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«Impugna e contesta in toto…»: che valore ha la contestazione?

5 Novembre 2021
«Impugna e contesta in toto…»: che valore ha la contestazione?

Come funziona il principio di non contestazione: al bando le formule di stile e generiche. 

Quante volte, nell’ambito di un processo civile, dinanzi alla produzione di un atto, di un documento o di una memoria avversaria, l’avvocato mette a verbale queste parole: «Impugna e contesta in toto quanto ex adverso dedotto, prodotto ed eccepito». Si tratta di formule di stile volte però ad evitare che, in forza del principio di «non contestazione», le eccezioni e le prove di controparte possano ritenersi tacitamente ammesse. Ebbene, ora la Cassazione ha emesso una sentenza [1] che incide profondamente su tale abitudine dei legali: un’abitudine frutto di cautela ma dettata anche da una certa frettolosità e dall’esigenza di poter studiare meglio le argomentazioni avversarie magari nella calma del proprio studio e al di fuori del concitato ambiente dell’udienza.

Vediamo dunque che valore ha la contestazione «impugna e contesta in toto…».

Cos’è il principio di non contestazione?

Ai sensi dell’articolo 115 del Codice di procedura civile, i fatti affermati da una parte non devono essere provati se ammessi o non specificamente contestati dall’altra parte. È il cosiddetto principio di non contestazione in forza del quale i fatti, le deduzioni e la documentazione prodotta dalla controparte acquisiscono piena efficacia probatoria. 

Il principio di non contestazione è presente all’articolo 167 del Codice di procedura civile laddove si dice che, nella comparsa di risposta, il convenuto deve proporre tutte le sue difese prendendo posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda; deve indicare le proprie generalità e il codice fiscale, i mezzi di prova di cui intende valersi e i documenti che offre in comunicazione; deve formulare le conclusioni.

L’ammissione e la non contestazione possono avvenire esplicitamente, quando cioè consistono in un vero e proprio riconoscimento esplicito delle allegazioni dell’altra parte [2], oppure implicitamente se risultano da un comportamento processuale logicamente incompatibile con il loro disconoscimento.  

Nella pratica, è opportuno che ciascuna parte contesti sempre tutte le affermazioni della controparte per evitare che anche un solo fatto affermato e non contestato sia considerato dal giudice come provato. L’ordinamento prevede ad esempio che, se nel corso del processo una parte non contesti, in tutto o in parte, la richiesta di pagamento di una somma di denaro avanzata dall’altra parte, quest’ultima possa chiedere al giudice di pronunciare un’ordinanza anticipatoria di condanna al pagamento di somme non contestate.

Come contestare le deduzioni e la documentazione avversaria?

Secondo la Suprema Corte, il convenuto che contesta i fatti affermati dall’attore (o viceversa), posti a sostegno della sua domanda, ma che lo fa affidandosi a semplici formule di stile, consente a quest’ultimo di farli passare senza provarli. Per scongiurare che scatti la “regola” della «non contestazione» servono argomenti chiari e specifici utili a confutare le circostanze sulle quali si regge la pretesa. Una posizione analitica che va presa dal convenuto nella comparsa di risposta o comunque in ogni atto o deduzione a verbale successivo alla produzione di documenti o alle contestazioni dell’avversario. 

Si pensi al caso di un avvocato che produca una documentazione fotografica. Essa rientra tra le cosiddette riproduzioni meccaniche che hanno valore documentale solo se non contestate dall’avversario; proprio a riguardo di ciò, la Cassazione ha più volte chiarito che la contestazione deve essere circostanziata e non generica, non può cioè ridursi a formule di stile ma deve indicare al giudice per quali ragioni la riproduzione non può ritenersi attendibile. Ecco quindi un’altra applicazione del principio affermato oggi dalla Corte secondo cui non sono ammesse formule di stile per contestare gli atti, le deduzioni e le produzioni di controparte. 

La Suprema Corte detta un principio di diritto anche per escludere che la contestazione del valore dei documenti allegati alla citazione possa avere lo stesso peso delle obiezioni sui fatti.


note

[1] Cass. sent. n. 31837/21.

[2] Cass. 29 aprile 2010 n. 10285, Cass. 9 giugno 1999 n. 5699, Cass. 11 settembre 1980 n. 5241


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