente, abbiano ingenerato nel “deceptus” una rappresentazione alterata della realtà. Non è sufficiente una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente, ma sono necessari artifici o raggiri, o anche semplici menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte e, quindi, sul consenso di quest’ultima”. Resta logicamente assorbito l’esame delle altre censure. Il giudice del rinvio provvederà alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione, dichiara assorbiti le restanti censure, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Perugia in diversa composizione.


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