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Cosa si rischia con WhatsApp e Telegram?

5 Novembre 2021
Cosa si rischia con WhatsApp e Telegram?

Reati con sms, chat e condivisione di screenshot: quando si rischia il reato e il processo penale. 

Anche Whatsapp può essere fonte di guai legali. Non solo per il rischio di truffe e di phishing quando vengono condivisi link malevoli, ma anche per l’uso sconsiderato e inopportuno di frasi minacciose, messaggi offensivi e condivisioni di file scabrosi. 

Di recente, la Cassazione ha esteso il reato di molestie anche ai messaggi in chat, benché la norma si riferisca solo alle telefonate. Una importante apertura, quest’ultima, che rende qualsiasi app di messaggistica un potenziale strumento di commissione di reati.

Vediamo allora cosa si rischia con WhatsAapp e Telegram e quali sono i reati che possono essere contestati dalla Procura della Repubblica, anche nei confronti dei più giovani. Proprio a riguardo di questi ultimi è bene ricordare che la responsabilità penale – con tutte le conseguenze che essa comporta sia in termini processuali che di irrogazione delle sanzioni – scatta a partire da 14 anni. Un quattordicenne può essere denunciato e rinviato a giudizio, può essere condannato e scontare la pena. Ma non può mai essere tenuto a pagare il risarcimento del danno che, invece, compete ai genitori in quanto minorenne.

Reato di molestie telefoniche

Un uso insistente della messaggistica può implicare un’incriminazione per il reato di molestie telefoniche. L’articolo 660 del Codice penale prevede l’arresto fino a 6 mesi o l’ammenda fino a 516 euro. 

A lungo, si è discusso se tale reato potesse essere applicato anche agli sms e quindi ai messaggi in chat. Inizialmente, si era data risposta negativa sulla scorta del fatto che, a differenza delle telefonate, da cui non è possibile sottrarsi se non spegnendo il telefono, i messaggi indesiderati possono essere evitati bloccando il contatto sgradito o comunque disattivando la suoneria. Secondo questa tesi, dunque, a differenza dello squillo “tradizionale” che ha carattere invasivo, con conseguente lesione della propria libertà di comunicazione, l’sms non entra prepotentemente nella vita quotidiana e può essere agevolmente ignorato.

Con una recente sentenza [1] la Cassazione ha rivisto questo orientamento e ha esteso il reato di molestie anche all’invio di sms e messaggi su WhatsApp o Telegram. La ragione è facilmente intuibile: sono cambiati i mezzi tecnologici, sempre più invasivi, ed è mutata la nostra attenzione verso ogni forma di comunicazione. Il cellulare è sempre a portata di mano: gli sms hanno un suono di notifica e appaiono in anteprima sul display. Come non ci si può agevolmente sottrarre da una telefonata, lo stesso vale per un messaggino. Il reato quindi si configura perché il destinatario è costretto, sia dal suono d’arrivo che dalla notifica sullo schermo dello smartphone, a percepire la ricezione dell’sms persino prima di poterne individuare il mittente, con corrispondente turbamento della propria quiete.

Affinché si possa configurare il reato di molestie è necessario essere in presenza di una condotta reiterata, anche se non necessariamente per un ampio intervallo di tempo. Anche quattro o cinque messaggi, nell’arco di un giorno, possono configurare il reato di molestie.

Reato di minaccia

Quando si minaccia una persona di un male ingiusto si risponde penalmente. La minaccia scritta è chiaramente dimostrabile in processo tramite uno screenshot. Anche se il mittente dovesse cancellare il messaggio, la riproduzione della schermata fatta in un momento anteriore avrebbe ugualmente valore. In assenza di screenshot è possibile avvalersi della testimonianza di chi, presente in quel momento e avendo avuto in mano il dispositivo, abbia potuto leggere il tenore del messaggio.

Se si tratta di un messaggio audio la prova può essere costituita dalla trascrizione del messaggio stesso ad opera di un tecnico specializzato. 

La minaccia che rileva ai fini penali è solo quella che incute timore a una persona media. Il male deve essere ingiusto: non è minaccia la promessa di trascinare qualcuno in tribunale o di denunciarlo, trattandosi del normale esercizio di un diritto costituzionale (se poi mancano i presupposti, il giudice rigetta la domanda e condanna alle spese processuali).

Altresì non rileva la minaccia di un male impossibile («con un calcio ti spedisco sulla luna») o la cui realizzazione dipende da fattori esterni («mi auguro che tu muoia tra indicibili sofferenze»).

La minaccia non deve contenere una specifica menzione del fatto minacciato («ti uccido») ben potendo anche essere generica («guardati le spalle perché non immagini ciò che ti farò»).

Reato di stalking

Quando i messaggi diventano tanto inesistenti e forti da determinare, nella vittima, uno stato di ansia o di stress, o il timore di un fondato pericolo per l’incolumità propria o di un proprio caro, o il cambiamento delle proprie abitudini di vita si può configurare il reato di stalking. Lo stalking è un reato a forma libera: può cioè essere realizzato in qualunque modo purché, come detto, esso sia tale da determinare nella vittima una delle tre conseguenze appena indicate. 

Reato di revenge porn

Condividere immagini e filmati di persone nude, acquisiti – e quindi inoltrati – senza il consenso dell’interessato costituisce reato di revenge porn, di cui risponde non solo chi ha realizzato il file e per primo lo ha condiviso ma anche chi, a sua volta, lo ha successivamente girato ai propri contatti. Per non rispondere penalmente di tale condotta bisogna interrompere la catena delle condivisioni e cancellare il messaggio.

Detenzione di materiale pedopornografico

Non è reato ricevere una foto o un filmato di un minorenne nudo (a meno che il minorenne non sia stato costretto all’invio), l’illecito penale scatta invece quando il materiale viene conservato nel proprio smartphone. Il reato scatta infatti per la «detenzione» di materiale pedopornografico e non solo per la semplice ricezione dello stesso, specie se non sollecitata.

Inoltro di screenshot

Non si può inoltrare lo screenshot di una conversazione avuta con un’altra persona: la corrispondenza è riservata e tutelata finanche dalla Costituzione. La condivisione non autorizzata della schermata di una chat è lecita solo nella misura in cui non contenga riferimenti a fatti coperti da privacy (si pensi alle informazioni relative allo stato di salute di una persona o al suo orientamento sessuale) o dati personali (nome, numero di telefono, informazioni riservate).


note

[1] Cass. sent. n. 37974/2021

Autore immagine: depositphotos.com


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