Diritto e Fisco | Articoli

Molestie telefoniche: quando sono reato?

5 Novembre 2021 | Autore:
Molestie telefoniche: quando sono reato?

Secondo la Cassazione, non serve un fiume di chiamate al giorno: basta anche la sola anteprima sul display di un messaggio via WhatsApp.

Conta il fatto e non il modo in cui lo si compie. Si potrebbe riassumere così la risposta alla domanda sulle molestie telefoniche. Quando sono reato? Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] spiega in modo inequivocabile come, per essere accusati di questo reato, basti davvero poco.

Si potrebbe facilmente identificare la molestia telefonica solo con il continuo squillare del cellulare o con le decine di messaggi di testo che si è costretti a leggere durante il giorno. Tuttavia, per la Suprema Corte non c’è bisogno di arrivare a tanto: è sufficiente l’anteprima di WhatsApp sul display per creare fastidio al destinatario. In altre parole: conta il gesto di inondare una persona di messaggi, indipendentemente dal fatto che vengano letti o meno. Vediamo, a questo punto, quando sono reato le molestie telefoniche.

Cosa sono le molestie telefoniche?

Il Codice penale [2] punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro «chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo». Ecco, c’è quella parola, «petulanza», che merita di essere chiarita.

Per petulanza si intende ogni comportamento di arrogante invadenza e di intromissione continua ed inopportuna nella sfera di libertà degli altri. Può essere petulante chi continua a telefonare o ad inviare messaggi con tutta la buona intenzione di sapere come sta una persona cara che attraversa un momento difficile. E lo può essere anche chi recapita decine di messaggi al giorno per convincere il destinatario a uscire insieme.

Nel caso specifico delle molestie telefoniche, dunque, vengono ritenute tali le condotte che, appunto con invadenza e insistenza e per un riprovevole motivo, creano disturbo ad una persona. Va da sé che quella pioggia di messaggi o di telefonate deve essere sgradita da chi la riceve. Difficile pensare che una mamma commetta reato di molestie telefoniche quando chiama o messaggia tutti i giorni la figlia per sapere come sta il nipotino, come vanno le cose o per raccontarle la sua giornata. Come non lo commetterebbe nemmeno il collega di lavoro se si fa sentire spesso e la destinataria non vede l’ora che continui a chiamarla o a mostrare interesse nei suoi confronti. Insomma, se non c’è il disturbo, se chiamate o messaggi non sono sgraditi, non c’è nemmeno la molestia e, pertanto, non c’è il reato.

Molestie telefoniche: come possono essere fatte?

Il punto è capire, quindi, come si può arrivare a commettere il reato di molestie telefoniche. Ed è qui che la Cassazione fa chiarezza con la sua recente sentenza.

Secondo la Suprema Corte, il reato scatta per il semplice fatto di fare quelle telefonate fastidiose o di inviare i messaggi non graditi.

Il fastidio può essere creato sia sul telefono fisso che sul cellulare. Nel primo caso, liberarsene può rappresentare un vero problema: bisognerebbe staccare la linea telefonica per non ricevere più delle chiamate. Nel secondo caso, sarebbe più semplice: basterebbe bloccare il numero in entrata sia per le telefonate sia su WhatsApp.

Tuttavia, sostiene la Cassazione, poco importa ai fini del reato di molestie telefoniche che il destinatario abbia questa possibilità: conta l’invasività del mezzo impiegato e non la facoltà di prevenire il ripetersi del disturbo escludendo l’utenza fastidiosa dal proprio cellulare.

La Suprema Corte ribadisce che la molestia in sé è il risultato dell’interferenza che altera in modo insopportabile lo stato psichico di una persona. Non solo perché sgradita ma anche perché assillante e ispirata da un motivo riprovevole. Quel «biasimevole motivo» a cui si riferisce il Codice penale.

Partendo da questo principio, gli Ermellini attribuiscono rilievo penale al mezzo telefonico quando esso si dimostra in grado di invadere la vita altrui in modo inevitabile, al punto di costringere il destinatario ad agire per evitare ogni contatto con il molestatore. Il che, come detto, è possibile solo disattivando la linea nel caso del telefono fisso o bloccando il numero in entrata sul cellulare.

In tale contesto, la Cassazione ritiene che si possa commettere il reato di molestie telefoniche non solo con delle chiamate sgradite e assillanti ma anche con dei messaggi inviati via sms o attraverso Messenger o WhatsApp, in quanto il destinatario è avvisato da un segnale acustico oppure da un’anteprima che appare sul display del cellulare. Basta, secondo i giudici di legittimità, quella semplice notifica, ancor prima di aprire il messaggio per sapere chi lo ha inviato, a creare turbamento nel destinatario, se sa di essere assillato da una determinata persona.

Se ne deduce, quindi, che quando si parla di molestie «con mezzo del telefono» ci si riferisce anche a quelle causate da qualsiasi tipo di comunicazione che avviene sul cellulare in modo sincrono, cioè presupponendo un’immediata interazione tra mittente e destinatario.

Diverso il discorso della posta elettronica: in questo caso, la ricezione di un’e-mail non presuppone, come nel caso delle chiamate o dei messaggi sul cellulare, un’immediata interazione tra mittente e destinatario: quest’ultimo viene a conoscenza del messaggio solo quando entra nella sua posta elettronica, il che può avvenire ogni giorno come anche una volta alla settimana.

Ci sarebbe da dire, però, che sempre più spesso la posta elettronica viene letta dallo smartphone e che anche l’arrivo di un messaggio via e-mail può essere segnalato da una notifica acustica o visiva. Il che potrebbe creare nel destinatario lo stesso turbamento di un avviso ricevuto via sms, Messenger o WhatsApp.


note

[1] Cass. sent. n. 37974/2021.

[2] Art. 660 cod. pen.

Autore immagine: canva.com/


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube