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10 comportamenti che fanno scattare il licenziamento

7 Novembre 2021
10 comportamenti che fanno scattare il licenziamento

I casi principali di licenziamento per giusta causa. Quando si perde il posto di lavoro per colpa del dipendente. 

Al netto delle ipotesi in cui il licenziamento è conseguenza di una crisi, di un riassetto aziendale o della cessazione delle mansioni, in tutti gli altri casi la cessazione del rapporto di lavoro deriva da un comportamento gravemente colpevole o doloso del dipendente. È il cosiddetto «licenziamento disciplinare» che scatta tutte le volte in cui il lavoratore viola non solo il contratto collettivo nazionale o quello individuale di lavoro ma anche la legge in generale. E, a quest’ultimo proposito, non sono rari i casi in cui il licenziamento è stato determinato, ad esempio, da un procedimento penale a carico di un dipendente per fatti non attinenti alle mansioni ma tali comunque da danneggiare l’immagine dell’azienda (si pensi al caso dello spacciatore, all’associazione a delinquere, alla truffa assicurativa). 

Nell’ambito della casistica analizzata dalla giurisprudenza è possibile ritrovare alcune frequenti situazioni in cui cadono ricorrentemente i dipendenti disonesti o poco diligenti. Ecco allora 10 comportamenti che fanno scattare il licenziamento.

Lo scarso rendimento 

Introdotto di recente dalla giurisprudenza, il licenziamento per scarso rendimento si configura tutte le volte in cui il lavoratore produce molto meno rispetto ai colleghi addetti alle stesse mansioni. Vi deve essere una forte sproporzione. In particolare, i tempi di produzione devono dilatarsi di oltre il 50% rispetto a quelli in media necessari per concludere le medesime attività. Così, ad esempio, quando per svolgere un determinato compito che richiederebbe un’ora se ne impiegano più di due e la situazione va avanti per molto tempo, è possibile la risoluzione del rapporto di lavoro.

La giurisprudenza, però, nell’ottica di tutelare il dipendente, impone al datore di diffidare prima l’interessato attraverso una lettera scritta in modo da dargli la possibilità di ravvedersi per tempo. 

La contestazione 

Criticare il datore di lavoro è lecito ma ciò non deve trasmodare in ingiuria, diffamazione o nel rifiuto di compiere le mansioni. Chi ritiene che un ordine di servizio sia illegittimo non può limitarsi a non eseguirlo (salvo nel caso in cui sia eccessivamente pregiudizievole per il proprio onore o per la salute) ma deve prima ricorrere al giudice per farlo annullare. Così, ad esempio, in caso di trasferimento privo dei presupposti, il lavoratore non può rifiutarsi di prendere servizio presso la nuova sede, ma dovrà proporre ricorso al tribunale per chiedere l’annullamento del provvedimento.

Attenzione però perché la contestazione può avvenire anche con comportamenti che, a prima vista, possono sembrare leciti ma che tali non sono. Si pensi al dipendente che adotta una singolare forma di sciopero: la maniacale osservanza delle procedure tale da allungare i tempi della prestazione.  

Il ponte e la malattia programmata

Il futuro è incerto così come, purtroppo, anche i malanni. Eppure, c’è chi è in grado di prevederli con largo anticipo, facendoli addirittura coincidere con le festività infrasettimanali in modo da godere di un ponte più prolungato. Questo comportamento è illegittimo: i giorni di malattia possono essere concessi solo in presenza di una effettiva patologia che deve essere certificata dal medico curante (peraltro, con una visita fatta di persona). Il datore di lavoro che scopre il lavoratore in perfetto stato di salute, magari mentre sta fuori casa a fare footing, la spesa o a parlare al bar, può licenziarlo in tronco.

L’abusivo uso dei permessi

La legge prevede alcuni permessi retribuiti dal lavoro. Ciascuno di questi è strettamente legato a una specifica motivazione. Usare un permesso per scopi diversi da quelli previsti dalla legge è illegittimo ed è causa non solo di licenziamento ma, a volte, di una incriminazione penale. Si pensi a chi usa i permessi previsti dalla legge 104 per l’assistenza ai familiari disabili per poter svolgere commissioni personali. È assai frequente la casistica di licenziamenti per giusta causa per abusivo uso dei permessi della legge 104.

Il post su Facebook

Inveire contro il datore di lavoro, abbandonarsi a uno scatto d’ira o fare semplicemente dell’ironia, svilire i servizi o i prodotti commercializzati dall’azienda per cui si lavora può costare il posto. Il dipendente infatti deve essere fedele al proprio datore, non può lederne l’immagine commerciale. Pena, anche in questo caso, un licenziamento in tronco, senza cioè il preavviso.

La malattia troppo lunga

Chi si ammala ed è costretto a restare a casa non può essere licenziato. Ma la malattia non può durare in eterno (salvo nel caso in cui sia stata determinata da un infortunio sul lavoro causato dalla mancata predisposizione delle misure di sicurezza). 

I contratti collettivi indicano la durata massima entro cui può estendersi l’assenza per malattia (il comporto) scaduta la quale il licenziamento è legittimo e non va motivato. Il dipendente può evitare la ghigliottina mutando l’assenza da malattia in ferie: sfruttando i giorni di riposo maturati può evitare che scada il comporto e quindi anche la perdita del posto. 

Fatti estranei all’attività lavorativa 

Il dipendente deve comportarsi bene non solo al lavoro ma anche al termine dell’attività, non potendo compiere azioni che possano ledere l’immagine dell’azienda. Si pensi all’insegnante d’asilo sorpresa a spacciare o al dipendente di banca che pratichi usura.

Quindi, anche i reati commessi al di fuori dal lavoro, nella vita privata, non attinenti alla prestazione, ma che comunque possono danneggiare l’immagine dell’azienda, hanno rilevanza disciplinare e possono giustificare – se gravi – un licenziamento per giusta causa. 

Eccessivo utilizzo di social durante il lavoro

I computer aziendali sono spesso interdetti alla navigazione su alcuni siti, piattaforme o social. Tuttavia, non per questo il dipendente può sopperire a tale restrizione usando il proprio smartphone o tablet. Il tempo destinato alla prestazione lavorativa non può cioè essere “sprecato” in altre attività che con essa non hanno nulla a che fare. Il che significa che si può licenziare il dipendente sorpreso a chattare, navigare sui social o a parlare al telefono con gli amici. La condotta, però, deve essere reiterata: una sola occasione può infatti determinare tutt’al più un richiamo disciplinare.

Assenza ingiustificata

Il dipendente che non si presenta al lavoro senza avvisare ma soprattutto senza inviare il certificato medico può essere licenziato per giusta causa. A dire il vero, questo comportamento viene utilizzato, il più delle volte, proprio da chi vuol farsi licenziare e poi godere dell’assegno di disoccupazione (che, come noto, spetta anche in caso di licenziamento per giusta causa). A riguardo però è bene mettere in guardia dall’utilizzo strumentale dell’assenza ingiustificata: così facendo si rischia di essere condannati al risarcimento nei confronti dell’azienda pari al danno da questa subito per il pagamento del ticket Naspi, ossia la tassa da versare per il licenziamento. L’importo quindi ricadrà sul lavoratore e gli sarà decurtato dall’ultima busta paga o dal Tfr. 

Sottrazione di dati

Non perché un dipendente abbia libero accesso a una banca dati aziendale può fare di essi ciò che vuole. Non può quindi consultarli per fini diversi da quelli per i quali è stato autorizzato (si pensi al direttore della filiale che controlla la situazione reddituale di alcuni vicini rivali), né può trasferirli in un altro computer magari per svolgere attività in concorrenza con il proprio datore di lavoro. Un comportamento del genere, oltre a giustificare il licenziamento immediato, comporta il rischio di una richiesta di risarcimento del danno. 



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