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Stalking all’ex compagno e maltrattamenti: differenze

7 Novembre 2021 | Autore:
Stalking all’ex compagno e maltrattamenti: differenze

Quale reato si configura dopo la cessazione della convivenza? Quando il delitto di atti persecutori può concorrere con quello di maltrattamenti in famiglia?

Hai deciso di porre fine a un rapporto sentimentale opprimente e doloroso, ma le violenze e le persecuzioni non sono cessate neanche dopo la fine della convivenza. Il tuo ex marito o compagno ti perseguita ancora, e con più cattiveria rispetto a prima, proprio perché hai deciso di lasciarlo. Continua a bersagliarti di telefonate offensive e, spesso, si presenta sotto casa tua con atteggiamento minaccioso. Cosa fare?

Devi sapere che lo stalking riguarda anche le condotte persecutorie commesse contro l’ex coniuge, convivente o partner sentimentale. E in queste ipotesi è aggravato, cioè punito con una pena più severa. Ma se già durante il legame c’erano state oppressioni, allora sussiste anche il delitto di maltrattamenti. In questo articolo ti spiegheremo quali sono le differenze tra stalking all’ex compagno e i maltrattamenti compiuti quando la convivenza era ancora in corso.

Scoprirai che le condotte dei due reati sono parzialmente diverse, ma ci sono anche sovrapposizioni e similitudini che spesso, nei casi concreti, rendono difficile individuare il confine tra l’una e l’altra, soprattutto quando le violenze erano iniziate prima che la convivenza finisse. Ma la fattispecie di stalking aggravato consente di punire anche gli atti persecutori che si realizzano quando la convivenza è terminata.

Il reato di maltrattamenti in famiglia

Il delitto di maltrattamenti, previsto e punito dall’art. 572 del Codice penale, contempla un novero di condotte molto ampio, che va ben oltre le classiche ipotesi dei maltrattamenti in famiglia e comprende anche i casi in cui una persona è soggetta all’autorità di un’altra o si trova in condizioni di inferiorità, come l’alunno di una scuola nei confronti del suo insegnante o un lavoratore subordinato verso il datore di lavoro.

La norma usa il termine generico «maltratta» e la giurisprudenza ha chiarito che questa condotta può integrarsi attraverso tutte le azioni (offese, disprezzo, prevaricazioni, percosse e altre violenze fisiche) che tendono a mortificare, umiliare e far soffrire la vittima. I maltrattamenti, però, sono un reato abituale, quindi per integrare questo reato non è sufficiente un’azione isolata, ma occorre una serie ripetuta di condotte.

Stalking e maltrattamenti: rapporti e differenze

Il delitto di atti persecutori, comunemente chiamato stalking [1], ha un ambito di applicazione più ristretto rispetto a quello di maltrattamenti, perché può compiersi solo attraverso molestie o minacce, e non anche con altri atti vessatori. Inoltre, lo stalking richiede che queste azioni provochino alla vittima almeno uno dei seguenti eventi: un perdurante e grave stato di ansia e di paura, un fondato timore per la propria incolumità, o per quella di un prossimo congiunto, o la modifica delle proprie abitudini di vita. Sono tutte condizioni che il delitto di maltrattamenti non richiede, limitandosi a riscontrare la sofferenza psicologica della vittima.

È importante notare che il delitto di stalking è residuale, in quanto la formulazione normativa dell’art. 612 bis del Codice penale si apre con la clausola di sussidiarietà: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato»: questo rende applicabile il reato di maltrattamenti – che è punito con una pena più elevata – in presenza di condotte abusanti commesse durante la convivenza.

Inoltre, il reato di maltrattamenti può essere commesso solo da chi ha una particolare posizione nei confronti della vittima (rapporti familiari o di autorità) mentre gli atti persecutori non richiedono l’esistenza di relazioni interpersonali e possono essere commessi da chiunque, anche da chi, ad esempio, non conosce personalmente il soggetto passivo ma lo molesta continuamente con appostamenti, messaggi e telefonate.

I due reati, invece, presentano importanti similitudini: entrambi rientrano nel “Codice rosso”, che consente l’avvio veloce delle indagini giudiziarie, appena ricevuta la denuncia della persona offesa, e l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa o ai luoghi da essa abitualmente frequentati, con imposizione dell’obbligo di mantenere una determinata distanza [2].

Persecuzioni all’ex: maltrattamenti o stalking?

Il delitto di stalking è aggravato [3] quando è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è, o è stata, legata da una relazione affettiva con la persona offesa. Questa formulazione consente di comprendere tutti i possibili legami, attuali e in corso o interrotti e cessati, con un partner, compresi i membri di un’unione civile tra persone dello stesso sesso [4].

In questi casi, si pone un problema di sovrapposizione – tecnicamente, di concorso di reati – tra i maltrattamenti posti in essere nei confronti di un coniuge o di un compagno e poi proseguiti anche dopo la cessazione del legame di convivenza e lo stalking aggravato. In tali ipotesi, si hanno due reati distinti oppure uno assorbe l’altro, e in questo caso quale dei due prevale?

La risposta a questa domanda è stata fornita da una recente sentenza della Corte di Cassazione [5]: modificando una precedente posizione giurisprudenziale, che riteneva assorbito il reato di stalking in quello di maltrattamenti [6], ora la Suprema Corte afferma che il delitto di maltrattamenti va escluso «nel caso in cui le condotte abusanti siano poste in essere in danno di persona non più convivente al momento dei fatti con l’autore delle condotte» e perciò – dal momento di cessazione della convivenza in poi – si configura il reato di stalking aggravato.

Quindi, le prevaricazioni commesse dopo il termine della convivenza sono punibili solo a titolo di atti persecutori e non anche come maltrattamenti (questo reato può sussistere per le condotte compiute in precedenza, come è accaduto nel caso deciso, dove l’ex marito si era reso responsabile di violenze e abusi mentre il matrimonio era in corso). Questo orientamento, però, non è pacifico ed esistono anche pronunce che affermano il contrario, per cui non è ancora chiaro dov’è il confine tra maltrattamenti e stalking quando le condotte delittuose riguardano gli ex conviventi.

Per quanto riguarda invece gli ex coniugi separati e divorziati, la Corte di Cassazione afferma costantemente che [7]:

  • nella fase della separazione coniugale è ravvisabile il delitto di maltrattamenti in quanto «non si realizza una recisione dei vincoli nascenti dal coniugio, che permangono integri»;
  • a seguito del divorzio, si configura il reato di atti persecutori, poiché la pronuncia pone fine agli effetti del matrimonio e «determina la cessazione dei vincoli coniugali».

note

[1] Art. 612 bis Cod. pen.

[2] Art. 282 ter Cod. proc. pen.

[3] Art. 612 bis, co.2, Cod. pen.

[4] Art. 574 ter Cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 39532 del 03.11.2021.

[6] Cass. n. 37077/2020 e n. 37628/2019.

[7] Cass. n.3087/2017 e n. 50333/2013.


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