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Profili anonimi: perché punire la diffamazione su Facebook è (quasi) impossibile

29 Giugno 2014 | Autore:
Profili anonimi: perché punire la diffamazione su Facebook è (quasi) impossibile

Facebook, Twitter e altri social network: le difficoltà pratiche di punire ingiuria e diffamazione quando il profilo è anonimo: le società americane conservano i dati per massimo 90 giorni ma, soprattutto…

Ti sei mai trovato nella necessità di sporgere una querela per una diffamazione subìta attraverso un profilo anonimo di un social network come Twitter o Facebook? Se anche alla polizia postale o alla stazione dei carabinieri ti hanno assicurato che giustizia verrà fatta e che il colpevole verrà preso, le cose potrebbero non stare così.

Nessun dubbio, infatti, che la “colpevolezza” insita in una frase offensiva costituisca, per il nostro diritto, un crimine e che, pertanto, essa debba ricevere tutela presso qualsiasi aula di tribunale. Ma esistono problemi di carattere tecnico e pratico che ancora le convenzioni internazionali non sono riuscite a risolvere.

Se il profilo è “vero”

Se la diffamazione viene effettuata da un profilo “reale” essa è certamente punibile sia in via civile (per ottenere il risarcimento del danno), quanto in via penale (per far sì che il colpevole riceva la pena prevista per il reato). Tutto sta, ovviamente, nel procurarsi le prove di quanto affermato. E sebbene i nostri codici di procedura siano stati scritti in un’era in cui i computer non esistevano – e, dunque, non possono disciplinare la prova “informatica” – vi sono dei sistemi per superare l’ostacolo come quello di procurarsi i testimoni che confermino di aver visto il post diffamatorio. Per non allungare questo articolo, su questo tema vi rinviamo alla nostra guida “Diffamazione su Facebook”.

Se il profilo è un “fake”

La questione si fa molto più complicata se il profilo è anonimo.

Una premessa: l’anonimato su internet è più un falso mito che non una realtà. Ogni utente, infatti, può essere sempre rintracciato, poiché la connessione che sfrutta (anche se da remoto) ha un indirizzo IP che funge, un po’, da “targa”.

Peraltro non esistono applicazioni in grado di garantire l’anonimato in ogni sua forma. Le stesse Snapchat e Dusty, ad esempio, permettono alle forze dell’ordine di recuperare manualmente i messaggi, salvati nel server centrale, che devono restare a disposizione per esigenze di giustizia.

Il vero problema, però, sono i tempi e la cooperazione a livello internazionale. Vediamo perché.

I tempi

Nel nostro Paese esiste l’obbligo, per chi gestisce il traffico su internet, di salvare i dati per almeno un anno. Il problema, però, quando si ha a che fare con Facebook e Twitter, è che tali società hanno sede in Paesi fuori dall’Unione Europea. In tali casi, i tempi di conservazione del traffico telematico si riducono drasticamente da 30 a 90 giorni: un margine troppo breve per consentire al magistrato di turno di prendere visione del fascicolo con la querela e inviare la richiesta a Facebook per l’accesso ai dati (in genere per il tramite della polizia postale). Basti considerare questo: in Italia le autorità inquirenti hanno sei mesi di tempo (salvo una proroga di altri sei mesi in casi eccezionali) per procedere alle indagini, presentarle al magistrato e, quindi, decidere se rinviare a giudizio l’indagato. Sei mesi durante i quali – come è facile immaginare – ci si riduce sempre all’ultimo minuto. Ed ecco, quindi, che, nel frattempo, la società che gestisce la piattaforma (Facebook e Twitter) hanno già cancellato, dai loro data base, le informazioni.

Le convenzioni internazionali

Altro aspetto da non sottovalutare è che certi reati come la diffamazione, puniti in Italia dalla legge penale, non lo sono ad esempio in altri Paesi, tra i quali appunto l’America. Che succede a questo punto? Non vi è quella “condizione di reciprocità” necessaria – in base alle convenzioni internazionali – per eseguire richieste di carattere istruttorio penale e civile. Pertanto, in tali casi, le autorità straniere non sempre collaborano con quelle italiane, vanificando di fatto le indagini in corso.

In definitiva

Così, chi si trova a sporgere una querela per diffamazione contro un profilo anonimo, scoprirà quanto è facile incorrere in un provvedimento di archiviazione, senza avere la possibilità di supplire, con propri mezzi, all’assenza di prove per identificare il colpevole.


note

Autore immagine: 123rf com


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