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Reati su internet: si possono usare come prova le tracce lasciate sul web?

29 Giugno 2014 | Autore:
Reati su internet: si possono usare come prova le tracce lasciate sul web?

Informazioni sui social network, conversazioni via chat o email, fotografie e altre prove documentali: i tribunali si aprono all’utilizzabilità come prove nel processo.

Non sempre è facile procurarsi le prove di un crimine informatico: ciò più per un problema di carattere giuridico che tecnico. I nostri codici di procedura (civile e penale) sono stati scritti, infatti, in un’epoca in cui esisteva appena la macchina da scrivere ad inchiostro e nessuna prova informatica poteva essere immaginata nella sia pur più generica e lungimirante previsione del legislatore.

Oggi, però, i reati commessi tramite il web stanno assumendo proporzioni ciclopiche: e ciò non solo perché la criminalità organizzata ha trovato nel web uno strumento ottimo per allargare i propri affari, ma perché la gente comune, percependo il web come una zona franca – peraltro senza quel contatto “face to face” che suggerisce sempre una certa prudenza nei rapporti interpersonali – delinque con maggiore facilità (si pensi alle diffamazioni, ai furti di identità, agli accessi abusivi a sistema informatico, ecc.).

E così, procurarsi le prove dell’altrui comportamento illecito diventa fondamentale per difendersi. Sì, ma come?

Nel processo civile esiste il principio di “tipicità della prova”, che comporta l’impossibilità di portare sul banco del giudice prove diverse da quelle tipizzate dal codice di procedura (testimonianza, giuramento, interrogatorio formale, scritture private o atti pubblici). Così come è possibile dimostrare al magistrato un post diffamatorio su Facebook se non stampando la schermata a video con uno “screenshot”? In questi casi soccorre il concetto di “riproduzioni meccaniche” (come le fotocopie, le email, le pagine web riprodotte dalla stampante) che, per la nostra legge, hanno valore di prova solo se non contestate dalla controparte. Contestazione che non può essere generica e “di stile”, ma deve essere comunque “motivata”. Insomma, detto in parole povere, chi crede di avere l’asso nella manica solo perché ha stampato la schermata con la frase offensiva di Tizio, si sta sbagliando di grosso. Potrebbero essere necessari altri mezzi di prova tipici come, per esempio, un testimone che confermi di aver letto quel determinato contenuto.

Nel processo penale, invece, sebbene caratterizzato da una maggiore libertà in sede di raccolta delle prove, ci si deve comunque scontrare con un maggior rigore nella loro valutazione, perché resta necessario raggiungere quella ragionevole certezza della colpa dell’indagato che solo può portare a una condanna.

Nel nostro Paese non esistono ancora delle linee guida precise per le indagini digitali. Nella pratica si tende a salvare su memorie esterne le pagine web, conversazioni per posta elettronica e profili Facebook, perché la stampa di un documento digitale, oltre a non essere sufficiente, può essere incompleta e facilmente falsificabile.

Così, proprio con riferimento al processo penale, è il caso di distinguere a seconda di cosa si debba provare.

 

Le email

È sempre bene salvare ogni email con la relativa intestazione (header) o salvare il messaggio integrale in formato Eml. Tale sistema consente la conservazione non solo del testo del messaggio, ma anche della data e dell’ora di invio; ma soprattutto consente di risalire all’indirizzo IP del colpevole del reato.

Per ottenere, poi, i codici numerici utili alle indagini – anche se le modalità di salvataggio cambiano a seconda dell’account utilizzato – sarà sufficiente selezionare la voce del menu “mostra originale”.

Pagine web

Ciò che davvero garantisce l’identità della copia all’originale (e quindi il fatto che non è stata modificata) è la procedura di hashing (che solo un tecnico è capace di fare) oppure la procedura di autenticazione notarile, svolta spesso con l’ausilio di esperti informatici, in grado di attribuire alle pagine web la stessa efficacia probatoria degli originali.

Per la formazione della prova, è sicuramente più efficace eseguire lo screenshot di una pagina web piuttosto che limitarsi a stamparla. Inoltre esistono molti programmi – anche open source – che consentono di salvare su supporto durevole una pagina web, compresi i contenuti e gli eventuali link che potrebbero essere utili a fini di indagini (tra i programmi gratuiti HtTrack, Hashbot, Faw Project).

È importante che venga esportato il codice Html della pagina e che siano indicati gli hash di ogni file.

Profili sui social network

In questo caso, sarà necessario individuare l’indirizzo ID dell’utente (per Facebook, segui questa procedura: “Ecco come scoprire e denunciare su Facebook i profili falsi”) e salvare, anche in questo caso, la pagina su una memoria esterna (una chiavetta usb, un cd o un dvd).

Anche in questo caso esistono programmi open source che consentono di recuperare i dati identificativi degli utenti, anche di chi si muove in anonimato o con un nickname (come Facebook Profile Saver).

Le indagini

Oltre alla polizia giudiziaria, possono raccogliere le prove digitali il Pm durante le indagini, il difensore dell’indagato e la parte offesa per valutare l’opportunità di presentare una denuncia o querela.

Il difensore dell’imputato o indagato può chiedere al fornitore i dati relativi alle utenze intestate al proprio assistito. Lo stesso diritto non è concesso al difensore della parte offesa che, però, se munito di mandato per svolgere indagini difensive può partecipare all’attività di indagine.

Non limitarti a stampare la pagina

Per usare la prova in giudizio è fondamentale dimostrare la sua integrità e la conformità della copia all’originale. Queste operazioni possono essere eseguite dai notai, dai difensori e dalle parti. La stampa su carta non basta e può essere disconosciuta in giudizio. La catena di custodia della prova digitale serve a documentare chi ha custodito la prova, dove e come è stata acquisita.


note

Autore immagine: 123rf com


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